La manifestazione del 10 ottobre in piazza della Scala a Milano ha segnato un passaggio significativo nella mobilitazione contro la proliferazione dei Data Center. Oltre un migliaio di persone, in rappresentanza di decine di comitati provenienti prevalentemente dalla Lombardia ma anche da altre regioni, hanno portato nel centro della metropoli le vertenze nate nei territori interessati dalla crescente concentrazione delle infrastrutture digitali.
Una partecipazione che testimonia il progressivo superamento della dimensione esclusivamente locale delle mobilitazioni, già emerso durante il convegno del 26 settembre all’Arci Bellezza di Milano e nella manifestazione del 3 ottobre a Rho. Un percorso attraverso il quale realtà nate dalla contestazione di singoli progetti hanno cominciato a individuare le contraddizioni comuni che ne determinano la proliferazione.
A Rho, dove l’Osservatorio Datacenter del Rhodense si confronta con la concentrazione di più insediamenti, emerge il problema degli impatti cumulativi, a Travagliato la mobilitazione contro il consumo di suolo agricolo ha accompagnato il ritiro del progetto, mentre tra Siziano e Certosa di Pavia il confronto investe le dimensioni degli impianti, le infrastrutture energetiche necessarie e le conseguenze ambientali.
A queste esperienze si affiancano quelle dei comitati di Bollate, Trezzano sul Naviglio, Cornaredo e di numerosi altri territori che hanno contribuito alla costruzione della Rete nazionale.
Le situazioni sono differenti, ma il problema che le accomuna è evidente: la localizzazione dei Data Center risponde a strategie economiche che operano su scala internazionale, mentre le conseguenze ambientali e territoriali ricadono su comunità locali, chiamate a confrontarsi con decisioni sulle quali dispongono di strumenti di intervento limitati.
La frammentazione delle procedure autorizzative rischia così di impedire una valutazione complessiva degli effetti di una trasformazione che supera ampiamente i confini amministrativi dei singoli comuni.
Dietro la rappresentazione apparentemente immateriale dell’economia digitale esiste infatti una struttura produttiva che richiede ingenti quantità di energia, infrastrutture, acqua e suolo. Come richiamato anche dal professor Marco Mazzotti, ingegnere chimico e professore emerito del Politecnico Federale di Zurigo, intervenuto durante il presidio, l’espansione dei Data Center pone problemi rilevanti rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione.
La sostenibilità di queste infrastrutture non può dunque essere valutata esclusivamente attraverso l’efficienza dei singoli impianti, senza considerare la crescita dei consumi complessivi e le differenti finalità alle quali la capacità di calcolo viene destinata.
È proprio dalla necessità di affrontare queste contraddizioni nella loro dimensione complessiva che nasce la proposta di moratoria presentata dalla Rete Nazionale dei Comitati Stop Data Center alla vigilia della manifestazione. Il documento chiede la sospensione temporanea dei nuovi procedimenti autorizzativi, comprese le infrastrutture energetiche direttamente funzionali agli insediamenti, fino all’adozione di un Piano nazionale sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica (VAS).
Il punto qualificante della proposta non risiede soltanto nella sospensione delle autorizzazioni, ma nel rovesciamento del criterio attraverso il quale viene programmato lo sviluppo del settore. Prima di decidere quanti Data Center costruire e dove localizzarli, occorre determinare il fabbisogno nazionale di capacità di calcolo, verificare la disponibilità delle risorse energetiche e idriche e valutare la capacità dei territori di sostenere il carico complessivo degli insediamenti.
La moratoria pone così una questione che precede logicamente le valutazioni sui singoli progetti. Non si tratta semplicemente di rendere meno impattanti gli investimenti proposti dai privati, ma di stabilire preliminarmente quali infrastrutture siano necessarie e a quali bisogni debbano rispondere.
Da questa impostazione discendono le richieste di sostituire la strategia ministeriale di “attrazione degli investimenti” con un Piano nazionale, modificare la normativa lombarda, abrogare le disposizioni di accelerazione autorizzativa e arrestare l’iter parlamentare dell’A.S. 1821. Per gli impianti già autorizzati ma non ancora operativi si chiede inoltre di riesaminare le istruttorie laddove non siano stati adeguatamente valutati gli effetti microclimatici e cumulativi.
