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Il Presidente Hugo Chavez: un uomo del Rinascimento del XXI secolo

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Introduzione

Il Presidente Hugo Chavez è stato unico in molteplici settori della vita politica, sociale ed economica. Ha fornito contributi significativi al progresso dell’umanità. La profondità, la portata e la popolarità delle sue realizzazioni lo contrassegnano come il “Presidente del Rinascimento del XXI secolo”.

Molti scrittori hanno preso in considerazione specifici suoi contributi degni di passare alla storia, mettendo in evidenza particolare i provvedimenti legislativi contro la povertà, il suo successo nel vincere le elezioni con il consenso del popolo con maggioranze clamorose, e la sua promozione di un’istruzione universale pubblica gratuita e della copertura sanitaria per tutti i Venezuelani.

In questo breve saggio verranno messi in evidenza i contributi storici unici al mondo che il Presidente Chavez ha reso nelle sfere dell’economia politica, dei principi etici e del diritto internazionale, e nella ridefinizione delle relazioni tra leader politici e cittadini.

Iniziamo con il suo contributo duraturo allo sviluppo della cultura civica in Venezuela, e non solo.

Hugo Chavez: un grande maestro di valori civici

Fin dai suoi primi giorni in carica, Chavez si impegnava nel trasformare l’ordine costituzionale, in modo che i leader politici e le istituzioni si dimostrassero più rispondenti alle esigenze e alle aspettative dell’elettorato popolare.

Attraverso i suoi discorsi, sollecitamente e in modo chiaro, Chavez informava il corpo elettorale delle misure legislative per migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Egli incoraggiava i commenti e le critiche – il suo stile era quello di avviare un dialogo costante, soprattutto con i poveri, i disoccupati e gli operai.

Chavez ha riscosso un tale successo nell’insegnamento delle responsabilità civiche all’elettorato venezuelano, che milioni di cittadini dai quartieri poveri di Caracas sono insorti spontaneamente per cacciare la giunta militar-affaristica sponsorizzata dagli Stati Uniti, che aveva rapito il loro Presidente e aveva messo termine al governo legittimo. Entro 72 ore – tempo di record – i cittadini consapevoli dei loro diritti civici hanno ristabilito l’ordine democratico e lo Stato di legalità in Venezuela, rigettando totalmente la difesa dei mass media esercitata in favore dei golpisti e del loro breve regime autoritario.

Chavez, come tutti i grandi educatori, ha imparato da questo intervento democratico di massa dei cittadini, che i difensori più efficaci della democrazia si trovavano tra i lavoratori – e che i suoi peggiori nemici dovevano riscontrasi nelle élite economiche e militari vincolate ai circoli eversivi di Miami e a Washington.

La pedagogia civica di Chavez assegnava la giusta enfasi all’importanza degli insegnamenti e degli esempi storici dei padri fondatori, come Simon Bolivar, nell’affermare una identità nazionale e latino-americana.

I suoi discorsi hanno innalzato il livello culturale di milioni di Venezuelani, che erano stati allevati nella cultura alienante e servile dell’imperialismo di Washington e nelle ossessioni consumistiche dei centri commerciali di Miami.

Chavez è riuscito a instillare negli sfruttati una cultura di solidarietà e del sostegno reciproco, sottolineando come le relazioni “orizzontali” dovessero rovesciare la verticale dipendenza clientelare dai ricchi e dai potenti.

Il suo successo nel creare una coscienza collettiva ha decisamente spostato l’equilibrio del potere politico lontano dai governanti ricchi e dalle fazioni politiche e sindacali guidate da dirigenti corrotti, in favore di nuovi movimenti socialisti e di sindacati di classe.

Più di ogni altra cosa, l’educazione politica di Chavez delle masse popolari maggioritarie relativamente ai loro diritti sociali, per la gratuità dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione superiore, per salari dignitosi al buon vivere, e per la piena occupazione, ha attirato l’ira isterica dei Venezuelani benestanti e il loro odio eterno verso un Presidente che è riuscito a creare un senso di autonomia, dignità e di “potenza di classe” mediante l’istruzione pubblica, mettendo fine a secoli di privilegi e di onnipotenza elitaria.

Al di là di tutto, i discorsi di Chavez, attingendo tanto da Bolivar che da Karl Marx, hanno creato un profondo, nobile senso di patriottismo e di nazionalismo, e un rifiuto radicato di una élite prostrata strisciante ai piedi del loro signore sovrano di Washington, dei banchieri di Wall Street e dei direttori generali delle compagnie petrolifere.

