Di fronte ad estati sempre più calde e a città nelle quali cemento e asfalto amplificano gli effetti dell’aumento delle temperature, una espressione magica sembra essere entrata stabilmente nel vocabolario delle amministrazioni pubbliche: “riforestazione urbana”.
Piantare alberi, creare nuove aree verdi, restituire permeabilità ai suoli sono diventati obiettivi ricorrenti nei programmi comunali e nei progetti finanziati con risorse nazionali ed europee. E non si tratta affatto di una moda ambientalista. I dati disponibili mostrano quanto il verde urbano possa diventare uno strumento concreto di adattamento climatico.
Nel luglio scorso l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha diffuso i risultati del progetto MIRIFICUS – Monitoraggio degli Interventi di Riforestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti –, coordinato dall’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE): nelle simulazioni effettuate in alcune aree di Roma e Firenze, combinando riforestazione, nuovi spazi verdi e depavimentazione, la riduzione delle temperature superficiali supera nelle ore più calde persino i 4 gradi, mantenendosi nell’arco della giornata intorno ai 2-2,2 gradi.
Nelle aree boscate urbane di Firenze sono state inoltre rilevate temperature sensibilmente inferiori rispetto ai quartieri più densamente edificati. Insomma, sappiamo che cosa bisognerebbe fare. Ma è proprio qui che cominciano i problemi.
Gli alberi che non ci sono
L’Italia si trova infatti davanti a un paradosso difficilmente immaginabile: mentre tutti parlano di riforestazione urbana, rischiano di mancare proprio gli alberi necessari per realizzarla.
Francesco Ferrini, professore di Arboricoltura all’Università di Firenze e presidente del Distretto vivaistico di Pistoia, ha lanciato un allarme molto netto: nei vivai italiani non vi sarebbero oggi alberi sufficienti per rispondere alla domanda generata dai nuovi programmi di forestazione e, per determinati interventi, sarebbero necessari da due a sette anni di programmazione preventiva.
Il problema non nasce improvvisamente. Per anni, secondo Ferrini, non si è investito adeguatamente nei vivai pubblici, spesso chiusi o ridimensionati perché considerati poco redditizi. Nel frattempo la produzione privata si è naturalmente rivolta verso un mercato già esistente e una parte considerevole delle piante prodotte è destinata all’esportazione. Nel distretto di Pistoia, cuore del vivaismo italiano, circa il 70 per cento della produzione sarebbe già destinato ai mercati esteri: milioni di piante.
Il risultato è quasi surreale. Dopo aver trattato per decenni il verde come elemento accessorio della trasformazione urbana, oggi le amministrazioni scoprono contemporaneamente di averne urgente bisogno. Ma un albero non si produce premendo un interruttore. Ha bisogno di tempo. E la programmazione del verde, proprio perché riguarda organismi viventi, dovrebbe cominciare anni prima della posa dell’ultima pietra di una riqualificazione urbana, non qualche settimana prima dell’inaugurazione.
Prima gli alberi, poi il resto
È forse questo il vero cambio culturale necessario.
Nella pianificazione urbana tradizionale il verde arriva spesso alla fine. Si progettano strade, parcheggi, edifici, piazze e infrastrutture e solo successivamente ci si domanda dove collocare qualche albero.
È significativo quanto afferma Nicolò Begliomini dell’Associazione Vivaisti Italiani: il verde è stato troppo spesso «l’ultima ruota delle riqualificazioni». La prospettiva dovrebbe essere esattamente opposta: pensare prima alla struttura verde della città e organizzare attorno ad essa il resto dello spazio urbano.
Non si tratta semplicemente di piantare più alberi. Si tratta di conservare quelli che già esistono, creare suoli nei quali possano vivere e programmare oggi il patrimonio arboreo di cui avremo bisogno fra dieci, venti o cinquant’anni. Perché cento giovani piantine non equivalgono automaticamente a cento alberi adulti.
Una pianta appena messa a dimora possiede una chioma limitata, offre poca ombra e necessita di cure, irrigazione e manutenzione. Soltanto crescendo aumenteranno progressivamente la superficie della chioma, l’ombreggiamento, l’evapotraspirazione, la capacità di immagazzinare carbonio e, complessivamente, i servizi ecosistemici che può offrire. E non tutte le piante messe a dimora arriveranno a quel punto.
Per questo il numero degli alberi piantati dice molto meno di quanto sembri. Sarebbe assai più interessante sapere quanti siano ancora vivi dopo tre, cinque o dieci anni, quale superficie di chioma abbiano effettivamente sviluppato e, soprattutto, quale sia il saldo tra il verde che c’era prima e quello che esiste dopo l’intervento.
Brescia e la sfida dei 33.000 alberi
Questa introduzione era necessaria, perchè il problema ci riguarda molto da vicino.
Brescia ha adottato negli ultimi anni una strategia di transizione climatica che contiene principi largamente condivisibili. Il progetto “Un Filo Naturale” parla esplicitamente di una “città spugna”, capace di restituire permeabilità al terreno, e di una “città oasi”, nella quale aumentare ombra e fresco e ridurre l’isola di calore urbana.
