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Istat: deficit 2025 al 3,1%, l’Italia rimane sotto tiro. Una grana per il governo

Un solo decimale separa l’Italia dalla revoca anticipata della procedura europea per disavanzo eccessivo. I dati definitivi di finanza pubblica diffusi dall’Istat per il 2025 confermano il rapporto deficit/Pil al 3,1%, infrangendo le residue aspettative coltivate dal governo nelle ultime settimane.

Si ripete così il copione già andato in scena lo scorso aprile, quando la prima stima aveva già gelato le ambizioni dell’esecutivo. Questa conferma si preannuncia una grana di non poco conto per Meloni e compagnia, soprattutto in vista della prossima finanziaria e la volontà di usare i margini della clausola di salvaguardia nazionale per la difesa e l’energia.

Il quadro economico certificato dall’istituto di statistica evidenzia per il 2025 una crescita del PIL in volume dello 0,6% (in leggere rialzo di 0,1 punti percentuali rispetto alle previsioni di marzo) e un saldo primario positivo pari a +0,8% del PIL. Risultati che, tuttavia, non bastano a portare l’indebitamento netto al di sotto della soglia limite del 3%.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non ha nascosto la delusione: “prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat. Purtroppo l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp [Documento di finanza pubblica, ndr] questo potrà accadere nel 2027“.

Ma la questione non è così lineare, ed ha importanti ripercussioni sulle prossime mosse da orchestrare a Palazzo Chigi. Il combinato disposto di procedura di infrazione e attivazione della clausola di salvaguardia per la difesa, a cui è associato l’allargamento dei margini di spesa per l’emergenza energetica, renderà molto più lungo, severo e massacrante il rientro nei parametri europei.

Ne abbiamo già parlato sul giornale e rimandiamo a precedenti articoli, che palesano come, dentro questo quadro, il ricorso al SAFE e l’impegno vincolante e pluriennale del programma di acquisti militari europei diventi una sorta di “obbligo” nella gabbia di vincoli costruti dalle classi dirigenti continentali. È questo il “pilota automatico” impostato a Bruxelles, che viene presentato come unica strada percorribile e persino salvifica.

Ad ogni modo, la conferma della procedura di infrazione e le tensioni che questo porterà sul mercato del debito pubblico italiano non sono elementi che l’esecutivo potrà ignorare, soprattutto in procinto di scrittura della prossima legge di bilancio. Nella maggioranza sono cominciate da tempo le scaramucce in previsione di accaparrarsi pezzi di elettorato altrui alle elezioni del 2027, e l’ultima finanziaria del governo Meloni, con margini così ristretti, diventerà un campo minato.

Le spese per il riarmo rappresentano un impegno inderogabile, un po’ perché condivise come opzione politica per dare un peso globale alla UE (cioè non sono solo “imposte” da Bruxelles), un po’ perché prese anche in sede NATO. Tuttavia, sul piano del consenso la propaganda guerrafondaia è arrivata a un livello sclerotico tale che non sembra poter garantire larghi consensi, mentre sull’altare della guerra vengono sacrificate altre spese sociali.

L’esenzione sul bollo auto appare una mancetta elettorale ai limiti del grottesco, mentre le reazioni scomposte alle parole della segretaria dei Giovani Democratici sui “disertori” da una parte servono a ribadire che la linea bellicista non si tocca, dall’altra palesano come le attuali opposizioni si distinguano in poco o niente dalla maggioranza, e come anche al loro interno crescano i malumori.

I miliardi che potranno essere destinati a investimenti nel campo dell’energia, per i criteri a cui sono sottoposti, avranno scarsi effetti percepibili nell’immediato (se il governo sarà poi davvero capace di indirizzarli in maniera funzionale). Insomma, la coperta è corta, i margini di manovra si assottigliano drasticamente, e i vincoli europei e NATO presentano il conto.

Per questo cercano di restringere gli spazi di democrazia, sui luoghi di lavoro e alle elezioni: perché la necessità, non solo la possibilità, di un’alternativa non è mai stata evidente come in questa fase…

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