I discorsi anti-imperialisti di Chavez hanno avuto grande risonanza perché il Presidente parlava nella lingua del popolo, e allargava la coscienza nazionale del popolo nella sua identificazione con le lotte dell’America Latina, in particolare con quella di Cuba, contro gli interventi e le guerre dell’imperialismo.

Relazioni internazionali: la dottrina di Chavez

All’inizio del decennio precedente, dopo l’11 settembre 2001, Washington dichiarava la “Guerra contro il Terrore”. Questa era una dichiarazione pubblica di un intervento militare unilaterale e di guerre contro nazioni sovrane, contro movimenti e individui ritenuti avversari, in violazione del diritto internazionale.

Quasi tutti i paesi hanno sottostato a questa flagrante violazione degli accordi di Ginevra, tranne il Presidente Chavez, che ha manifestato la più profonda e semplice confutazione contro Washington: “Non si combatte il terrorismo con il terrorismo di Stato”.

Nella sua difesa della sovranità delle nazioni e della giurisprudenza internazionale, Chavez sottolineava l’importanza delle soluzioni politiche ed economiche ai problemi sociali e ai conflitti – ripudiando l’uso delle bombe, della tortura, delle mutilazioni e del caos.

La dottrina di Chavez esaltava gli scambi commerciali e gli investimenti sud-sud, e la risoluzione diplomatica delle controversie in contrapposizione alle risoluzioni per via militare.

Chavez aderiva in pieno agli Accordi di Ginevra contro l’aggressione coloniale e imperialista, rifiutando la dottrina imperiale della “guerra al terrore”, definendo il terrorismo di Stato occidentale pernicioso tanto quanto il terrorismo di Al Qaeda.

Teoria e pratica politica: il grande sintetizzatore

Uno degli aspetti più profondi e influenti dell’eredità di Chavez è la sua sintesi originale dei tre grandi filoni del pensiero politico: il cristianesimo popolare, l’integrazione regionale e nazionalista bolivariana, e il pensiero marxista politico, sociale ed economico.

Il pensiero cristiano di Chavez ha informato la sua fede profonda nella giustizia e nell’uguaglianza fra gli uomini, così come la sua generosità e indulgenza nei confronti dei nemici, anche quando costoro si sono impegnati in un violento colpo di Stato, in una serrata paralizzante e rovinosa, o quando hanno apertamente collaborato e ricevuto finanziamenti da agenzie spionistiche dell’opposizione nemica.

Considerando che in qualsiasi altra parte del mondo, attacchi armati contro lo Stato e colpi di Stato si sarebbero tradotti in lunghe pene detentive o perfino in esecuzioni capitali, sotto Chavez la maggior parte dei suoi violenti avversari è sfuggita dall’essere giudicata penalmente, e addirittura questi oppositori si sono ricollegati alle loro organizzazioni eversive.

Chavez ha dimostrato una profonda convinzione nella redenzione e nel perdono. Il cristianesimo di Chavez ha ispirato la sua “opzione per i poveri”, la profondità e l’ampiezza del suo impegno nello sradicare la povertà e la sua solidarietà con i poveri contro i ricchi.

Chavez aveva maturato una profonda avversione, e la volontà tenace di una efficace opposizione, contro l’imperialismo usamericano ed europeo e contro il brutale colonialismo israeliano, e le sue convinzioni erano profondamente radicate nella sua lettura degli scritti e della storia di Simon Bolivar, il padre fondatore della nazione venezuelana.

Le idee bolivariane in materia di liberazione nazionale avevano preceduto di molto qualsiasi orientamento verso Marx, Lenin o verso le analisi della sinistra più contemporanee contro l’imperialismo.

Il suo sostegno forte e costante per l’integrazione regionale e l’internazionalismo veniva profondamente influenzato dall’idea di Simon Bolivar, che proponeva gli “Stati Uniti dell’America Latina” e la sua attività internazionalista a sostegno di movimenti anti-coloniali.

L’incorporazione da parte di Chavez della ideologia marxista nella sua visione del mondo si è adattata alla sua filosofia cristiano-popolare da tempo maturata e al bolivarismo internazionalista.

