La sera del 23 febbraio 1986, a Milano, viene ucciso Luca Rossi, vent’anni, studente di filosofia e giovanissimo militante di Democrazia Proletaria. A colpirlo è un proiettile sparato da una pistola d’ordinanza: l’arma è quella di Pellegrino Pollicino, agente della Digos fuori servizio.
Luca non stava partecipando a uno scontro, non stava fuggendo, non stava aggredendo nessuno. Era in Piazzale Lugano, zona Bovisa, e stava semplicemente andando a prendere un autobus.
Muore poche ore dopo, all’ospedale Niguarda, con l’addome trapassato: il proiettile gli ha lesionato organi vitali, attraversando fegato, stomaco e milza.
La sua “colpa” fu quella che troppe volte compare nei verbali, nei comunicati e nei titoli di giornale: essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma quel “momento sbagliato” non è un incidente. È un prodotto politico.
È una domenica. Luca esce dalla casa di via Varchi poco dopo le 21.30. Con Dario decide di raggiungere l’abitazione di un altro compagno. Per farlo devono prendere il filobus 91, alla fermata tra piazza Lugano e via Bodio.
Non si accorgono di ciò che accade a pochi metri. C’è confusione, una rissa, pestaggi, urla. In strada transita il 90 che copre visivamente parte dei movimenti. I due ragazzi sentono solo alcuni colpi: un paio di spari. Poi Luca crolla a terra.
Secondo le ricostruzioni, la rissa va avanti per oltre un quarto d’ora. L’agente, invece di chiamare rinforzi o gestire la situazione con gli strumenti dell’autorità, perde il controllo. Due persone coinvolte fuggono in auto. A quel punto Pollicino estrae la pistola d’ordinanza, si mette in posizione di tiro e spara ad altezza d’uomo contro un’auto che si sta allontanando.
Uno di quei proiettili attraversa il corpo di Luca. Luca non era un bersaglio. Ma lo era diventato per una logica: quella della licenza di sparare.
La Legge Reale: la cornice politica della morte “per sbaglio”
Non è un dettaglio, e non è un incidente. Il quadro normativo e culturale è quello della Legge Reale, che negli anni ha coperto e legittimato decine e decine di morti “per errore”.
È una legge che, nel nome dell’ordine pubblico, ha ampliato gli spazi di discrezionalità dell’uso delle armi. E quando l’uso delle armi diventa discrezionale, la morte di un passante non è più un evento impensabile: diventa una possibilità prevista, tollerata, assorbita.
È così che la “fatalità” viene trasformata in normalità. Ed è così che la repressione diventa amministrazione ordinaria.
La cortina fumogena della Questura
Come spesso accade in questi casi, la reazione istituzionale è immediata: alzare una cortina fumogena. Minimizzare, confondere, spostare l’attenzione, proteggere il corpo di appartenenza.
Non si tratta solo di difendere un singolo agente. Si tratta di difendere un principio più grande: l’impunità come pilastro operativo della gestione dell’ordine pubblico.
E infatti, nonostante il processo e le condanne, l’agente non pagherà mai davvero per quell’omicidio.
Un funerale di massa, una città che non dimentica
La morte di Luca Rossi non viene inghiottita dal buio.
Milano, quella Milano che non è nei manifesti pubblicitari, reagisce. Ai funerali partecipano migliaia di persone. In città, in quegli anni, qualcosa si muove: dopo la “traversata del deserto” dei primi anni ’80 — segnati da arresti, repressione, criminalizzazione generalizzata legata alle vicende della lotta armata — tornano a emergere soggetti sociali e pratiche di autorganizzazione.
È la Milano in cui ha appena avuto grande forza anche il movimento studentesco dell’85.
E la morte di Luca diventa un punto di rottura: un nome attorno a cui si coagula memoria, indignazione, conflitto.
La giustizia: una condanna che non ripara
I familiari e i compagni di Luca non cercano vendetta. Cercano verità e giustizia. Ma la risposta dello Stato è quella tipica: una condanna ridotta, una qualificazione “colposa”, un sistema che riconosce formalmente l’errore ma difende sostanzialmente l’apparato.
Le tappe processuali parlano chiaro:
- 1989, processo di primo grado: Pollicino rinviato a giudizio per omicidio volontario, ma il 7 aprile arriva una condanna a 8 mesi per “omicidio colposo accidentale”.
Scoppia l’indignazione, manifestazioni e mobilitazioni, raccolta firme perché la Procura Generale impugni la sentenza. - Maggio 1989: la Procura Generale ricorre.
- 1990, processo d’appello: il 27 febbraio l’agente viene condannato a 2 anni per omicidio colposo aggravato.
- 1991: la Cassazione conferma.
Due anni. Per un ragazzo di vent’anni ucciso con un colpo sparato ad altezza d’uomo in una strada di Milano.
Dal sangue alla memoria: “625”, il libro bianco sulla Legge Reale
La morte di Luca Rossi non resta solo un lutto.
Da quel giorno, amici, parenti e compagni decidono di contrastare l’osceno silenzio attorno a quella schiera di sommersi prodotta dalla repressione “legale”. Nasce un percorso di memoria militante e controinchiesta, che porterà anche alla realizzazione di un lavoro fondamentale:
“625. Libro bianco sulla Legge Reale. Materiali sulle politiche di repressione e controllo sociale”, pubblicato nel 1990, a cura del Centro d’Iniziativa Luca Rossi.
Un numero, “625”, che diventa simbolo: non della burocrazia, ma del tentativo di fare luce su un dispositivo che trasforma la vita umana in danno collaterale.
Luca Rossi: una morte che parla ancora
Quella notte del 1986 non è solo una pagina di cronaca. È una pagina politica. È un frammento di storia italiana che mostra una dinamica sempre attuale: più potere alla polizia, meno controllo, più impunità.
Luca Rossi non è morto “per sbaglio”.
È stato ucciso dentro un sistema in cui lo Stato, quando spara, pretende sempre di avere ragione.
E se oggi quel nome continua a essere ricordato, non è per nostalgia. È perché la memoria di Luca Rossi ci dice una cosa semplice e brutale: la repressione non è mai un’eccezione. È un metodo.
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