Tre mobilitazioni in dodici ore. Dal Palazzo di Giustizia al caro carburanti, fino alla scuola. Il 1° ottobre Brescia ha vissuto una giornata nella quale battaglie apparentemente diverse hanno finito per raccontare qualcosa di comune: la necessità di difendere gli spazi del dissenso e della partecipazione in un Paese nel quale quegli spazi sembrano restringersi.
Ci sono giornate nelle quali avvenimenti apparentemente lontani finiscono quasi casualmente per comporre un’unica fotografia. Il 1° ottobre, a Brescia, è stata una di queste.
Nell’arco di appena dodici ore si sono succedute tre manifestazioni diverse per promotori, contenuti e obiettivi. Alle 9 davanti al Palazzo di Giustizia; alle 18 davanti a un distributore ENI; alle 19 in Largo Formentone. Tre proteste che, prese separatamente, raccontavano tre vicende differenti. Guardate insieme, però, hanno posto una domanda molto più generale: quanto spazio rimane oggi per chi vuole opporsi alle scelte politiche ed economiche dominanti?
“Potere al Popolo!” ha aderito alle iniziative ed è stato presente con propri rappresentanti. Perché esse, da prospettive differenti, ci sono sembrate intercettare qualcosa di profondo che sta accadendo nel Paese.
Una democrazia sempre più stretta
La cornice nella quale si è svolta questa giornata è quella di un clima politico che negli ultimi mesi si è fatto plumbeo.
Uno dei terreni sui quali questo processo è apparso più evidente è stato quello della legge elettorale e, in particolare, delle condizioni imposte alle nuove formazioni che intendano presentarsi alle elezioni.
Il problema non è soltanto tecnico. Riguarda una questione assai più grande: chi può entrare nell’arena politica e a quali condizioni?
Chi rimane a casa per protesta non viene conteggiato come forza di opposizione. Semplicemente, nella distribuzione della rappresentanza, non conta. E così può accadere che forze politiche consolidate continuino a governare con un consenso effettivo sempre più ridotto, mentre per una nuova formazione anche soltanto arrivare sulla scheda elettorale diventa una corsa a ostacoli, una scalata dell’Everest in infradito.
Eppure, un’astensione record non rappresenta affatto un problema insormontabile per chi già occupa le istituzioni. Al contrario, stiamo tornando a una concezione ottocentesca della politica, nella quale il potere torna progressivamente a essere «una questione tra pochi ottimati», come nell’Italia monarchica sabauda di fine XIX secolo.
Ma che cosa diventa una democrazia quando partecipano sempre meno cittadini e contemporaneamente diventa più difficile per nuove forze organizzarsi, presentarsi alle elezioni e ottenere rappresentanza?
E c’è anche un’altra distinzione, forse ancora più radicale, da fare: quella tra l’avversario che il sistema riconosce, espone continuamente e combatte pubblicamente e l’avversario che invece viene semplicemente reso invisibile. Il riferimento è a Orwell e a 1984: non solo reprimere il dissenso, ma cancellarlo dallo spazio pubblico.
Insomma la visibilità del dissenso è diventata una questione politica.
Ed è proprio da qui che si può cominciare a leggere ciò che è accaduto a Brescia il 1° ottobre.
Ore 9. La libertà sindacale davanti al tribunale
La prima tappa della giornata è stata alle 9 davanti al Palazzo di Giustizia di Brescia, in via Lattanzio Gambara.
USB aveva convocato un presidio in occasione dell’ultima udienza del procedimento riguardante Luigi Borrelli, delegato sindacale dell’aeroporto di Brescia-Montichiari.
Borrelli era stato colpito da diverse sanzioni disciplinari da parte di GDA Handling dopo aver organizzato varie proteste davanti all’aeroporto per opporsi al traffico di armi, alla militarizzazione dello scalo e al coinvolgimento dei lavoratori nella filiera degli armamenti. Ne abbiamo parlato tante volte nel corso di questi ultimi due anni su “Brescia del Popolo”.
Una vertenza apparentemente locale che USB ha invece collocato all’interno di una mobilitazione molto più ampia: quella dei lavoratori dei porti, delle ferrovie e della logistica che si sono opposti alla produzione e al trasporto di materiale destinato ai teatri di guerra.
La questione che la mattina del 1° ottobre è arrivata davanti al Palazzo di Giustizia andava dunque oltre la singola vicenda personale.
Fin dove può spingersi il diritto di un lavoratore e di un rappresentante sindacale a contestare ciò che transita attraverso il luogo nel quale lavora, in questo caso carichi di armi, munizioni ed esplosivi ?
Al momento in cui questo articolo viene chiuso, siamo ancora in attesa di conoscere la sentenza. Ma la mattina del 1° ottobre, davanti al tribunale, una questione è stata posta pubblicamente. Ed è già un risultato.
Ore 18. Il pieno diventa una questione politica
Nove ore dopo, lo scenario era completamente cambiato.
Alle 18, davanti al distributore ENI di via Valle Camonica, si è svolto il secondo flash mob bresciano contro il caro carburanti, dopo quello organizzato la settimana precedente in via Milano. Questa volta i “gilet gialli” bresciani hanno presidiato il distributore con striscioni, bandiere e una pompa di benzina di cartone sulla quale campeggiavano, accompagnati significativamente da un punto interrogativo, i prezzi indicati come “medi”.
