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Calabria. Il crollo dell’olio e la guerra dei trattori

Chi guida la protesta agricola in Calabria, chi paga la crisi — e dove possiamo stare noi

La Calabria blocca le strade

Questo documento costituisce una suggestione sviluppata nel corso di una presenza materiale sui presidi di lotta; non ha alcuna pretesa di analisi approfondita, né intende giungere a conclusioni definitive. Si tratta piuttosto di una riflessione scritta ‘a caldo’, nell’immediatezza degli avvenimenti, con l’intento di avviare spunti riflessivi sulle dinamiche che attraversano queste mobilitazioni e le contraddizioni che le caratterizzano. La lettura che segue è frutto di osservazioni dirette e di ricostruzioni derivanti dalla partecipazione ai presidi; come tale, rimane parziale.

Da fine settembre la Calabria agricola è in mobilitazione: presidi e blocchi a Rosarno, Crotone-Passovecchio, Pizzo Calabro, Firmo/Sibari, Cariati e Davoli Marina, con un corteo nazionale convocato a Cosenza per il 10 ottobre. Chi attraversa i presidi vede trattori e bandiere, e intorno quasi solo uomini: imprenditori agricoli di media e grossa taglia.

Non si vedono i braccianti che quelle terre le lavorano, non si vedono le donne, se non come corollario di supporto ai mariti, e non la realtà di chi regge sul proprio lavoro circa metà della filiera, non si vedono i piccoli contadini, strangolati dallo strapoetere della GDO, che le olive le consegnano al frantoio e il prezzo lo subiscono due volte. L’assenza non è un dettaglio: è la fotografia di classe di questa piazza, e il primo dato da cui partire.

I numeri veri della crisi

La crisi è reale, e va raccontata con numeri veri, non con quelli dei megafoni. L’olio extravergine all’origine è passato dai 9,5 euro al chilo del settembre 2025 (rilevazioni ISMEA) ai circa 5 euro del luglio 2026: quasi dimezzato, con le piazze del Sud scese anche sotto i 4,5 euro. Il gasolio agricolo è salito da circa 1 euro al litro nel 2025 a 1,44-1,53 euro nel 2026: un aumento vicino al 50%, pesantissimo — ma non “da 0,80 a 1,70”, cifra che circola ai presidi e che nessuna rilevazione ufficiale conferma.

Resta il cuore del problema, e lì il quadro non cambia: negli anni dei prezzi alti molte aziende si sono indebitate per modernizzarsi, e ora pagano le rate degli investimenti con un fatturato dimezzato. È la trappola classica delle commodities agricole: i prezzi oscillano, il debito no, e chi è piccolo o medio arriva sempre in ritardo sul ciclo.

Chi tiene il microfono

Questa mobilitazione non è spontanea: ha una regia, e la regia ha nomi. A promuoverla sono il Movimento Popolare Nazionale di Giancarlo Greco e Antonio Zangari, insieme a Popolo di Calabria, Movimento Tutela Agricoltura, GDA e Comitati Riuniti Agricoli. Greco non è un contadino in difficoltà: dichiara un’azienda con 1.200 collaboratori tra alberghiero, sanità privata e agroalimentare, e sua sorella è consigliere regionale di Italia Viva.

I CRA sono gli eredi della protesta dei trattori del 2024, guidata da Danilo Calvani, già leader dei Forconi — una genealogia su cui l’estrema destra radicale, da Forza Nuova a Giuliano Castellino, ha già provato una volta a mettere il cappello.

E c’è l’altra metà della coppia promotrice: Antonio Zangari, l’uomo delle lacrime allo svincolo di Pizzo diventate virali in poche ore. Il 1° luglio 2026 il Tribunale di Vibo Valentia lo ha condannato in primo grado a quattro anni nel maxiprocesso Maestrale-Olimpo-Imperium, nato dalle inchieste della DDA di Catanzaro, per associazione per delinquere finalizzata alla ricettazione e al riciclaggio di macchine operatrici. La sentenza non è definitiva, le aggravanti mafiosa e transnazionale sono cadute e un capo d’imputazione si è chiuso con l’assoluzione.

Ma il punto politico resta: il “grido di disperazione dell’agricoltore calabrese” — così lo hanno confezionato i canali di Futuro Nazionale, il partito di Vannacci fresco di campagna elettorale a Reggio, dove il suo candidato ha sfiorato l’11% alle suppletive — è una costruzione mediatica. La destra radicale nazionale sta già mettendo il cappello sulla protesta, e lo fa scegliendo il volto più spettacolare, non la piattaforma.

La piattaforma ufficiale parla infatti un linguaggio interclassista costruito a tavolino: caro-carburante prima di tutto, poi importazioni, prezzi di scaffale, fauna selvatica, Mercosur. È il tentativo di trasformare una crisi di redditività padronale in un movimento “di popolo”, con gli operai a fare da cornice. In una regione già governata dalla destra, questa piazza è un cantiere di egemonia, non uno sfogo.

Chi non c’è, e perché è la notizia

Rosarno non è un punto qualunque della mappa: è la Piana di Gioia Tauro, il caporalato, la rivolta dei braccianti migranti del 2010, la ‘ndrangheta che controlla raccolta e mercati. I braccianti non sono “esclusi” da questi presidi: sono il lavoro invisibile che quei trattori presuppongono.

A ottobre inizia la raccolta degli agrumi, fatta di giornate sottopagate e ricatti per i migranti senza documenti. E quando ai presidi si attacca “il reddito di cittadinanza” — che non esiste più dal 2024, sostituito dall’Assegno di inclusione: segno che la retorica viaggia congelata — si dichiara il vero progetto: manodopera che costa meno, poveri contro poveri. Un movimento che si dice in ginocchio e trova il tempo di prendersela con chi sta peggio non sta lottando contro la crisi: sta negoziando chi la pagherà.

