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Napoli Est: addio alla delocalizzazione. Carburanti e container restano a Vigliena

Non è la prima volta che scrivo di questa vicenda e, certamente, non sarà l’ultima. Continuerò a occuparmene, perché le decisioni che si stanno assumendo oggi incideranno sul territorio e sulla qualità della vita dei cittadini di Napoli Est (Barra, San Giovanni a Teduccio, Ponticelli e Poggioreale) per i prossimi secoli; e non è affatto azzardato sostenerlo.

Il quotidiano Il Mattino dedica molta attenzione alle notizie riguardanti il Porto di Napoli e, di conseguenza, anche a quelle relative a San Giovanni a Teduccio (sic!). Ieri pomeriggio il giornale, capitatomi casualmente tra le mani, pubblicava addirittura due articoli a tutta pagina.

Dal tono degli articoli, l’ultimo dei quali pubblicato il 16 luglio, si rileva che il giornale ha avviato una campagna di persuasione, sollecitando una presa d’atto e sostenendo che «la coesistenza di queste realtà diventa ormai un obbligo» (16 luglio). La coesistenza, sottintesa “pacifica”, non è riferita alle persone; riguarda, invece, i carburanti e i container.

Chissà se altri attivisti, così come coloro che intendono candidarsi, siano a conoscenza di queste dinamiche e cosa eventualmente ne pensino. Sarebbe interessante comprendere quale sia il punto di vista di tutti i partiti, indistintamente, e dei galoppini che si rimboccano le maniche per sostenerli.

Secondo quanto riportato da Il Mattino – bisognerà comunque attendere la lettura dei documenti ufficiali – tutti i soggetti istituzionali e le imprese della logistica e dei carburanti avrebbero deciso che la cittadinanza debba rassegnarsi a vivere tra navi e serbatoi di carburante, container, viadotti e fasci di binari, che andranno a lacerare ulteriormente un territorio già profondamente compromesso.

Il primo articolo ha il titolo: «Il porto entra nel futuro: sbloccati altri 38 milioni per l’ultimo sprint lavori». Il secondo articolo reca il titolo: «Il nuovo polo di sviluppo nella darsena di levante, ma serve l’ok dei petrolieri». Commento innanzitutto il secondo articolo, ritenendo le informazioni fornite piuttosto insopportabili.

Nel resoconto si afferma sostanzialmente – e lo avevamo già compreso da tempo – che il Piano Regolatore Generale del Comune di Napoli, il quale prevedeva la delocalizzazione degli impianti petroliferi, così come l’accordo stipulato nel dicembre del 2006 con i petrolieri, che fissava la tempistica della dismissione degli impianti entro e non oltre il prossimo dicembre, sono ormai carta straccia.

Non ho mai pensato che gli atti citati prospettassero il regno dei cieli; tuttavia, oggi, a quanto pare, non sono più ritenuti validi nemmeno quelli. Naturalmente si fa costantemente riferimento al tema dello sviluppo (business), che sarà certamente rilevante per le holding del settore.

Per quanto riguarda invece la cittadinanza, si può prevedere un aumento del fabbisogno di posti letto nelle corsie degli ospedali. Come ormai noto, però, il diritto alla cura è sempre più difficile da garantire e, presumibilmente, non assisteremo neppure a un incremento dei posti letto. Nei luoghi in cui vengono assunte queste decisioni partecipa anche il Comune di Napoli.

Mi chiedo quindi che cosa abbia sostenuto al tavolo istituzionale e sarebbe interessante sapere se questi piani e questi progetti siano in sintonia con la narrazione dell’Amministrazione comunale che, sin dal suo insediamento, ha prospettato magnifiche sorti e progressive in tema di sicurezza, qualità urbana, recupero del mare e riqualificazione della litoranea.

L’articolo si concentra sulla necessità di conciliare le diverse attività della logistica e del settore carburanti. Si sottolinea che: «È stato istituito un tavolo tecnico con tutti i concessionari del polo energetico, Q8, Eni, Energas, Engycalor, Italcost, Petrolchimica Partenopea e Sonatrach, oltre all’attuale concessionario del terminal, Conateco del Gruppo Msc. Al tavolo partecipano anche la Capitaneria di Porto di Napoli, il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco e il Comune di Napoli», che ovviamente non poteva mancare.

Il resoconto sulle determinazioni assunte appare piuttosto reticente e poco comprensibile, poiché lascia intendere che si debbano conciliare attività che, per loro natura, presentano elementi di incompatibilità.