Anche questa seconda iniziativa ha incontrato una reazione largamente favorevole da parte degli automobilisti. In molti si sono fermati a prendere il volantino e non sono mancati commenti come «Era ora che qualcuno si muovesse» o «Bisognerebbe fare sciopero». La collocazione del distributore, meno frequentata dai pedoni rispetto a quella scelta per il primo flash-mob svoltosi il 23 settembre scorso, ha reso più difficile il contatto con chi passava a piedi, ma non quello con il traffico automobilistico.
C’è stato anche chi non ha gradito. Un automobilista, passando davanti al presidio, ha mostrato il dito medio e gridato un insulto contro i «comunisti», infastidito dalla bandiera rossa di Sinistra Anticapitalista. Un episodio isolato in un quadro che gli organizzatori descrivono invece come caratterizzato da un consenso quasi unanime.
Ed è probabilmente questo l’elemento politicamente più interessante. Il caro carburanti è uno di quei temi nei quali una questione apparentemente quotidiana — quanto costa fare il pieno — può trasformarsi immediatamente in una questione sociale.
La mobilitazione, che sta cominciando a riprodursi anche in altre città italiane, soprattutto nel Mezzogiorno, non si è infatti limitata a chiedere una riduzione del prezzo alla pompa. Gli organizzatori hanno giudicato insufficiente la riduzione temporanea avviata da ENI e successivamente seguita da altre compagnie petrolifere e hanno rilanciato richieste molto più radicali: requisizione dei sovrapprofitti, controllo pubblico dei prezzi dei carburanti e stop all’aumento delle spese militari.
È qui che il distributore di via Valle Camonica ha smesso, almeno per un’ora, di essere semplicemente il luogo nel quale si va a fare benzina. È diventato il luogo nel quale porre una domanda politica molto più grande: chi deve pagare il prezzo delle scelte economiche e internazionali di questi anni?
Per i manifestanti la risposta era scritta sugli striscioni: non i lavoratori, non i pensionati, non chi ogni giorno deve fare i conti con salari e redditi che non tengono il passo con il costo della vita. E così, per un po’, anche fare il pieno è diventato un fatto politico.
Ore 19. «A scuola nessuno è straniero»
Era trascorsa appena un’ora quando la giornata ha cambiato nuovamente volto.
Alle 19, in Largo Formentone, presso il Presidio Permanente Palestina libera di Brescia, si è tenuta l’assemblea pubblica «A scuola nessuno è straniero».
Al centro della mobilitazione c’erano le recenti misure governative sulla presenza degli studenti stranieri nelle classi e, più in generale, una concezione della scuola discriminatoria.
Il documento che accompagnava la protesta rovesciava infatti il ragionamento: il problema della scuola italiana non sono gli studenti stranieri, ma il sottofinanziamento, il precariato, le condizioni degli edifici, il costo crescente dell’istruzione e la scarsità delle risorse destinate all’insegnamento dell’italiano L2 e alla mediazione culturale.
A dare alla mobilitazione un simbolo era stata però una vicenda semplicissima.
Alla scuola Daneo di Genova bambini, insegnanti e genitori avevano realizzato uno striscione:
«Qui nessun@ è stranier@».
La sua rimozione aveva trasformato quelle poche parole in qualcosa di molto più grande.
USB Scuola aveva quindi lanciato una mobilitazione nazionale invitando a far comparire la stessa frase in tutti gli istituti scolastici italiani. Il documento che accompagnava l’iniziativa poneva una domanda elementare: può davvero essere considerato pericoloso uno striscione contro la discriminazione realizzato da bambini e bambine?
E così, dopo il tribunale e dopo il distributore di benzina, la terza tappa della giornata riportava ancora una volta allo stesso tema: chi stabilisce i confini entro i quali è possibile dissentire?
Tre proteste, una stessa domanda
Aeroporto. Benzina. Scuola. A prima vista non c’entravano nulla l’uno con l’altra. Eppure il 1° ottobre bresciano ha messo in fila tre conflitti che parlavano tutti, in modi diversi, del rapporto fra cittadini e potere.
Il diritto di un sindacalista di contestare il coinvolgimento del proprio luogo di lavoro nella filiera bellica. Il diritto di lavoratori e cittadini di mettere in discussione i profitti delle grandi compagnie mentre salari e pensioni non tengono più da un pezzo il passo con il costo della vita. Il diritto di una comunità scolastica di contestare una politica governativa discriminatoria.
E sullo sfondo rimaneva la questione con la quale abbiamo cominciato: il diritto di chi non si riconosce nell “’offerta politica” esistente a organizzarsi, rendersi visibile e provare a costruire un’alternativa.
Non occorre immaginare un grande disegno nel quale ogni episodio sia diretto dalla stessa mano. Sarebbe troppo facile e probabilmente anche sbagliato. Il problema può essere molto più ordinario. Una democrazia può restringersi attraverso tanti piccoli passaggi apparentemente scollegati: una barriera elettorale più alta; una protesta che fatica a trovare spazio; un conflitto sindacale; uno striscione rimosso; cittadini che smettono di votare perché pensano che il loro voto non serva più a nulla.
Ed è forse proprio questa la fotografia che ci ha lasciato il 1° ottobre. Non è stata la presa del Palazzo d’Inverno. Sono state tre piccole mobilitazioni in una città di provincia.
Tre luoghi diversi, tre episodi diversi, tre gruppi di persone che hanno deciso, semplicemente, di non restare a casa.
Un tribunale. Un distributore di benzina. Una piazza.
Un giorno di ordinaria lotta al sistema. Per questo “Potere al Popolo!” c’era.
* da La Brescia del Popolo
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