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Questioni teoriche : economia e politica, capitalismo e guerra (prima parte)

Lo scritto di cui qui presento la prima parte ha lo scopo di fissare alcuni punti teorici decisivi, prendendo le mosse dal livello raggiunto dal marxismo negli anni ‘70-‘80 dello scorso secolo, prima dell’inabissamento attuale. Nel testo non vi sono note o rimandi (ma non si farà fatica ad intravedere i numerosi autori di cui mi giovo) perché le sue proposizioni sono espresse in forma di tesi, e ciò non per chiudere il discorso ma per determinare meglio la posizione che offro alla discussione. L’esigenza politica che motiva questo intervento è la necessità di iniziare a fare chiarezza sulla questione dello stato e della guerra, mostrando l’intimo legame del capitalismo con l’uno e con l’altra. Il principale oggetto polemico sono tutte le teorie che (intrecciando neoanarchismo, postoperaismo e liberismo puro e semplice) prendono per buona l’immagine che la globalizzazione ha dato di sé ed incolpano lo stato di tutti i mali passati e futuri, non comprendendo che la logica di potenza propria di ogni stato diviene espansionismo compulsivo ed illimitato solo grazie all’incontro dello stato stesso con la voracità del capitale. Ed impedendoci così di capire l’immanenza della guerra come fattore dominante delle dinamiche geopolitiche e di classe. Dinamiche di cui qui ho voluto indicare la strettissima connessione (anche ragionando al livello teorico più astratto) per sottolineare sia il peso determinante della geopolitica dell’imperialismo nel definire le relazioni di classe, sia il possibile legame fra lotte di classe e lotte antimperialiste e nazionali.

Il presente lavoro faceva originariamente parte di un più corposo abbozzo (contenente anche una ampia riflessione sul socialismo, di cui rimando la pubblicazione) circolato in forma ristretta quasi un anno fa. Rispetto alla versione originaria molte sono le modifiche, e non solo formali, ed alcune sono recentissime: segno anche questo della consapevole problematicità delle tesi qui esposte.

1.1

E’ non soltanto impreciso ma del tutto erroneo dire che nel capitalismo l’ “economia” domina la “politica”. Piuttosto, seguendo le tracce della critica dell’economia politica, bisogna dire che sono i rapporti sociali tipici del capitalismo a dar vita sia alla sfera economica che a quella politica e a spiegare le mutevoli relazioni fra le due. E paradossalmente la vera importanza della politica si coglie proprio a partire dall’analisi dei processi che rendono possibile il formarsi, all’interno del complesso della società, di una autonoma sfera economica dotata di leggi proprie e capace di imporre le proprie esigenze a tutti gli altri ambiti. Tale sfera conquista compiutamente la propria autonomia solo quando l’accumulazione di una massa crescente di denaro diviene lo scopo generale della produzione, e quando è divenuto possibile ottenere tale accumulazione senza ricorrere alla forza e ricorrendo piuttosto ai soli mezzi propri della produzione stessa, ossia allo scambio apparentemente libero di forza lavoro contro salario e con la conseguente organizzazione (all’apparenza, meramente tecnica) della produzione da parte del capitale. Date queste condizioni, l’attività economica non è più finalizzata alla semplice sussistenza della società né al fornire mezzi al potere politico, ma all’accrescimento del medium generale dell’economia stessa, ossia del denaro, accrescimento ottenuto, almeno in linea di principio, senza ricorrere alla coercizione politica contro i lavoratori o contro i concorrenti. Una tale situazione storica non è il frutto di una naturale evoluzione che manifesti finalmente una (presunta) superiore razionalità dell’agire economico, ma deriva dalla comparsa di particolari rapporti sociali che segnano una cesura con tutta la storia precedente. Se il denaro diviene forma generale della ricchezza e quindi scopo fondamentale della produzione, ciò avviene soltanto perché un determinato rapporto sociale, ossia la separazione dell’attività produttiva sociale nel lavoro di numerosi produttori privati indipendenti gli uni dagli altri, fa sì che i prodotti divengano merci, e che il denaro divenga l’unica chiave per accedere a tali prodotti. Se l’estrazione del plusprodotto (condizione per ottenere più denaro) può avvenire senza immediata coercizione politica, ciò avviene perché un determinato rapporto sociale, ossia la separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione, fa sì che i lavoratori siano “naturalmente” costretti a vendersi come merce e a regalare al capitalista la propria capacità di cooperazione, che del plusprodotto è fonte.

