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Il movimento contro la guerra riparte dai lavoratori e dai settori popolari

Le manifestazioni di Pisa e Roma del 19 marzo hanno rimesso al centro dell’agenda politica la questione del no alla guerra su un terreno inusitato rispetto alla storia recente dei movimenti pacifisti. Nel solco delle mobilitazioni nei porti di Genova, Trieste e Livorno, i lavoratori dell’aeroporto civile G. Galilei e la piazza nel quartiere Cinecittà di Roma hanno dato una impronta diversa alla lotta contro la guerra in atto in Ucraina.

Il limite dei movimenti pacifisti a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo è sempre stato il poco radicamento nei settori popolari, non certo per responsabilità dei promotori, ma a causa delle caratteristiche politiche ed economiche entro le quali quei movimenti si sono sviluppati.

La crisi dei subprime del 2008 e l’attuale pandemia (tutt’altro che alle nostre spalle), hanno velocizzato i tempi di una crisi sistemica del capitalismo che non trova soluzione, ma anzi si approfondisce sempre più, determinando le condizioni di un conflitto interimperialistico che produce tensioni irrisolvibili, di cui la guerra in Ucraina è perfetta espressione.

Il declino dell’imperialismo statunitense, la “resilienza” della UE di fronte a tutte le crisi che deve affrontare, la determinazione russa ad affermarsi come potenza neo imperiale frenando manu militari l’espansionismo occidentale in Medio ed estremo oriente e ora in Europa orientale, la crescita economica impetuosa della Cina, sono tutti elementi che compongono il quadro entro il quale si determineranno le prossime conflagrazioni economiche, finanziarie e militari, foriere di scenari potenzialmente apocalittici per l’umanità intera.

Uscire da questo quadro analitico, riducendo il campo visuale su un terreno geopolitico, di un legittimo ma insufficiente rifiuto etico della guerra o, peggio ancora, di “tifoseria” e/o equidistanza tra i soggetti in conflitto, potrebbe portare il potenziale movimento contro la guerra ad intraprendere strade residuali e senza prospettive.

Occorrerà coniugare le prossime mobilitazioni no war con le lotte e le mobilitazioni operaie, studentesche e giovanili emerse negli ultimi mesi prima dell’inizio delle ostilità in Ucraina, di cui lo sciopero operaio del prossimo 22 aprile sarà un passaggio molto importante.

La vera e propria guerra “economica” che sta subendo il nostro blocco sociale di riferimento deve divenire uno degli elementi centrali intorno al quale costruire le prossime campagne e mobilitazioni, cercando di intercettare quel rifiuto diffuso e trasversale all’ingresso dell’Italia in guerra riscontrato dai recenti sondaggi.

Insieme a questo occorre denunciare con forza l’imperialismo USA, la NATO e le scelte militariste del polo imperialista europeo, che con la Dichiarazione di Versailles del 10 e 11 marzo ha pianificato un rilancio sistematico e senza precedenti del sistema militare europeo, con aumenti astronomici di spesa.

Il governo Draghi, pura espressione delle volontà imperialistiche della UE, si è posto all’avanguardia delle politiche aggressive contro la Russia, in termini di propaganda, sanzioni e proiezione militare, con invio di armi e uomini a ridosso del vulcano ucraino. Un esecutivo guerrafondaio e militarista, contro il quale concentrare l’attacco politico e le nostre energie militanti.

La mobilitazione del 19 marzo a Pisa è riuscita a contemperare e rappresentare questi contenuti, agitati con angolature diverse dalla Rete dei Comunisti, dall’Unione Sindacale di Base, da Potere al Popolo! e da Cambiare Rotta, ma anche da diverse altre realtà politiche e sindacali presenti, dal PRC al PCI, dai Cobas ai vari comitati e associazioni che hanno aderito all’appello “da Pisa ponti di pace, non voli di guerra!” Insieme a questi contenuti e soggettività erano presenti le diverse anime del movimento pacifista storico, tanti giovani e tanti lavoratori non organizzati.

Il compito dei comunisti dovrà essere quello di mantenere la barra dritta sul terreno dell’analisi e delle indicazioni generali di mobilitazione, tenendo insieme soggettività organizzate e singoli che si affacciano per la prima volta sullo scenario politico.

Un compito non facile, nel quale siamo aiutati dallo sviluppo degli eventi e da una capacità di sintesi politica ed organizzativa che dovremo affinare in corso d’opera.

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