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Note sulla tratta Roma-Pisa e sulla protesta per i disservizi di domenica 8 febbraio

Riportiamo il racconto di un passeggero che ha avuto la sventura di trovarsi sulla tratta tirrenica che va da Roma alla Liguria nel pomeriggio di domenica 8 febbraio.

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Scene di ordinaria follia sulla linea ferroviaria della dorsale tirrenica e migliaia di passeggeri abbandonati per strada. L’ennesimo malfunzionamento, gli ennesimi disagi, ma anche la rabbia popolare. Mentre il governo prova a blindare il provvedimento sull’inutile grande opera del ponte sullo stretto, basta che un piccolo ponte ferroviario crolli per paralizzare un’arteria fondamentale del trasporto su ferro italiano.

Ma andiamo con ordine, perché i dettagli sono molti e determinanti, così come sono molti i livelli di ragionamento che pone un episodio come questo. Intorno alle ore 16 di domenica 8 febbraio, all’altezza di Santa Severa, fra Roma e Civitavecchia, crolla una parte della spalletta che sorregge il ponte ferroviario con il quale si attraversa il vecchio tracciato dell’Aurelia, fortunatamente senza creare feriti o vittime. E già qui vale la pena soffermarsi, quantomeno per denunciare lo stato di abbandono e trascuratezza in cui versano le infrastrutture pubbliche nel nostro paese.

Quindi l’effetto disastroso e potenzialmente mortale che le politiche di privatizzazione, e ora anche di corsa al riarmo, producono sulle condizioni di vita di milioni di lavoratori, lavoratrici, studenti e studentesse pendolari. Anziché pensare alle spese militari, ai grandi eventi e/o opere, sarebbe il caso che Salvini e il governo di cui fa parte si occupassero dei concreti problemi delle persone.

Su quella linea viaggiavano i pendolari che rientravano da Roma dopo una domenica lavorativa; chi tornava al nord dopo un fine settimana passato da parenti e amici, con la speranza di arrivare a casa in tempo per tornare al lavoro la mattina successiva. C’erano, poi, degli ignari e allibiti gruppi di turisti, quelli che dovrebbero essere attratti dall’invenzione patriottico-identitaria della cucina patrimonio dell’Unesco e che per decenni ci hanno detto che il turismo era una irrinunciabile ricchezza per tutto il bel paese, dimenticando il piccolo dettaglio delle posizioni di rendita, delle condizioni salariali e di lavoro indecenti su cui si basa l’industria turistica.

E ancora, beffa doppia, anche un gruppo di militari che doveva tornare in caserma dopo un periodo di congedo e che in quella caserma forse è riuscito ad arrivarci a notte inoltrata. In altre parole, un governo e un sistema infrastrutturale che non riesce neanche a soddisfare gli obiettivi minimi su cui costruisce la propria propaganda.

Alle ore 16 e 35 circa il primo treno che passa su quel tratto di linea in nei minuti immediatamente successivi al crollo, l’Intercity delle 15.57 partito da Roma Termini e diretto a Ventimiglia, viene fermato nella piccola e isolata stazione di Santa Severa. A questo punto inizia un’odissea piena di insidie per le centinaia di passeggeri, che si concluderà solo molto, molto più tardi.

Dopo quasi un’ora di sosta ingiustificata, di cui, cioè, i passeggeri non ne conoscono le cause né i termini, il personale di bordo comunica a tutto il treno -in maniera diretta, perché non funzionano gli altoparlanti- che il convoglio non può proseguire la corsa a causa di disagi sulla linea. Tuttavia, dicono i due capo-treno, non hanno ancora indicazioni sul da farsi. Dopo un’altra lunga fase di attesa finalmente comunicano le decisioni prese ai piani alti: Il viaggio è cancellato e il treno deve tornare a Roma, da lì poi si vedrà; in alternativa chi vuole proseguire può prendere un taxi.

Iniziano così le prime proteste, i primi malumori e le forme embrionali, spontanee, di solidarietà tra i passeggeri, che anticipano di gran lunga l’arrivo della CRI, giunta sul posto a portare acqua e biscotti. Sono passate abbondantemente le ore 19, il convoglio a quell’ora avrebbe dovuto essere già oltre Pisa; invece, tutto è fermo e neanche il fantomatico rientro verso il punto di partenza sembra concretizzarsi.

Le proteste aumentano, i passeggeri comprendono che tornare a Roma Termini dopo le 20 in una domenica sera piovosa di febbraio non è la soluzione migliore, anzi che non è proprio una soluzione, e cominciano a rivendicare il proprio diritto ad arrivare nei luoghi di destinazione, anche a costo, dice qualcuno, di occupare i binari della stazione. I riferenti dei passeggeri sono solo i due lavoratori a bordo, perché dalla Polfer e dall’assistenza telefonica di Trenitalia arrivano solo notizie confuse e discordanti, i quali vengono assaliti da passeggeri sempre più innervositi.

Alla fine di questa prima fase, superate le ore 20, arriva la notizia di fantomatici bus sostituitivi, ma attenzione, non per l’intera tratta, ma solo per arrivare alla stazione di Civitavecchia. Da lì in poi, nuovamente, “si vedrà”. Qui arriva anche lo sconforto e la preoccupazione delle persone che hanno ben chiaro che da Civitavecchia non sono previsti treni che facciano lo stesso tragitto per il quale avevano pagato un biglietto, oltretutto, neanche così economico.

