Il primo dato da cui partire è quello della piazza. Un corteo, partito da Piazza Ferrarese e che ha provato ad arrivare al Porto di Bari, costruito in pochi giorni fuori dai grandi partiti e dai sindacati concertativi ha portato in strada centinaia di persone, in larghissima parte giovani.
Nemmeno il comportamento della questura, che dopo lunghe trattative ha atteso fino all’ultimo giorno per vietare il punto d’arrivo del corteo, ha saputo contenere la determinazione della città nello scendere in piazza e contestare il governo.
Questi dati dimostrano che esiste uno spazio politico per un’opposizione che non chieda legittimità al centrosinistra e che sappia parlare direttamente a lavoratori, studenti e giovani.
Mentre fuori dal porto si costruiva una mobilitazione indipendente contro il governo, dentro il porto Meloni celebrava i 1.413 giorni del suo governo, trasformando un record di longevità in una sagra di partito, con una narrazione di successo, completamente distante dalle condizioni reali di vita, di studio e di lavoro in questo paese. Un’autocelebrazione costruita in uno spazio pubblico blindato, separato dal resto della città. Il porto è stato infatti reso di fatto off limits alla mobilitazione, mentre al corteo veniva impedito di arrivare al Terminal crociere. E rimane tutta da chiarire, sul piano della trasparenza amministrativa, la questione degli eventuali costi e degli oneri pubblici legati all’utilizzo di quello spazio per una festa di partito.
Ancora più significativa è stata la posizione del sindaco PD Vito Leccese. Nel suo messaggio a Meloni, Leccese ha scritto “Cara Giorgia, benvenuta a Bari”, definendo positiva la presenza della premier, richiamando persino la figura di Pinuccio Tatarella come parte della storia della città e parlando della “militanza” come fattore comune delle loro biografie. Non solo galateo istituzionale, ma una insopportabile e sfacciata posa da leccapiedi, che alla fine dimostra quanto poco siano diversi il centrosinistra e la destra di governo (e la “militanza” non c’entra niente: non sanno nemmeno cosa significhi!).
Dall’altra parte, Meloni ha provato a trasformare la banchina del porto in una “festa di popolo”, condendola con qualche panzerotto e spaghetto all’assassina. Ma anche qui la propaganda si scontra con la realtà: nei giorni precedenti si parlava di 10mila presenze attese, alla fine le foto circolate da loro ne mostrano poche migliaia, con decine di pullman pagati per arrivare persino dal nord Italia.
Soprattutto, però, ciò che bisognerebbe chiedersi è quale popolo fosse rappresentato su quel palco. Sicuramente non il popolo dei lavoratori di Taranto che nello stesso giorno ha visto partire 2.500 licenziamenti nell’indotto ex Ilva. Non il popolo dei giovani costretti a emigrare. Non il popolo che paga affitti, precarietà, salari bassi e un sistema economico sempre più subordinato alle esigenze della guerra.
E proprio quanto successo a Taranto, probabilmente, rende grottesca la celebrazione di Bari. Mentre il governo festeggiava la propria longevità, 28 aziende dell’indotto annunciavano oltre 2.500 licenziamenti, legati alla chiusura dell’area a caldo e alla totale assenza di una programmazione industriale capace di garantire continuità occupazionale. Questa è la vera fotografia del governo nel Mezzogiorno in cui probabilmente la stabilità del governo coincide con l’instabilità della vita di chi lavora.
Se al Sud il lavoro industriale viene distrutto e quello pubblico viene progressivamente impoverito, quale futuro viene offerto alle giovani generazioni? Sempre più spesso la risposta sembra essere: partire, precarizzarsi oppure arruolarsi. Non è un caso che il sistema delle Forze armate continui a presentare il reclutamento come un percorso professionale per i giovani di tutto il paese, ma soprattutto del Sud – tema sul quale bisognerà tornare a riflettere.
È il segno di un Paese che non riesce più a garantire un futuro attraverso il lavoro e che contemporaneamente prepara una società sempre più orientata alla guerra.
Dentro questo quadro si inserisce anche la repressione. Tre compagni di Cambiare Rotta e altri compagni e compagne di vari collettivi presenti in città sono stati sottoposti a fermo preventivo mentre raggiungevano pacificamente il corteo.
Un corteo pacifico, un percorso progressivamente ristretto e una città trasformata in una zona militarizzata raccontano quanto gli spazi del dissenso vengano considerati un problema di ordine pubblico. E il fatto che a essere colpiti siano stati direttamente compagni e compagne impegnati quotidianamente nelle scuole, nelle università e nelle piazze rende evidente il tentativo di colpire proprio quei settori che possono costruire un’opposizione indipendente.
Non è casuale, allora, che la mattina del 5 settembre Futuro Nazionale abbia scelto Bari per parlare di “sicurezza”, “remigrazione” e “stop all’islamizzazione”. Il dato politico del loro presidio è tutt’altro che secondario. È evidente che non vogliano rappresentare un’opposizione al Governo capitanato da Giorgia Meloni, piuttosto una competizione interna alla destra per spostare ancora più a destra il dibattito politico, accusando il governo di non essere abbastanza duro su immigrazione e sicurezza. Per noi questo rappresenta la conferma che la destra non si combatte inseguendone i temi – come qualcuno fa da anni, finendo per spianargli la strada – ma costruendo una risposta radicalmente diversa.
È questo, allora, il bilancio politico di queste due giornate. Ciò che più Bari ha mostrato è che esiste uno spazio per chi non vuole stare nel bipolarismo che vorrebbero imporre nel paese tra destra e centrosinistra.
I fatti di Bari indicano la strada: quella dell’autonomia e dell’indipendenza politica dalla destra, naturalmente, ma anche da un centrosinistra che troppo spesso si limita a contestare Meloni a parole per poi legittimarla nei fatti. Un punto di partenza, dunque, per chi vuole organizzare nei luoghi della formazione, nei quartieri e sui posti di lavoro quella rabbia che ieri ha trovato una espressione politica e di lotta importante, e costruire un’alternativa complessiva alle politiche del governo, alle barbarie della guerra, che può essere solamente fuori dal capitalismo e dall’imperialismo. Socialismo o barbarie!
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