Martedì 3 marzo a Milano abbiamo assistito, al classico “pasticciaccio brutto” di un presidio convocato sotto il Consolato USA che ha rivelato le ambiguità e le debolezze del campo della sinistra “radicale” pur di fronte alla portata enorme degli eventi bellici che si stanno verificando in Iran e Medio Oriente.
Un risultato penoso e controproducente, in qualche modo solo “compensato” dalla buona riuscita della piazza di Roma, che ha avuto ben altre caratteristiche contrapponendosi apertamente alle forze italiane, filo-israeliane e iraniane che sostengono i bombardamenti sull’Iran.
Scattata l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, come Rete dei Comunisti, assieme ad altre forze politiche, ci siamo da subito attivati per scendere in piazza e indicare le responsabilità degli USA e di Israele nel generale attacco ai popoli del Medio Oriente e non solo, ma anche la complicità del nostro governo e delle istituzioni europee nello spingere sull’acceleratore del militarismo e dell’economia di guerra. Un processo che sta accompagnando in tutta evidenza la repressione, la compressione dei diritti e l’attacco sempre più feroce ai settori popolari e di classe, rischiando poi di trascinarci direttamente in guerra.

Abbiamo deciso di rispondere, con le nostre parole d’ordine, alla convocazione chiamata da altre forze politiche e sindacali della piazza a Milano sotto il consolato USA, evitando “settarismi” e senza creare spaccature inutili di fronte alla gravità della situazione, anche perché, in un primo momento, la mobilitazione era stata convocata su una piattaforma debole ma tutto sommato condivisibile.
Nel giro delle successive 48 ore, però, la convocazione e la piazza si è andata configurando come una vera e propria palude politica, ambigua e pericolosa, al punto che la nostra scelta finale è stata di evitare la partecipazione ritagliandoci un momento di protesta precedente e separato.
Ancora una volta c’è chi ha pensato, mantenendo una ambiguità di fondo volta a schivare i problemi, di tentare di accreditarsi nel cosiddetto “campo largo” o ad “allargare” al cosiddetto “popolo della sinistra” (con risultati anche numerici deludenti), facendo di una questione seria come quella della guerra una merce di scambio strumentale.
Questo ha prodotto la voragine che abbiamo visto in piazza martedì a Milano, creando le condizioni affinché si spostasse l’attenzione sullo scontro che si è verificato nella piazza stessa tra le diverse posizioni tra diversi gruppi di iraniani, una ambiguità alimentata dal “né-né-ismo” degli organizzatori che avevano convocato in piazza, fornendo così ampia visibilità e spazio di manovra agli ulteriori contestatori reazionari muniti di bandiera dello scià di Persia e di Israele.

Quanto è accaduto è il frutto della mancanza di una posizione netta e coerente. È del tutto fuorviante continuare ad evitare di assumersi la responsabilità di cogliere nel nostro contesto il nemico principale (Usa e Israele).
Inseguire e farsi poi utilizzare dai corpi intermedi del “campo largo”, rinnovando una subalternità pluridecennale, porta ormai a fare proprie di fatto le posizioni da “sinistra imperiale” di Elly Schlein, quella che in nome della superiorità dell’Europa non disdegna affatto di aggredire o sanzionare altri paesi o altri popoli nel resto del mondo.
Accettare questa logica è stata una discesa negli inferi che ha determinato lo sbandamento delle forze di classe, l’abbandono di una prospettiva internazionalista capace di ricostruire una prospettiva socialista e comunista, cosa nel tempo ha provocato la sfiducia e a volte persino l’odio per il tradimento subìto da parte dei settori popolari.
C’è bisogno di ben altre indicazioni e determinazione davanti alla crisi sempre più evidente e alla rinnovata aggressività da parte dell’Occidente collettivo dentro (e verso il basso) e fuori i propri confini, piuttosto che anteporre distinguo e i propri desiderata alla necessità di combattere contro l’imperialismo, anche di casa nostra, le sue complicità e responsabilità, senza se e senza ma.
Un atteggiamento esattamente opposto è stato invece quello che ha fatto riuscire le enormi mobilitazioni a fianco del popolo palestinese lo scorso autunno, manifestazioni che hanno rotto gli argini della passività nel nostro paese.
Proprio sulle mobilitazioni sulla Palestina queste ambiguità e subalternità dannose si sono manifestate in maniera chiara e limpida. Fin dall’inizio del genocidio la questione di “appoggio/dissociazione da Hamas” è stata utilizzata come una clava contro la possibilità di costruire un movimento di solidarietà al popolo palestinese, mentre era in realtà un elemento secondario di fronte a 76 anni di resistenza di un popolo alla pulizia etnica e massacri sfociati nell’orrore di un genocidio vero e proprio.
Oggi e di nuovo, a “sinistra”, molti ricadono nella stessa trappola sulla questione dell’“appoggio/dissociazione dalla Repubblica Islamica”, spingendosi inconsapevolmente o consapevolmente sulla narrazione decisa di fatto da Israele, ieri nella retorica del “massacro del 7 ottobre”, di “liberare i palestinesi da Hamas”, in una spirale disarmante e devastante, oggi sul liberare le donne iraniane dagli ayatollah.
La stessa logica la si è vista anche sul Venezuela, nel tentativo di separare l’attacco al paese dal rapimento del Presidente Maduro e dal processo Bolivariano, ma a Milano viene riproposta anche ogni 25 aprile, quando in nome dell’unità antifascista e dei “valori condivisi” si è marciato, spesso in una sfilata con caratteristiche da “rave party”, dietro ai responsabili dell’equiparazione nazismo-comunismo, della brigata ebraica, o alle bandiere dalla NATO, ecc.
Emerge la necessità di costruzione di percorsi coerenti, autonomi e in rottura con queste logiche. È un terreno difficile che spesso ci ha visti andare controcorrente e talvolta in solitudine, ma sulla quale continueremo ad impegnarci con tutti le compagne, i compagni e le realtà che rigettano ogni equidistanza di fronte all’aggressività militare dell’imperialismo.
Per queste ragioni parteciperemo sabato 7 marzo, come tutti i sabati, alla manifestazione indetta a Milano dalle organizzazioni palestinesi per dire “Giù le mani dal Medioriente, fermiamo il genocidio in Palestina, no al progetto della Grande Israele e al dominio imperialista USA”, assieme a chi coerentemente si è sempre mobilitato a fianco del popolo palestinese e contro le aggressioni imperialiste.
Sabato 7 marzo tutte e tutti al corteo “Giù le mani dal Medioriente” da Piazza Scala al Consolato USA.
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