1.2

Nel capitalismo questi fondamentali rapporti sociali si presentano veramente come tali – ossia come rapporti di potere tra proprietari privati e tra proprietari e lavoratori – soltanto nelle fasi di evidente crisi, mentre normalmente assumono invece una forma economica che li occulta e li rende più efficaci. Da un lato, infatti, i rapporti tra uomini, presentandosi come rapporti tra cose (ossia tra entità economiche), si nascondono nelle cose stesse: il denaro sembra possedere per propria natura quella capacità di acquisire tutte le merci che invece gli deriva dall’essere l’unica connessione possibile tra produttori privati, ed il capitale sembra produrre per propria natura quel plusvalore che in realtà è effetto, in ultima analisi, della separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione. D’altro canto, però, i rapporti tra cose non sono semplicemente un velo steso a nascondere la natura dei rapporti sociali, non sono soltanto una forma di occultamento ma anche una forma di funzionamento dei rapporti sociali in quanto li riproducono automaticamente grazie alla propria stessa esistenza. L’esigenza della tesaurizzazione monetaria e della valorizzazione del capitale deriva dalla mera esistenza del denaro come forma generale della ricchezza, e nessuna pianificazione della produzione è possibile se questa “cosa” continua ad avere la medesima funzione. Lo sfruttamento del lavoratore si realizza quotidianamente e “spontaneamente” attraverso la mera esistenza del salario, poiché quest’ultimo, remunerando soltanto il valore della forza lavoro, costringe automaticamente il lavoratore a partecipare soltanto ad una quota limitata della ricchezza sociale creata dalla sua cooperazione con gli altri lavoratori: nessuna rivoluzione può andare pienamente ad effetto se mantiene in piedi questa categoria economica.

2.1

Considerando le cose dal punto di vista della riproduzione della società capitalistica si nota subito, però, che il funzionamento in forma economica dei rapporti sociali non può che generare una contraddizione. La forma economica consente, come abbiamo già visto, una più agevole riproduzione dei rapporti giacché tutto in essa sembra obbedire ad una logica tecnica e neutrale, sostanzialmente estranea a relazioni di potere. Tuttavia i rapporti sociali non sono riducibili a rapporti tra cose, ma riguardano le classi ed i loro antagonismi: i rapporti sociali eccedono sempre i semplici rapporti tra cose, e così le transazioni economiche sono sempre inevitabilmente accompagnate da durissimi conflitti, a volte da conflitti antagonistici, che possono essere mediati o repressi soltanto da una istanza extraeconomica, ossia dallo stato. E’ quindi ben vero che il funzionamento normale del capitalismo, ossia il suo funzionamento come dinamica meramente economica, è ciò che meglio consente al capitalismo stesso di riprodursi e di accrescere il proprio potere senza eccessive frizioni. In condizioni normali, infatti, la separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione si riproduce senza bisogno di coercizione politica, perché ogni ciclo produttivo, oltre a mettere capo a merci, produce anche il capitale come entità autonoma dal lavoratore e altresì il lavoratore come soggetto costretto a vendersi. Ma, come notato dallo stesso Marx, queste “condizioni normali” possono essere assicurate soltanto dallo stato. E non sono mai assicurate una volta per tutte. Se è vero che tratto specifico del capitalismo è il fatto che nessun potere politico interviene all’interno della produzione al fine di determinare il tasso di sfruttamento del lavoro e la ripartizione sociale dei suoi risultati, ciò non significa però che all’esterno della produzione non possa ed anzi non debba nascere uno specifico potere politico a garanzia del funzionamento normale della produzione stessa: soltanto l’esistenza dello stato consente al capitalista di poter fare a meno dello stato stesso nella gestione ordinaria dello sfruttamento. Storicamente il rapporto strettissimo tra capitale e stato si è senza dubbio presentato come incontro tra due realtà eterogenee aventi origini e logiche decisamente diverse e conflittuali. Ma d’altra parte se lo stato non fosse esistito il capitale avrebbe dovuto inventarlo, giacché l’esistenza dello stato è parte essenziale del concetto di capitale.