La caccia all’ultimo taxi, anche a costo di sborsare cifre ragguardevoli, serve a poco perché i pochi mezzi più vicini sono già occupati e bisogna aspettare che arrivino da Roma; quindi, oltre allo sconforto comincia ad affiorare la rabbia. Il tempo passa, sono quasi le 21, l’ultimo treno che supera il confine della Regione Lazio parte alle 21 e 15, ma gli autobus sostitutivi non sembrano arrivare, le uniche notizie della loro esistenza arrivano grazie ad un gruppo si sfortunati passeggeri che viaggiavano nel senso inverso scaricato a Civitavecchia.

La pioggia battente nella stradina in mezzo ai campi che lega l’Aurelia alla piccola stazione di S. Severa si abbatte sulle centinaia di malcapitati viaggiatori Trenitalia, che iniziano a mostrare segni di insofferenza davvero pesanti mentre aspettano una navetta che sembra diventare sempre più un miraggio. La lavoratrice dell’assistenza, una ragazza giovanissima in servizio sui treni regionali, si trova a gestire da sola la folla che gli si è accalcata attorno chiedendo giustamente soluzioni; tenta di prendere tempo e dare rassicurazioni, le quali, però, non fanno che peggiorare lo stato degli animi non appena vengono smentite dallo svolgere degli eventi.

Il treno in partenza da Civitavecchia ormai è perso, siamo arrivati oltre le 22 quando all’orizzonte si avvista un bus turistico, pieno di altri passeggeri provenienti da Civitavecchia. Contemporaneamente un altro treno partito da Roma, arrivato solo a Ladispoli e fatto tornare indietro, poi ri-partito alle 20 e 12 arriva al punto di strozzatura di S. Severa. Scendono altre centinaia di passeggeri imbestialiti e assieme ai primi arrivati accerchiano il bus.

Evidente è l’impossibilità che il bus possa ospitare più di mille persone e allora, finalmente, i passeggeri passano all’azione. Inizia un blocco stradale spontaneo, al grido non isolato di qualche “Salvini merda” e “i soldi per le armi ci sono sempre però”, che paralizza l’Aurelia. “Finché non ci trovate una soluzione non ci muoviamo da qui”, urlano i passeggeri che vogliono tornare a casa dopo oltre 6 ore dalla partenza e 4 ore attesa.

Faticosamente altri due autobus riescono ad arrivare sul posto e dare vita alle prime spole verso Civitavecchia. I passeggeri arrivano in quella mai così agognata stazione, distrutti e consapevoli che la sfida è tutt’altro che superata: l’unico treno in partenza prima del mattino è quello delle ore 23 e 24 fa capolinea a Grosseto, a più di 450 km dalla destinazione finale del treno partito alle 15 e 57 da Roma.

Mentre il viaggio prosegue sul treno regionale diretto nel capoluogo maremmano, il capotreno fa sapere che si sta prodigando per assicurare dei bus che proseguano la tratta dopo Grosseto. Addirittura, prova ad avanzare l’iniziativa fa far proseguire direttamente il treno, nel caso in cui non dovessero esserci i pullman.

D’altra parte, ci sono persone anziane, bambini, una squadra di giovanissimi rugbisti accompagnata dai genitori che davvero non ce la fanno più. Tuttavia, una volta arrivati a Grosseto (sono ormai le 2 e mezza della notte) neanche la perspicacia e la buona volontà del capo treno e dei macchinisti viene incontro ai passeggeri.

Le sale controllo impediscono al treno di proseguire, ordinano di far scendere tutti dal treno in attesa dei bus, ma i passeggeri ormai non hanno più alcuna intenzione di fidarsi delle indicazioni di Trenitalia, né hanno voglia di tornare nuovamente al freddo e sotto la pioggia; quindi, chiedono rassicurazioni certe sull’arrivo dei mezzi sostitutivi come contropartita per scendere dal convoglio.

Tutto il personale del treno è dalla parte dei passeggeri. Grazie ai lavoratori inizia la trattava con le due sale controllo del Lazio e della Toscana, perché siamo su un regionale e Grosseto è una stazione di frontiera, quindi le competenze – e lo scaricabarile- sono condivise. Si impuntano i lavoratori, sono disposti a fare ore e kilometri straordinari per portarci a casa, “io non lascio bambini e anziani a piedi nel cuore della notte dopo una giornata di travaglio” dice il capo treno e conferma il macchinista.

Uno di loro addirittura vuole farsi dire a tutti i costi la motivazione per la quale le sale di controllo non volevano dare l’ok ed ha ragione, poiché, infatti, una volta arrivati al nocciolo della questione gli viene risposto che non c’è nessuna vera ragione all’impedimento della tratta. Dopo 12 ore e 9 minuti il treno è arrivato a Pisa, fermandosi li. Chissà che fine hanno fatto quelli che dovevano arrivare in Liguria e poi fino al confine.

Un viaggio della speranza come tanti altri che sempre più spesso devono affrontare i pendolari italiani. Un viaggio che però insegna molto. Ci dice che lottare, seppur in forma spontanea e disorganica, funziona, perché senza la determinazione dei passeggeri – soprattutto delle passeggere – il treno sarebbe tornato a Roma. Senza il blocco stradale non sarebbero arrivate le autorità, invocate vanamente per ore e non si sarebbero avuti i bus.

Ci racconta poi della forza e della determinazione dei lavoratori e delle lavoratrici, lasciati a gestire la patata bollente senza nessun mezzo e senza indicazioni chiare e/o veritiere. Soprattutto, insegna che davanti alle classi dominanti incapace di risolvere i problemi della gente, davanti alle contraddizioni del sistema sociale in cui viviamo solo il popolo salva il popolo.

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