Il punto cruciale dell’articolo, nel quale viene citato il piano sottoposto dall’AdSP agli interlocutori, è il seguente: «Il testo sintetizza le criticità e i rischi legati alle interferenze tra i flussi del polo energetico e quelli previsti per il Terminal di Levante, ripercorre gli investimenti pubblici realizzati dal 2000, anno dell’Accordo di Programma Napoli Est, pari a circa 270 milioni di euro, e soprattutto prospetta una soluzione tecnica basata sulla ridistribuzione degli ormeggi, con l’obiettivo di non escludere alcun operatore. L’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale ha dovuto individuare questa soluzione tenendo conto del fatto che la variante al Piano regolatore portuale del 2004, che prevedeva la delocalizzazione di tutti i depositi costieri dal perimetro di Napoli Est, non è mai stata attuata. A oltre trent’anni di distanza, infatti, non è stata intrapresa alcuna azione concreta per incentivare gli operatori del polo energetico a trasferire le proprie attività altrove».

Nel resoconto non viene spiegato come si intendano risolvere le citate “interferenze” tra container e carburanti, ovvero tra attività che avrebbero dovuto essere separate proprio attraverso la delocalizzazione degli impianti petroliferi. Non è chiaro neppure il riferimento alla frase «ha dovuto individuare questa soluzione»: una soluzione alternativa alla dismissione degli impianti. Ma quale? Sembrerebbe quella di convogliare i «punti di carico del GPL, spostandoli dalla banchina troppo vicina ai flussi veicolari alla testata del Molo Progresso».

A questo punto diventa complesso ripercorrere l’intero iter autorizzativo che aveva posto in evidenza il problema dei rischi derivanti dalla commistione tra attività diverse. Il nodo centrale riguarda proprio la sicurezza connessa alla vicinanza del Molo Progresso, collocato al limite dell’area destinata ai container.

In sostanza, il gas arriverebbe in un punto estremamente delicato dello scalo, proprio dove erano state evidenziate specifiche criticità e controindicazioni. Penso anche che tali decisioni dovrebbero, secondo le norme, essere sottoposte nuovamente alla partecipazione del pubblico.

Nel primo articolo si legge che l’Autorità Portuale del Porto di Napoli avrebbe raggiunto tutti gli obiettivi previsti, completando importanti interventi sulle banchine, sulla diga Duca d’Aosta e sulla nuova cassa di colmata di Vigliena, della capacità di circa 400 mila metri cubi, che si aggiunge a quella già realizzata di oltre un milione di metri cubi. Entrambe le opere sono destinate a contenere materiale contaminato proveniente dai dragaggi portuali.

Viene inoltre indicato il prolungamento di 270 metri della diga Duca d’Aosta realizzato di recente. Si afferma inoltre che il Porto di Napoli riceverà nuovi finanziamenti pubblici: 38,8 milioni di euro dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e oltre 42 milioni di euro dal PNRR, destinati al potenziamento delle infrastrutture e alla conferma del ruolo strategico dello scalo nello sviluppo dei traffici marittimi del Mediterraneo.

Nell’articolo viene precisato che i 38,8 milioni di euro finanzieranno la realizzazione dei collegamenti stradali e di un nuovo “viadotto” di connessione tra il Terminal contenitori di Levante, «ormai pronto a entrare in funzione», e la rete autostradale. Il nuovo viadotto si aggiungerà quindi a quello già esistente e a un sistema infrastrutturale viario già fortemente congestionato.

Non è ancora chiaro con precisione dove sarà realizzata l’opera; presumibilmente potrebbe collocarsi nel tratto compreso tra l’incrocio di via Marina dei Gigli e il Ponte dei Granili. Si evidenzia inoltre che quest’ultima opera completerebbe un programma di interventi dal valore complessivo di circa 300 milioni di euro. A questo punto viene spontaneo chiedersi: che fare?

Innanzitutto, dovremmo chiedere conto delle decisioni assunte a coloro ai quali abbiamo affidato il nostro consenso democratico per ricordargli che devono compiere il proprio dovere. Se le risposte non dovessero risultare esaurienti, vi consiglierei di non votarli nuovamente, poiché anche dalle nostre scelte dipenderà la prospettiva futura dei nostri figli e dei nostri nipoti, i quali un giorno ci chiederanno conto delle decisioni assunte, anche oltre la nostra stessa esistenza.

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