2.2

Conviene precisare che qui non si intende affatto sottovalutare quella relativa autosufficienza dell’ “economico” che è specificità storica del capitalismo e fa sì che il capitalista possegga un potere sociale proprio, che gli pertiene in quanto padrone dei mezzi di produzione e non in quanto padrone dello stato. La cosa deve anzi essere sottolineata in quanto ci aiuta a capire che, poiché l’espropriazione ordinariamente non è attuata da un potere politico, essa non può essere contrastata da una mera iniziativa politica a meno che tale iniziativa non si estenda fino ai rapporti sociali, ossia fino alla soppressione o alla forte limitazione della proprietà privata, del carattere di merce del lavoro e dell’asimmetria di potere tecnologico trai lavoratori e i vertici organizzativi della produzione. Ma qui si intende far rilevare che, data l’inevitabile presenza di rapporti sociali antagonistici, l’espulsione della politica dall’interno della produzione comporta dialetticamente, come ritorno del rimosso, la concentrazione della politica stessa al di fuori della produzione e quindi la costruzione di un potere di stato decisamente più efficace e pervasivo di quello delle epoche precedenti. Insomma, senza lo stato e senza la politica il capitalismo, semplicemente, non esisterebbe: l’economia tende a risolvere da sola il problema della riproduzione, ma non riesce mai nel compito che si è data. Il potere sociale che si esprime nei processi economici (e quindi l’implicita valenza politica di questi ultimi) non rende perciò superflua l’esistenza di specifiche istituzioni politiche; anzi, queste stesse istituzioni possono usare i processi economici come arma apertamente politica, sia assecondando le autonome scelte dei capitalisti sia attuando, attraverso le strategie del banchiere centrale o del ministro dell’economia, precise politiche di classe sotto forma di politiche economiche.

3.

Per tutti questi motivi siamo autorizzati a dire che i rapporti sociali del capitalismo non soltanto generano, come abbiamo visto, una sfera economica avente leggi proprie, ma generano anche, contemporaneamente ed accanto ad essa, una sfera politico-statuale che ha il compito di riprodurre continuamente l’autonomia dell’economico assumendo su di sé l’onere di codificare e tutelare la proprietà privata, di garantire la validità sociale della moneta e soprattutto di mediare e reprimere i conflitti tra capitalisti e tra capitalisti e lavoratori. Dal momento in cui la sfera economica si autonomizza è inevitabile che essa normalmente domini le altre sfere sociali, perché in essa è sempre ed immediatamente in gioco la sussistenza elementare della società, sussistenza che una pur lunga crisi politica può non mettere in gioco e che è invece seriamente minacciata nel caso di una continuata crisi economica. E’ per questo che, quando l’economia non è sottoposta a controllo politico, le sue interne dinamiche decidono della prosperità o della miseria di una società e tutti le devono obbedienza: essa non definisce più, come avveniva nei modi di produzione precedenti, soltanto i limiti esterni dell’agire sociale, ma detta ormai tempi, forme e scopi di quell’agire stesso. L’economia quindi pone lo scopo generale della società, ma, come abbiamo visto, pur ponendo questo scopo non è in grado di raggiungerlo coi soli mezzi che le sono propri. Lo stato (come peraltro tutte le altre sfere sociali) riceve lo scopo dai dettami dell’economia, ma esegue il compito coi propri mezzi specifici (la norma cogente, la violenza legittima, la mediazione politica), oltre a sviluppare uno specifico e distinto “interesse di stato”, ossia l’interesse a riprodursi comunque come tale. Anche quando, come oggi sovente accade nel capitalismo occidentale, lo stato imita i meccanismi dell’impresa ed è occupato da un ceto dirigente proveniente dal mondo dell’impresa stessa, quest’ultimo può perseguire gli interessi dei suoi mandanti solo agendo nelle forme determinate dell’azione pubblica.