Il significato politico della proposta emerge con particolare evidenza nel confronto con gli indirizzi istituzionali. Governo e Regione Lombardia hanno introdotto strumenti finalizzati anche a facilitare gli investimenti, mentre gli stessi problemi sollevati dai territori stanno già imponendo una discussione sulla revisione della legge regionale approvata appena quattro mesi fa. La contraddizione non riguarda però soltanto la maggioranza di governo.
Il disegno di legge nazionale sui Data Center, approvato alla Camera il 24 febbraio e attualmente all’esame del Senato, ha raccolto 243 voti favorevoli, nessuno contrario e sei astensioni. Insieme a Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, hanno sostenuto il provvedimento anche Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Azione e Italia Viva, mentre Alleanza Verdi e Sinistra si è astenuta.
Una distinzione che, pur esprimendo differenti posizioni sulle garanzie urbanistiche e ambientali, non ha prodotto una contrapposizione parlamentare all’indirizzo generale di promozione del settore. La stessa AVS aveva dichiarato di condividerne gli obiettivi, concentrando le proprie critiche principalmente sulle condizioni della loro realizzazione.
Una contraddizione che non è sfuggita ai comitati, i quali hanno ricordato alle forze politiche presenti in piazza le rispettive responsabilità parlamentari, tanto nell’introduzione del presidio quanto nell’intervento del fisico Sergio Manera, dell’Università di Pavia. La partecipazione alle mobilitazioni territoriali non cancella infatti le scelte compiute nelle sedi istituzionali.
È anche in questo quadro che assume significato la rivendicazione di autonomia e indipendenza della Rete: la volontà di mantenere nelle mani dei comitati la definizione delle proprie rivendicazioni, senza subordinarle alle compatibilità politiche dei partiti.
Ma la questione sollevata dalla moratoria va oltre le contraddizioni parlamentari e investe la funzione stessa della pianificazione economica. Lo sviluppo dei Data Center richiede già un coordinamento su larga scala delle reti elettriche, delle infrastrutture di connessione, degli investimenti energetici e delle trasformazioni urbanistiche.
La pianificazione, dunque, non è affatto assente: è già necessaria per rendere possibile la valorizzazione degli investimenti privati. Ciò che viene messo in discussione è chi ne determini gli obiettivi e nell’interesse di chi venga organizzata.
Una pianificazione realmente pubblica non potrebbe infatti limitarsi a individuare le aree disponibili o a garantire l’energia necessaria agli investimenti già decisi dagli operatori. Dovrebbe partire dalla determinazione dei bisogni sociali e produttivi, stabilire quali priorità soddisfare e valutare l’impiego delle risorse rispetto alle loro possibili destinazioni alternative.
In questo senso, pianificare significa anche decidere quanta capacità di calcolo destinare alla ricerca, ai servizi pubblici e alle attività produttive, con quali criteri di accesso e attraverso quali forme di controllo sulle infrastrutture. La definizione del fabbisogno non è quindi un esercizio puramente tecnico, ma una scelta economica e politica.
La capacità di calcolo costituisce ormai una componente fondamentale delle forze produttive contemporanee, indispensabile alla ricerca, all’industria, alla sanità e a un numero crescente di attività sociali. Proprio questa importanza rende necessario distinguere lo sviluppo delle potenzialità tecnologiche dalle specifiche modalità economiche attraverso le quali vengono utilizzate.
La domanda commercialmente remunerativa di servizi digitali non coincide necessariamente con il fabbisogno socialmente necessario, così come la redditività degli investimenti non costituisce di per sé una misura della loro utilità collettiva.
La manifestazione del 10 ottobre ha mostrato come, attraverso la costruzione di una rete nazionale, la difesa dei territori possa cominciare a confrontarsi con queste contraddizioni generali. La moratoria rappresenta una rivendicazione immediata, ma il suo significato politico risiede nella possibilità di spostare il terreno del conflitto dalla compatibilità dei singoli insediamenti alla determinazione delle finalità dello sviluppo tecnologico.
Non si tratta quindi soltanto di stabilire quanti Data Center realizzare e dove costruirli, ma di affrontare una questione più generale: chi debba decidere quali bisogni soddisfare attraverso la capacità di calcolo e nell’interesse di chi debbano essere impiegate le risorse necessarie al suo sviluppo.
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