Sta creando scalpore l’annuncio riguardante gli imminenti provvedimenti “antinvasione saracena” della scuola italiana urlato da Giorgia Meloni alla festa dei giovani neofascisti. Può essere dunque utile commentare tali annunciati provvedimenti e calarne il reale significato nel contesto scolastico.
Meloni annuncia un decreto volto a limitare al 30% la presenza degli alunni stranieri nelle classi. In realtà, una disposizione in tal senso esiste dal 2010, a firma di Maria Stella Gelmini. Si tratta di una semplice indicazione ministeriale, non di un decreto legge, ma è comunque interessante notare che è stata completamente disattesa dalle scuole semplicemente perché non applicabile, come hanno ribadito diversi dirigenti scolastici di fronte alla dichiarazione di Meloni.
Tra l’altro, già la definizione di “straniero” è assai poco chiara poiché a causa dell’arcaica legislazione del nostro paese vengono inclusi in tale categoria anche bambine e bambini nati in Italia da genitori non italiani, che sono perfettamente a loro agio con la lingua e le nostre abitudini, tifano Inter o Milan, ascoltano i cantanti italiani ecc.
Comunque, comprendendo anche tali giovani, la percentuale degli alunni “stranieri” nelle scuole italiane è complessivamente dell’11%. Sono presenti tuttavia casi di maggiore presenza locale di alunni stranieri, dovute evidentemente al tessuto produttivo e abitativo di alcune città, relative al lavoro dei genitori e al mercato immobiliare (affitti cari in particolare), che portano le famiglie migranti, in alcuni casi, a concentrarsi in specifici quartieri, ma anche a spostarsi ripetutamente per trovare condizioni abitative meno costose.
Esiste poi un altro fenomeno, documentato in passato da diverse ricerche, di famiglie italiane particolarmente soggette al fascino delle scuole di élite o presunte tali, che scelgono per i loro figli scuole dove ci sono pochi stranieri e meno disabili perché hanno letto le sballate teorie di Galli Della Loggia sul fatto che queste ultime categorie di allievi farebbero rallentare il ritmo d’apprendimento delle classi. Queste scelte familiari sbilanciano evidentemente per una quota il rapporto tra studenti italiani e “stranieri” nati o non nati in Italia.
Quindi esistono effettivamente delle (poche) situazioni in cui la percentuale di alunni “stranieri” nelle classi supera il 30% e Meloni si preoccupa che possa accadere che gli italiani, in alcune situazioni, siano una minoranza. Mi chiedo se la cosa sarebbe, alla fine, tanto grave.
Tra l’altro, se Meloni guardasse alle scuole di paesi con storie migratorie più antiche della nostra scoprirebbe che diversi sistemi scolastici europei già vivono questa realtà. In ogni caso, non si può pensare di trasferire a forza bambini e bambine da una scuola, da un quartiere, da una città, solo per rispettare un rapporto numerico “massimo” tra italiani e stranieri.
Inoltre, come ho già scritto, esistono alunni e alunne “straniere” diversi tra loro, in particolare chi è nato in Italia o vi risiede da tempo e chi invece è arrivato da poco; le necessità di accoglienza e integrazione come i problemi linguistici sono chiaramente differenti.
Tuttavia, Meloni non è interessata all’accoglienza dei minori stranieri, anzi non li vorrebbe proprio o comunque si preoccupa che non diventino troppo numerosi, malcelando le sue pulsioni nazionaliste in salsa di difesa dell’identità e delle “radici”.
Infatti, un provvedimento che aiuterebbe le scuole dove ci sono molti ragazzi stranieri di insediamento più recente (definiti NAI, con uno dei terribili acronimi in uso nelle scuole) sarebbe potenziare la presenza di insegnanti di italiano L2 previsti, a dire il vero, solo per la scuola secondaria, dal DPR 19/2016.
La storia della relativa classe di concorso A-23 è singolare, poiché a seguito del citato DPR sono stati banditi dei concorsi per assumere i relativi insegnanti. Purtroppo, i posti a cattedra messi a concorso sono stati stranamente decrescenti dai 506 del 2016 ai soli 39 del 2023, cioè inversamente proporzionali all’aumento dei minori stranieri nelle scuole.
Il dato tuttavia più grave è che gli insegnanti di italiano L2 non sono praticamente mai arrivati nelle scuole poiché dopo il concorso i relativi posti non sono stati inseriti dalle istituzioni territoriali nell’organico di diritto delle scuole.
Inoltre, dal 2024 il ministero ha trasformato le cattedre di italiano L2 in posti di potenziamento per le classi che avessero più del 20% di alunni stranieri. Si tratta di 751 posti per tutta Italia ma il Ministero non ha mai comunicato quanti siano stati i docenti effettivamente assegnati alle scuole.
In pratica, di fronte all’aumentare dei minori stranieri nelle scuole la risposta del governo non è quella di offrire agli istituti risorse umane e materiali, bensì quella di lanciare grida propagandistiche xenofobe e annunciare provvedimenti improbabili e non attuabili.
Quanto alla seconda pensata meloniana, quella sul divieto della burka a scuola, chi leggesse le parole della premier senza conoscere la realtà delle scuole, potrebbe pensare che i nostri istituti siano invasi da stuoli di ragazze in burka. Chi invece tale realtà la vive sa che, di fatto, il problema non esiste. Non ci sono da nessuna parte allieve che si presentano a scuola con la burka. È solo un discorso falso e truffaldino volto a creare negli italiani sentimenti islamofobi di insicurezza e paura di “perdita identitaria”.
Resta l’ultimo dei punti urlati da Meloni ai giovani balilla, che riguarda l’obbligo di seguire corsi d’italiano per i genitori degli alunni con gravi difficoltà scolastiche. L’idea di istituire un tale obbligo potrebbe, in realtà, far sorridere, ma cela dei gravi malintesi pedagogici in cui tra l’altro è incorso già il ministro Valditara.
Infatti, con tale obbligo si sottintende che le “difficoltà” scolastiche dei ragazzi derivino dal parlare, nell’ambiente domestico, la lingua madre dei genitori. Tutte le ricerche pedagogiche dimostrano invece che usare in casa una lingua diversa da quella del contesto esterno non comporta particolari difficoltà nell’apprendimento della seconda.
Per contro, invece, parlare con i genitori in una lingua che questi ultimi non padroneggiano adeguatamente può provocare disturbi della comunicazione affettiva e difficoltà nello sviluppo cognitivo-affettivo. È comunque positivo sia dal punto di vista cognitivo che relazionale-affettivo che i bambini e le bambine crescano serenamente bilingui.
Quanto ho scritto riguarda solo i problemi sollevati dal delirante intervento di Meloni, quindi ho volutamente ignorato che la presenza di alunni e alunne straniere nella scuola pone interrogativi pedagogici e politici ben più ampi di quanto attiene all’insegnamento/apprendimento della lingua italiana, coinvolgendo la necessità di una prospettiva educativa interculturale e decoloniale.
Si tratta di un’apertura d’orizzonte che riguarda l’aspetto generale dei percorsi scolastici dei giovani stranieri ma che coinvolge anche gli italiani, che dal contatto con altre culture possono trarre nuovi stimoli e arricchimenti. Ma questo non interessa certo né a Meloni né a Salvini, che anzi sono impegnati da tempo in un’opera di deinternazionalizzazione e provincializzazione della cultura italiana.
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