Il question time al Senato di venerdi con il ministro della Difesa Crosetto, ha confermato come sull’impegno militare dell’Italia in Ucraina il governo non la racconti né tutta né bene.
E’ evidente come su questo atteggiamento un po’ truffaldino pesi anche l’ipoteca delle contraddizioni interne con la Lega, ma è altrettanto evidente che l’esecutivo – e in particolare Crosetto – intendano mantenere l’impegno militare in Ucraina ed ampliare enormemente la prevalenza e le risorse per il complesso militare-industriale e del riarmo sulle priorità del paese, tenendolo però all’oscuro dei passaggi materiali di questi impegni giocando con le carte truccate.
Del resto lo stesso ministro ha dichiarato recentemente nell’intervista alla BBC che su questo terreno “non si può cedere all’opinione pubblica”, soprattutto quando questa – a grandissima maggioranza – è apertamente contraria all’invio di armi all’Ucraina, al riarmo e al coinvolgimento del paese nella guerra.
In Aula il senatore guerrafondaio Calenda si è lamentato che l’Italia sia ferma all’1,69% del totale degli aiuti militari all’Ucraina, una cifra che – a suo dire e con un calcolo tutto suo – costa ai cittadini “meno di un caffè, diciamo 90 centesimi al mese”. Calenda, ha ricordato che l’autorizzazione agli aiuti militari all’Ucraina scade a fine anno ed ha chiesto al governo di chiarire “se siamo un grande Paese che sta aiutando l’Ucraina o un piccolo Paese che sta dicendo che aiuta l’Ucraina”.
La risposta del ministro Crosetto è stata: “Noi rispetteremo i patti che abbiamo preso con i nostri alleati europei, Nato, con il gruppo di contatto per l’Ucraina e con l’Ucraina”, confermando che il nuovo pacchetto di aiuti militari “è stato predisposto e penso sarà discusso in Copasir la prossima settimana”. La riunione del Copasir è prevista per il 10 novembre.
Ma poi è venuto fuori un “giallo” che ha riproposto quella vergogna per cui solo in Italia le tipologie degli aiuti militari all’Ucraina sono secretati.

Il riferimento va ai dati forniti dell’osservatorio del Kiel Institute tedesco secondo cui l’Italia ha fornito aiuti militari all’Ucraina “solo” per 3 miliardi sui 4,31 complessivi che includono anche quelli finanziari e umanitari. In realtà a questa cifra vanno aggiunti i finanziamenti italiani tramite l’Unione Europea, e qui secondo l’Istituto Kiel si sale a 18 miliardi (vedi grafico a fianco).
Crosetto ha respinto quei dati trincerandosi dietro il segreto e affermando che: “Non possono essere presi in considerazione per una nazione che ha scelto come procedura la segretazione, a differenza di altre che li hanno resi pubblici, per cui è un dato su cui non posso neanche rispondere”. E così fine della discussione in Parlamento.
Il passaggio più rilevante è stato poi l’annuncio del ministro della Difesa quando ha affermato che: “Da parte mia proporrò la possibilità di prolungare il meccanismo del decreto anche per il prossimo anno”.
Crosetto ha ricordato che il meccanismo del decreto è stato scelto non dal governo Meloni ma è stato individuato, scelto e votato dal governo Draghi ed è stato votato anche dai partiti dell’attuale opposizione e praticamente da tutti i partiti della maggioranza.
Al Senato Crosetto ha anche spiegato perché il nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina si è reso necessario e perché la sua gestazione è stata così lunga. “È cambiata profondamente la situazione sul terreno dell’Ucraina, che fino a poco tempo fa riusciva a fermare il 90% degli attacchi mentre adesso ne ferma il 10%, perché si è evoluta in modo esponenziale la tecnologia russa e la velocità dei nuovi Shahed rende difficile, spesso impossibile, fermarli”.
Le richiesta di aiuti militari da parte dell’Ucraina si è quindi estesa: “Nei primi pacchetti era una richiesta a 360 gradi: mandateci qualunque cosa, perché era una guerra che stava iniziando. Man mano che la guerra è andata avanti e le minacce si sono circoscritte, chiedono delle cose che non sono disponibili, per cui si è ridotta l’intensità dei pacchetti proprio perché, passando il tempo e avendo mandato aiuti, le cose che servivano realmente non c’erano più e sono state difficili da mandare”.
Il ritardo accumulato, ha precisato il ministro della Difesa deriva da quella difficoltà: “sono cambiate le minacce, anche le cose che servono per fermarle”.
Sulle sollecitazioni ad un disimpegno militare dalla guerra in Ucraina talvolta invocato dalla Lega, Crosetto ha riaffermato la sua posizione: “Coloro che pensano che un disimpegno dell’Italia in qualche modo potrebbe far finire la guerra non capiscono che tutte le altre nazioni continuerebbero a mantenere la parola e continuerebbero ad aiutare e, inoltre, la possibilità di conquistare l’Ucraina aumenterebbe la volontà russa di proseguire la guerra”.
Si conferma dunque una posizione dell’Italia basata ancora su scenari improbabili e del tutto subalterna alle scelte “degli altri”, come se il paese fosse obbligato a buttarsi nel burrone della guerra perché vi si stanno buttando anche Mertz, Tusk o la Von der Leyen.
Ma la maggioranza della popolazione ha già fatto sapere – ripetutamente – che dentro a quel burrone non ci vuole finire, nè con il governo Meloni nè con altri governi. Prima se ne vanno a casa meglio sarà per tutti, e senza sconti per i guerrafondai di oggi… e di domani.
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