Lo Stato che media, e quello che carica

Un altro dato non lo danno le rilevazioni sui prezzi: il modo in cui lo Stato ha trattato questa piazza. A Pizzo, il 1° ottobre, i manifestanti hanno provato a forzare il cordone per entrare sulla A2: a fermarli è stata la mediazione di un dirigente di polizia, non la celere; il presidio è rimasto dov’era, con lo svincolo chiuso e la questura a trattare.

A Rosarno come a Crotone, giorni di blocchi gestiti col colloquio, l’assessore regionale in visita al presidio, nessuna denuncia, nessuna identificazione di massa. Già nel 2024, con i trattori che bloccavano la Nomentana e il casello di Orte, era andata allo stesso modo: nessun denunciato, e il ministro ricevuto entro quarantotto ore.

Eppure dall’aprile 2025 il blocco stradale, in Italia, è reato: lo ha stabilito il decreto sicurezza di questo stesso governo — fino a due anni di carcere se a bloccare sono “più persone riunite”, la resistenza passiva punita per norma. Una legge così estrema che la procura di Torino ne ha chiesto la bocciatura alla Corte costituzionale.

Ma quella legge si è applicata altrove: sullo sciopero generale per Gaza del 22 settembre sono arrivate le cariche alla Stazione Centrale di Milano, gli arresti a Bologna, anche di un minorenne, le denunce per blocco stradale; e a proteste finite sono arrivate le multe da 300 a 5.000 euro e gli avvisi di garanzia a centinaia di studenti e sindacalisti, da Torino a Treviso. Tradotto: la stessa condotta produce due Stati diversi, a seconda di chi la compie.

Non è la gentilezza della polizia calabrese: è la fotografia del rapporto tra questo governo e questa protesta. Una piazza che chiede sussidi a chi già governa non è un nemico pubblico: è un interlocutore. E il quadro regge se si allarga lo sguardo: lo stesso Stato che media con i trattori reprime la solidarietà con un popolo sotto le bombe, scheda i portuali che non caricano le armi, e lascia che l’olio tunisino e quello calabrese si facciano la guerra sul prezzo mentre il margine resta lo stesso a valle. Chi media con gli uni e carica gli altri non sta mantenendo l’ordine: sta scegliendo il campo.

Le cause: non bastano “l’Europa e la Tunisia”

La ricostruzione che circola ai presidi — l’Europa che spalanca le porte, il Piano Mattei che importa olio africano — è fattualmente debole. Il contingente tunisino a dazio zero (56.700 tonnellate) esiste dal 2016 per accordo UE-Tunisia, e a marzo 2026 la Commissione ha detto no al raddoppio a 100.000 tonnellate chiesto da Tunisi, dopo le pressioni di Coldiretti. L’import tunisino è comunque cresciuto del 38% nei primi nove mesi del 2025, e l’olio spagnolo resta la concorrenza strutturale nel mercato unico: vero.

Ma il punto decisivo è dentro casa nostra: ad aprile 2026 il prezzo all’origine crollava del 30% su base annua, all’ingrosso del 23%, e al dettaglio solo del 9%. Tradotto: il produttore perde metà del valore, lo scaffale quasi nulla. Il margine lo incassano imbottigliatori e grande distribuzione.

È l’anello della filiera dove la protesta dei trattori potrebbe incontrare l’interesse di chi fa la spesa — ed è esattamente l’anello che la regia evita, perché chiedere sussidi allo Stato è più facile che fare la guerra alla GDO.

Lettura di classe, senza semplificazioni

Attenzione a non appiattire: non esiste una “borghesia in proletarizzazione” compatta. C’è il grande operatore da 1.200 dipendenti che usa la piazza come leva politica; c’è la media impresa capitalistica strangolata dal debito; c’è il piccolo coltivatore diretto che non ha mai visto i 9 euro al chilo perché vende l’olio sfuso, quando non del tutto le olive, perché impossibilitato a sostenere i costi di molitura, imbottigliamento e stoccaggio. Tre posizioni di classe diverse, con interessi diversi.

L’individualismo proprietario le tiene insieme finché l’orizzonte è il sussidio; si sfaldano se sul tavolo arrivano salari, diritti e organizzazione dell’offerta. E il nazionalismo alimentare — “difendiamo l’olio italiano” — è la copertura ideologica più comoda: è già la lingua del governo. Una piazza “contro” che parla come chi governa non è un’opposizione, è una lobby con i trattori.

Dove stiamo noi

Né dentro acriticamente, né fuori con disprezzo. Una piattaforma di classe per la crisi agraria, per noi, ha sei punti:

  1. Prezzo minimo garantito all’origine e divieto reale di vendita sottocosto: la legge 198/2021 va applicata, non commemorata.

  1. Trasparenza obbligatoria dei prezzi lungo tutta la filiera, dalle campagne allo scaffale.

  2. Organizzazione dell’offerta: organizzazioni di produttori, cooperative, acquisto pubblico per le mense scolastiche e ospedaliere.

  3. Applicazione della legge 199/2016 contro il caporalato, permesso di soggiorno per chi denuncia, salario minimo e diritti estesi a tutti i braccianti.

  4. Difesa e ampliamento dell’Assegno di inclusione: nessuna guerra tra poveri.

  5. Patto produttori-consumatori: il nemico comune è la concentrazione della filiera, non il lavoratore povero né il migrante.

La crisi è vera, la regia anche. Il 10 ottobre a Cosenza sarà un banco di prova: o questa piazza diventa il trampolino di una nuova destra sociale in doppiopetto campestre, o dentro la crisi si apre una faglia. Da che parte andrà dipenderà, magari, anche da noi.

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