4.

Sono quindi i rapporti sociali capitalistici a determinare l’esistenza di una particolare forma di economia e di una particolare forma di politica, ed è la necessità di riprodurre tali rapporti a determinare e a spiegare le mutevoli relazioni tra le due sfere. I rapporti sociali, rendendo autonoma l’economia, le assegnano un ruolo tendenzialmente dominante, ruolo che può però essere esercitato pienamente soltanto grazie allo stato e soltanto finché non mette in discussione la riproduzione dei rapporti sociali stessi: a quel punto la bilancia del rapporto fra economia e politica inizia a pendere a favore di quest’ultima. Il capitalismo preferisce agire attraverso i meccanismi apparentemente naturali ed impersonali dell’economia, ma più vi riesce, più incrementa divaricazioni e conflitti e quindi più si avvicina ad una crisi di egemonia, che (a conferma di quell’alternanza tra logica economica e logica statuale ben individuata da Giovanni Arrighi) richiama sulla scena quello stato che per tutta una fase sembrava essere rimasto dietro le quinte. Una volta che il libero gioco delle forze economiche (reso in realtà possibile dall’intervento ausiliario della politica) abbia prodotto polarizzazioni tra classi e fra stati tali da non poter più essere gestite con metodi puramente economici, lo stato balza direttamente sulla scena a mediare o a portare alle estreme conseguenze i conflitti inevitabilmente generati dal capitale. La politica (come scontro tra classi e tra stati) sostituisce così per intere fasi l’economia nello scandire i tempi e nel definire i modi dell’agire sociale e, nei casi di crisi grave, lo fa mettendo al centro un intreccio tra gestione/repressione dei conflitti di classe e preparazione/scatenamento della guerra imperialista. Una guerra che non è il frutto della sostituzione della “pacifica” logica mercantile con la “barbara” logica statuale, ma è la prosecuzione con altri mezzi delle precedenti strategie di dominio. Se è vero che esiste una innata tendenza dello stato ad espandersi territorialmente, e quindi a far guerre, bisogna convenire sul fatto che essa si sposa alla perfezione con le analoghe tendenze del capitale. Anzi, il realismo politico suggerisce agli stati di porre ragionevoli limiti al proprio espansionismo, ed il suggerimento viene molto spesso ascoltato. All’opposto è il capitale a non porre alcun limite al proprio incessante accrescimento, e quindi all’ampliamento dello spazio in cui ricercare la propria valorizzazione: ed è proprio questa caratteristica del capitale a nutrire il folle sogno di dominio perseguito dallo stato attualmente egemone e la sua strategia di conquista dell’intero spazio mondiale. Una strategia che non dipende tanto dalla “religione imperialista” degli stati anglosassoni quanto dalle necessità di profitto di una massa immane di capitale eccedente.

