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La CGIL, campo largo e Renzi, tutti insieme. Altro che ripristino dell’articolo 18

L’immagine di Maria Elena Boschi sul palco della CGIL, al fianco dei segretario Maurizio Landini, ci sembra una di quelle fotografie segnanti, l’ennesima ormai, del ruolo assunto da oramai mezzo secolo dal sindacato che un tempo fu guidato da Giuseppe Di Vittorio.

Mentre dal palco il segretario Maurizio Landini invocava unità contro il governo, dal Brancaccio (ancora lui!) apriva le porte alla rappresentante del partito di Matteo Renzi, colui che alla guida del Partito Democratico con il Jobs Act ha cancellato di fatto l’articolo 18 e che infatti sul jobs act è riuscita a non dire una parola.

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori era la norma che proteggeva dalla discrezionalità padronale i tagli del personale, imponendo il reintegro in caso di licenziamento illegittimo. Il Jobs Act, voluto fortemente dall’allora segretario del PD e applaudito dalla Confindustria, lo riscrisse introducendo il “contratto a tutele crescenti” (Catuc): meno tutele, più precarietà, licenziamenti economici facili e senza obbligo di reintegro.

Allora la CGIL proclamò solo 8 ore di sciopero in dicembre quando la legge attendeva solo l’ultimo dei tre passaggi formali alle Camere, ossia a giochi chiusi perché la quadra era stata trovata nei due rami del Parlamento. Oggi il sindacato di Landini si presta a fare da base sociale per gli stessi attori politici che furono protagonisti del picconamento di uno dei pilastri della Statuto dei lavoratori, come il PD e a Renzi.

I più maliziosi già vedono Landini ministro del lavoro del prossimo governo. I più scafati conoscono le porte girevoli in seno al centrosinistra liberal politico e sociale. Tutto questo mentre fuori dalla ribalta del palcoscenico la CGIL, stavolta insieme a CISL e UIL, prepara il terreno per l’ennesima stagione di moderazione salariale insieme alla Confindustria, proprio mentre il Paese reale scende massicciamente in piazza per chiedere di abbassare le armi e alzare i salari, con tutti gli annessi e connessi del caso.

Bene hanno fatto gli studenti e le studentesse che saranno protagonisti del prossimo sciopero studentesco internazionale a tirarsi fuori da questa fiera dell’ipocrisia, smarcandosi dal tentativo della CGIL di imbrigliare la mobilitazione nel tardivo sciopero generale del 20 novembre. I protagonisti politici e sociali degli ultimi 35 anni di questo Paese sono parte del problema, non della soluzione, e non è tra le loro fila che sarà possibile organizzarsi per apportare quel cambiamento richiesto a gran voce dalle piazze d’Italia, nonché di tutta Europa.

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