Sono obiettivi importanti e alcuni interventi sono già stati realizzati. In via Metastasio, ad esempio, la riqualificazione conclusa nel 2024 ha interessato 8.180 metri quadrati con un investimento di circa 1,27 milioni di euro.
Ma l’intervento più imponente è quello avviato lungo la Tangenziale Sud, dove Comune e Provincia hanno previsto la realizzazione di nuovi boschi urbani attraverso la messa a dimora di circa 33.000 piante autoctone, distribuite in diversi comparti, dalla Volta a Campo Grande, da via Maggia alla zona industriale e alle Bettole.
Si tratta di un progetto di dimensioni considerevoli e sarebbe sbagliato liquidarlo come una semplice operazione d’immagine.
La tecnica adottata prevede infatti l’utilizzo di piante forestali molto giovani, di uno o due anni, collocate a forte densità, circa 1.500-1.800 per ettaro. La scelta delle piccole dimensioni non è quindi, di per sé, indice di cattiva progettazione: secondo i tecnici favorisce l’adattamento delle piante al nuovo ambiente e consente alla competizione naturale di selezionare progressivamente gli esemplari destinati a formare il bosco maturo. È una precisazione importante. Ma proprio da qui nasce una domanda altrettanto importante.
Che cosa c’era prima?
Per preparare le aree destinate alla nuova forestazione non si è intervenuti su terreni completamente privi di vegetazione.
La stessa Provincia di Brescia riferisce che, tra le operazioni preliminari, sono stati effettuati anche abbattimenti di piante definite non autoctone o pericolose, insieme alla rimozione delle radici, alla pulizia delle aree e alla preparazione del terreno.
Non abbiamo trovato, però, nei documenti pubblicamente disponibili, un censimento che consenta di capire quante piante siano state eliminate, quali fossero le loro dimensioni, quali specie siano state abbattute e, soprattutto, quante fossero effettivamente pericolose e quante invece siano state rimosse perché appartenenti a specie non autoctone. Non è una questione secondaria.
Un albero già sviluppato esercita oggi le proprie funzioni: produce ombra, evapora acqua attraverso la chioma, trattiene carbonio, offre habitat e contribuisce al microclima. Una piantina di uno o due anni potrà forse svolgere in futuro le stesse funzioni, ma evidentemente non può farlo nell’immediato. La domanda corretta per valutare ciò che sta accadendo in città, allora, non è soltanto: quanti alberi sono stati piantati?
È anche: quanto verde è stato eliminato per farlo e quanto tempo occorrerà perché il nuovo bosco restituisca i servizi ecosistemici eventualmente perduti? È una domanda alla quale, almeno sulla base della documentazione pubblicamente disponibile, non si trova risposta…
Le piante che non attecchiscono
C’è poi il problema della sopravvivenza.
Sappiamo con certezza che una parte delle nuove piante della Tangenziale Sud non ha superato la prima estate. Nel novembre 2025 la Provincia ha comunicato che nel mese precedente era stato completato il ripristino delle piante non attecchite, sostituendo quindi gli esemplari morti. Quante? Il dato non viene indicato.
Anche qui occorre evitare conclusioni troppo semplici. I responsabili comunali hanno spiegato che, in un intervento di forestazione intensiva di questo tipo, una quota di mortalità è fisiologica e viene preventivata: intorno al 20 per cento. La forte densità iniziale serve anche a consentire una successiva selezione naturale.
Non avrebbe quindi senso giudicare il successo o il fallimento dell’intervento dalla semplice presenza di alcune piantine morte. Avrebbe invece molto senso conoscere il tasso effettivo di attecchimento e confrontarlo con quello previsto dal progetto. Perché Brescia ha già conosciuto quanto possano essere vulnerabili le nuove piantumazioni. Nell’estate siccitosa del 2022 morì il 20 per cento dei 186 alberi messi a dimora nell’ambito di “Un Filo Naturale”. In quel caso il dirigente comunale del settore Verde spiegò che si trattava di una mortalità doppia rispetto a quella fisiologicamente prevista. È un episodio diverso dall’attuale forestazione della Tangenziale, ma contiene una lezione importante: piantare un albero è soltanto l’inizio.
In una città esposta a estati sempre più calde e siccitose occorre garantirgli acqua, manutenzione e condizioni sufficienti perché possa superare proprio gli anni più delicati della sua crescita.
Piantare non significa riforestare
Il punto è proprio questo. Una seria politica del verde non può essere misurata soltanto attraverso il numero delle nuove piantumazioni.
Occorre contabilizzare anche gli alberi abbattuti, la superficie di chioma perduta e quella recuperata, il tasso di sopravvivenza delle nuove piante e il tempo necessario perché esse raggiungano dimensioni tali da svolgere realmente le funzioni per le quali sono state piantate.
Altrimenti rischiamo di costruire una contabilità ambientale singolare: un grande albero abbattuto vale meno di dieci piccoli alberelli appena messi a dimora semplicemente perché dieci è un numero maggiore di uno. Ma la natura non funziona come un bilancio numerico.