5.1

Ragionando ancora sul nesso tra capitale e spazio è ancora più agevole cogliere il nesso tra capitale e guerra. Dire che il capitale tende a fagocitare l’intero spazio mondiale non significa dire che esso possa o voglia costruire uno spazio omogeneo, privo di rilevanti differenze interne. Se è vero che esso coltiva una tendenza a trascendere ogni spazio determinato, non può e non vuole trascendere la determinatezza spaziale in quanto tale: il capitale non può fare a meno di riferirsi a spazi delimitati ed alle differenze fra di essi, e per questo, se distrugge i confini, è solo per crearne altri. Ciò in parte deriva dalla necessità di ricorrere allo stato (e quindi, inevitabilmente, al territorio), ma, più profondamente, ha a che fare con la natura intima del capitale stesso. Il capitale possiede infatti una ineludibile forma materiale: quando si scompone negli elementi costitutivi del processo di produzione e di consumo si lega necessariamente alla determinatezza spaziale su cui questi elementi insistono. Lavoratori, macchine e merci devono situarsi (o spostarsi) in luoghi determinati, ed è in questi luoghi che si deve provvedere alla loro gestione. Anche se la fabbrica “concentrata” fosse oggi stata integralmente sostituita dalla fabbrica “dispersa” nel territorio, ciò non costituirebbe affatto una despazializzazione del capitale, ma semplicemente un ampliamento o una riarticolazione dello spazio in cui si svolge l’attività produttiva diretta. Ma anche quando assume la forma astratta di denaro o di titolo finanziario (quella forma che dovrebbe consentirgli di emanciparsi oltre che dal valore d’uso e dal lavoro anche dalla determinatezza spaziale) il capitale non può, in realtà, fare a meno dello spazio e, ripetiamolo, della differenza fra gli spazi. In primo luogo perché anche il capitale monetario e/o finanziario deve darsi una sede (o un insieme i sedi distribuite ad hoc), situata inevitabilmente in uno stato scelto in base alla convenienza fiscale e politica. Inoltre, e più significativamente, perché esso, anche nella sua forma astratta, può vivere solo approfittando delle differenze fra diversi territori: il gioco di comprare a poco e di vendere a molto ed il gioco dell’elusione fiscale (campi nei quali si esercita il 95% della pretesa genialità dei manager up to date) solo su queste differenze si basano. Nulla è lontano dalle esigenze del capitale finanziario quanto lo è uno spazio omogeneo. Lo spazio sognato dal capitale è certamente quello in cui ci si possa liberamente muovere: ma il movimento ha senso solo se il capitale stesso può accrescersi approfittando dei dislivelli, delle escursioni, delle frontiere. Frontiere che non a caso la globalizzazione, frantumando precedenti stati nazionali, ha moltiplicato di gran lunga. Infine, e soprattutto, le differenze spaziali entrano in campo come momenti essenziali dei processi di centralizzazione tipici del capitalismo. Una centralizzazione che non è affatto una semplice e neutra “integrazione della produzione”, ma è piuttosto gerarchizzazione, ossia sottomissione dei capitali deboli a quelli più forti, inglobamento dei primi nei secondi, aumento del potere delle imprese così centralizzate sia nei confronti degli stati che nei confronti del lavoro. Per dar luogo a questi rapporti gerarchici il capitale non ha bisogno solo di spazi differenti, ma di spazi diseguali. Ovviamente tutte le diseguaglianze di potere e di influenza vengono usate per schiacciare i capitali più deboli, ma il punto in cui si condensa la maggior parte di queste diseguaglianze, il punto che dà luogo alle più rigide linee di divisione, è proprio la diseguaglianza fra territori: nulla galvanizza il capitale più della possibilità di avere a che fare con materie prime, lavoratori e capitali concorrenti che risiedono in uno spazio “altro”, dotato di minori tutele, in cui sia più facile acquistare a basso costo e vendere merci (e denaro) a credito. Nulla favorisce la centralizzazione e la concentrazione del capitale più dell’esistenza di gerarchie spaziali che, a loro volta, vengono approfondite dall’addensamento del capitale stesso attorno ad un centro. Ed è per creare quelle gerarchie, modificarle a proprio vantaggio e usarle a piacimento che il capitale, come abbiamo visto, ricorre alla guerra.

