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Multa per aver protestato: a Brescia la democrazia si paga cara

Una manifestazione pacifica, nessun incidente, cittadini in piazza per esprimere dissenso. Il risultato? Una condanna e centinaia di euro di multa per il coordinatore provinciale dell’Unione Sindacale di Base. A Brescia basta un cavillo burocratico — per di più tratto da un Regio Decreto del 1931 — per trasformare il diritto di manifestare in un reato amministrativo. E c’è chi pretende ancora di chiamarla normalità democratica.

Una multa per aver fatto assemblea

Il GIP di Brescia ha condannato a una pesante multa — centinaia e centinaia di euro — Dario Filippini, coordinatore provinciale della Unione Sindacale di Base (USB) e anche collaboratore di “Brescia del Popolo”.

La colpa? Aver promosso la manifestazione del 30 dicembre 2025 in Piazza Paolo VI, dove numerosi cittadini bresciani avevano partecipato a una pubblica assemblea per protestare contro l’arresto di Mohammad Hannoun e di altri dirigenti palestinesi, accusati ingiustamente — secondo i manifestanti —  di terrorismo.

Un’assemblea pubblica, politica, pacifica. Nessun incidente, nessun disordine, nessun problema di sicurezza. Eppure è arrivata la condanna. Non per violenze. Non per disordini. Ma per un dettaglio procedurale.

Il cavillo del 1931: quando la burocrazia diventa repressione

Secondo la ricostruzione delle autorità, Filippini avrebbe – sì – notificato la manifestazione alla Questura, ma “senza rispettare i tempi di preavviso previsti dalla normativa“. Normativa che affonda le radici in un Regio Decreto del 1931. Un dispositivo legislativo nato in un’altra ben triste epoca storica e politica, che oggi viene riesumato per colpire chi organizza mobilitazioni sociali.

Su questa base la Questura di Brescia, da tempo accusata dai movimenti locali di condurre una pressione repressiva costante sulle iniziative di protesta, ha denunciato il sindacalista.

Il risultato? Una multa inflitta senza che l’accusato o la sua difesa venissero ascoltati.

Giustizia sommaria? Molti, a Brescia, iniziano a chiamarla semplicemente così.

Il messaggio politico dietro la sanzione

La questione non è soltanto giuridica. È profondamente politica. Perché la condanna arriva in un clima nazionale segnato dall’inasprimento delle politiche di sicurezza e dalle discussioni sul nuovo decreto sicurezza, che prevede ammende di migliaia di euro contro i manifestanti sulla base di semplici procedure di polizia. Il segnale che viene da Brescia è chiaro: la piazza può diventare un problema amministrativo da punire, non più uno spazio democratico da tutelare.

Il rischio è evidente. Quando si colpisce chi organizza assemblee pubbliche pacifiche con sanzioni economiche, il messaggio è uno solo: protestare può costare caro. Molto caro.

Brescia di oggi, laboratorio repressivo dell’Italia di domani

A Brescia si intravede insomma già il modello che il nuovo pacchetto sicurezza del governo di Giorgia Meloni sembra voler normalizzare: meno diritto, più discrezionalità di polizia. Prima si colpisce l’organizzatore con una multa basata su una norma regia e fascista del 1931. Poi si introducono il fermo preventivo, i divieti di partecipazione ai cortei, le sanzioni sempre più pesanti di migliaia e migliaia di euro.

Il messaggio è brutale nella sua semplicità: la protesta non viene vietata formalmente, viene resa rischiosa, costosa, scoraggiata. Bastano un preavviso giudicato tardivo,un’interpretazione restrittiva, una decisione amministrativa e il dissenso finisce sotto sanzione.

Non è la sospensione della democrazia — è qualcosa di più sottile: la sua lenta trasformazione in un sistema dove protestare è possibile solo finché non dà fastidio e finché si hanno soldi abbastanza. E quando lo Stato comincia a punire chi organizza assemblee pacifiche, il problema non è più una multa a un sindacalista. Il problema è che il potere ha iniziato a trattare il dissenso come un’infrazione.

Se protestare diventa un lusso

La domanda che questa vicenda lascia sul tavolo è semplice e scomoda: che democrazia è quella in cui una manifestazione pacifica finisce con una multa basata su una norma fascio-monarchica del 1931?

Quando il diritto di protestare viene trasformato in una questione di cavilli burocratici, la democrazia smette lentamente di essere un diritto e diventa un privilegio. E a quel punto la vera questione non è più la multa a un sindacalista. La vera questione è quanto spazio resta, in Italia, per il dissenso.

Solidarietà e mobilitazione

Di fronte alla condanna, Potere al Popolo e “Brescia del Popolo” esprimono quindi piena solidarietà a Dario Filippini e all’USB, che ha annunciato da parte sua l’intenzione di reagire sia per vie legali sia attraverso la mobilitazione democratica.

Per noi, la vicenda è l’ennesimo segnale di una deriva repressiva che starebbe prendendo forma nel Paese sotto il governo guidato da Giorgia Meloni.

Per questo rinnoviamo l’appello alla mobilitazione nazionale: il 14 marzo a Roma è prevista una manifestazione insieme ai sindacati di base.

Brescia: l’incontro contro la repressione

Nel frattempo, a livello locale, l’ USB e Potere al Popolo chiamano alla partecipazione a un momento pubblico di confronto e mobilitazione.

Incontro pubblico contro la repressione
Martedì 10 marzo – ore 17
Sede USB di Brescia
Via Corsica 142

Un appuntamento rivolto a tutte le realtà e alle persone che negli ultimi mesi si sono mobilitate in città.

* da La Brescia del Popolo

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