Questo non significa sostenere che ogni vegetazione preesistente debba essere conservata a qualunque costo. Esistono alberi malati o instabili che devono essere abbattuti; esistono specie invasive che possono richiedere interventi; esistono progetti nei quali sostituire una vegetazione degradata con un ecosistema più equilibrato può produrre nel lungo periodo un risultato migliore.
Ma proprio perché queste scelte possono essere tecnicamente giustificate, dovrebbero essere misurabili e verificabili.
Quanta biomassa viene eliminata? Quanta superficie di chioma? Quali servizi ecosistemici vengono temporaneamente perduti? In quanti anni il nuovo impianto dovrebbe recuperarli?
Solo rispondendo a queste domande possiamo sapere se una forestazione rappresenta realmente un guadagno ambientale e, soprattutto, quando comincerà ad esserlo. Chissà se l’ Amministrazione Comunale risponderà mai a questi interrogativi…
Anche gli alberi sono diventati una risorsa scarsa
C’è infine un’altra contraddizione che riporta Brescia al problema nazionale. Già quando nel 2024 venne annunciato il progetto dei 33.000 alberi, i tecnici comunali segnalarono che reperire un numero così elevato di piante non era affatto semplice: non tutti i vivai disponevano delle quantità necessarie. Per questo si scelse di ricorrere al vivaio forestale regionale di Curno per ottenere specie autoctone certificate. Due anni dopo, l’allarme lanciato dal settore vivaistico nazionale mostra quanto quel problema fosse tutt’altro che episodico.
Se nei prossimi anni centinaia di amministrazioni cercheranno contemporaneamente milioni di alberi per rispettare programmi climatici e obiettivi di riforestazione, dopo decenni nei quali non si è costruita una filiera vivaistica adeguatamente programmata, anche gli alberi rischiano paradossalmente di diventare una risorsa scarsa. E il cambiamento climatico, purtroppo, non aspetterà i tempi dei nostri bandi.
Il verde non è arredamento urbano
Brescia ha compiuto recentemente un altro passo importante. Dal luglio 2026 è entrato in vigore il nuovo Regolamento del Verde, che riconosce esplicitamente il ruolo della vegetazione nella tutela della biodiversità, nel contrasto alle isole di calore, nella permeabilità dei suoli e, più in generale, nella produzione di servizi ecosistemici.
È una direzione condivisibile. Ma proprio questo nuovo approccio dovrebbe spingerci a cambiare anche il modo con cui valutiamo le politiche urbane del verde. L’obiettivo non può essere semplicemente raggiungere una determinata cifra di alberi piantati. Dovrebbe essere aumentare realmente, e stabilmente, la capacità della città di produrre ombra, assorbire acqua, ridurre le temperature, ospitare biodiversità e rendere più vivibili i quartieri.
Per questo la prima regola della riforestazione urbana dovrebbe forse essere la più semplice: prima di piantare un nuovo albero, impariamo a proteggere quelli che abbiamo già.
Poi occorre programmare. Rafforzare la produzione vivaistica. Scegliere specie adatte alle condizioni climatiche future. Garantire acqua e manutenzione nei primi anni. Depavimentare il suolo. Collegare le aree verdi. Controllare gli attecchimenti. Rendere pubblici i risultati. E soprattutto smettere di considerare il verde come la decorazione finale di una città già progettata. Perché nelle città sempre più calde del prossimo futuro gli alberi non saranno un elemento di arredo. Saranno un’infrastruttura essenziale.
Le promesse crescono più in fretta degli alberi
A questo punto vale forse la pena ricordare una piccola pagina della campagna elettorale del 2023. Il 25 febbraio, presentando la propria candidatura, Laura Castelletti annunciò che Brescia avrebbe messo a dimora, entro il 2030, 200.000 nuovi alberi: uno per ogni abitante della città. Pochi giorni dopo il candidato del centrodestra Fabio Rolfi giudicò la cifra poco ambiziosa e rilanciò: 500.000 alberi. Era cominciata, insomma, una sorta di asta elettorale del verde.
Oggi, dopo aver scoperto che per produrre gli alberi occorrono anni di programmazione, che i vivai italiani faticano già a soddisfare la domanda, che una parte delle giovani piante inevitabilmente non attecchisce, che ciascuna deve essere irrigata e curata e che occorrono anni prima che una piantina possa offrire i servizi ecosistemici di un albero adulto, quelle cifre meritano forse di essere rilette con qualche maggiore prudenza.
Duecentomila, cinquecentomila: in campagna elettorale gli alberi sembrano crescere con una facilità straordinaria. Peccato che, fuori dai comizi, la natura abbia tempi assai meno disponibili alle esigenze della propaganda.
Ed è forse proprio questa la lezione conclusiva. Una seria politica ambientale comincia quando si smette di promettere alberi come se fossero numeri da aggiungere a un programma elettorale e si comincia a considerarli per quello che sono: organismi viventi che devono essere prodotti, piantati, curati e fatti crescere per decenni. Le promesse, invece, attecchiscono molto più facilmente.
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