5.2

E infatti la riorganizzazione gerarchica degli spazi e la ridefinizione delle frontiere, entrambe necessarie allo sviluppo del mercato mondiale, non sono il frutto di un’espansione naturale del mercato stesso, ma dell’azione politico-militare di uno stato o di un gruppo di stati. La globalizzazione (rectius, la parziale e reversibile estensione del libero mercato oltre l’occidente capitalistico) si afferma prima di tutto come conseguenza di uno scontro militare di enorme portata, ancorché indiretto, tra Usa e Urss, e poi si concretizza come risultato della frammentazione manu militari di altri stati: Jugoslavia, Iraq, Libia, ecc.. Il consistente fenomeno dell’esportazione di capitali, che è l’essenza della globalizzazione, può creare l’impressione che qui si abbia a che fare con un processo di tipo quasi esclusivamente economico, in cui l’azione militare svolge soltanto un ruolo accessorio. Ma l’esportazione di capitale (oltre ad essere spesso strumento di precise strategie politiche) è anche o soprattutto esportazione dei rapporti sociali capitalistici: proprio per questo motivo essa non può essere, e men che mai nel momento che dischiude le possibilità di esportazione, un’attività meramente economica e quindi non può avvenire senza un preliminare intervento politico-militare teso a modificare governi e costituzioni in modo da renderli permeabili a detti rapporti. Ed anche quando il tutto si presenta come semplice scambio economico l’accettazione di condizioni sfavorevoli da parte di alcuni paesi dipende in ultima analisi dalla consapevolezza di una debolezza militare. Si tratta, né più né meno, di imperialismo (ancorché esercitato non più soltanto da singole nazioni ma da un gruppo di nazioni aggregate attorno ad una nazione dominante). A differenza di quanto accadeva nell’epoca studiata da Lenin, dietro gli stati nazionali, e dietro lo stesso stato dominante, non vi sono soltanto capitali di origine autoctona. L’accumulazione del capitale può avvenire, e in effetti avviene, all’interno di stati diversi, oppure può derivare dagli intermundia della speculazione finanziaria: ma qualunque sia il suo luogo d’origine il capitale deve alla fine necessariamente convergere (anche se con scarti, frizioni, momentanee divaricazioni) verso uno stato forte e possibilmente verso lo stato più forte, quello che maggiormente garantisce l’espansione del territorio disponibile. Troppi accettano come un truismo l’idea che ogni ampliamento dello spazio del mercato comporti una proporzionale perdita di rilevanza degli stati. Eppure quello spazio viene ampliato quasi sempre con il sangue. Non esiste nessun world market senza un efficace world cop, non c’è globalizzazione senza imperialismo, senza uno stato che tuteli i capitali più forti e soggioghi quelli più deboli ed i loro stati di riferimento. E’ per questo che l’esito finale della globalizzazione, che dalla guerra ha preso le mosse, non sarà (non è) il governo mondiale, ma la crisi geopolitica mondiale, ossia nuovamente la guerra.

6.

Lo sviluppo ineguale che Lenin aveva posto a fondamento di molte delle sue prescrizioni politiche non è quindi legato ad una fase particolare del capitalismo e dello stesso imperialismo, ma è condizione inevitabile della sussistenza del capitale, il quale solo nella diseguaglianza si sviluppa. Si può dire che le gerarchie spaziali (intercorrano esse tra regioni, tra stati o tra blocchi di stati ) sono una delle forme della riproduzione delle gerarchie sociali capitalistiche, che lo spazio non è semplicemente il teatro in cui si svolge il dramma della lotta di classe, ma è il coautore, ed in alcuni casi il regista, di questo stesso dramma, e infine che nessun mutamento sociale può essere davvero tale se non si traduce anche in un mutamento delle relazioni spaziali. Anzi, poiché il processo di centralizzazione del capitale avviene ormai inevitabilmente su scala internazionale e poiché tale processo determina tempi e modi della riproduzione generale dei rapporti sociali capitalistici, si deve precisare che le gerarchie geopolitiche (nella cui cornice la centralizzazione è resa possibile) sono la condizione principale e più immediatamente efficace della riproduzione ordinata dei rapporti di classe. E infatti mentre all’interno dello spazio della nazione la riproduzione dei rapporti gerarchici del capitalismo deve tener conto della resistenza localmente organizzata dalle classi popolari, nonché delle forme della legittimazione e in ogni caso del consenso, nello spazio dell’ordine mondiale tutte queste remore spariscono, vigono solo i più duri rapporti di forza fra stati e fra (macro)agenti del mercato, e la violenza economica, politica e militare diviene il regolatore principale delle relazioni. Il rapporto fra ordine geopolitico e gerarchie di classe si presenta qui nella sua forma più pura, e lo stato capitalistico appare anche in questo caso come il più efficace agente di quell’ordine. Per questo dobbiamo tentare di comprenderne meglio la natura, cosa che inizieremo a fare nella seconda parte di questo scritto.

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