L’opzione di Chavez in favore dei poveri è stata approfondita dal suo riconoscimento della centralità della lotta di classe e dalla ricostruzione della nazione bolivariana attraverso la socializzazione delle “leve fondamentali dell’economia”.

La concezione socialista di imprese e fabbriche autogestite e del potere popolare esercitato attraverso i consigli delle comunità ha ricevuto legittimità morale dalla fede cristiana di Chavez in un ordine morale egualitario.

Mentre Chavez si dimostrava rispettoso e ascoltava con attenzione il punto di vista degli accademici di sinistra visitatori, e spesso elogiava i loro scritti, molti non erano in grado di riconoscere o, peggio, volutamente ignoravano del Presidente questa sua sintesi decisamente originale fra storia, religione e marxismo.

Purtroppo, come spesso accade, alcuni studiosi di sinistra, nel loro atteggiamento indulgente verso se stessi, hanno presunto essere “maestri” di Chavez e suoi consulenti su tutte le questioni inerenti alla “teoria marxista”: tutto ciò rappresenta uno stile del colonialismo culturale di una certa sinistra, che malignamente ha criticato Chavez per non aver seguito le prescrizioni già belle pronte, presenti nelle loro riviste di letteratura politica, pubblicate a Londra, New York e Parigi.

Fortunatamente, Chavez prendeva dagli accademici d’oltremare e dagli strateghi politici finanziati dalle Organizzazioni Non Governative ciò che era utile, mentre scartava quelle idee che non tenevano conto delle specificità storico-culturali del Venezuela, di classe e della rendita.

Chavez ha lasciato in eredità agli intellettuali e agli attivisti di tutto il mondo un metodo di pensiero che è globale e specifico, storico e teoretico, materialista ed etico, che comprende l’analisi di classe, la democrazia e una trascendenza spirituale in risonanza con le grandi masse dell’umanità, in un linguaggio che ogni persona è in grado di capire.

La filosofia e la prassi di Chavez (più di qualsiasi “narrazione” di esperti che saltano da un Social Forum ad un altro) hanno dimostrato che l’arte di formulare idee complesse in un linguaggio semplice può muovere milioni di persone a “fare la storia, e non solo a studiarla”…

Verso praticabili alternative al neoliberismo e all’imperialismo

Forse il più grande contributo di Chavez in questa nostra epoca è stato quello di dimostrare, attraverso azioni e iniziative politiche concrete, che molti dei problemi politici ed economici che si presentano attualmente più difficili possono essere risolti con successo.

Riforma radicale di uno Stato protettore della “rendita capitalista”

Niente è più difficile che cambiare la struttura sociale, le istituzioni e gli assetti di uno Stato protettore delle rendite petrolifere mediante politiche clientelari straordinariamente arroccate, la corruzione endemica di uno Stato fazioso, e una psicologia di massa profondamente radicata e basata sul consumismo.

Tuttavia, Chavez in gran parte è riuscito dove altri regimi petroliferi hanno fallito.

Dapprima, l’amministrazione Chavez ha dato inizio a modifiche costituzionali e istituzionali per creare un nuovo quadro politico; poi ha implementato programmi di impatto sociale, che hanno intensificato gli impegni politici nei confronti di una maggioranza popolare attiva, che, a sua volta, coraggiosamente ha difeso il regime da un violento colpo di Stato militar-affaristico sostenuto dagli Stati Uniti.

La mobilitazione delle masse e il sostegno popolare, a loro volta, hanno radicalizzato il governo di Chavez e spianato la strada ad una più decisa socializzazione dell’economia e all’attuazione di una radicale riforma agraria.

L’industria del petrolio è stata socializzata, sono stati innalzati gli introiti fiscali e dalle royalties petrolifere per fornire fondi per le spese sociali ampliate in maniera massiccia a beneficio della maggioranza dei Venezuelani.

Quasi ogni giorno, Chavez ha organizzato interventi educativi chiaramente comprensibili su temi sociali, etici e politici, collegati alle politiche ridistributive del suo regime, esaltando la solidarietà sociale rispetto al consumismo individualista avido di beni materiali.

Organizzazioni di massa e sociali e movimenti sindacali hanno visto una loro rigogliosa fioritura – è emersa una nuova coscienza sociale pronta e decisa a promuovere il cambiamento sociale e ad affrontare i ricchi e i potenti.

Chavez ha sconfitto il colpo di Stato e la serrata padronale sostenuti dagli Stati Uniti e ha affermato la tradizione bolivariana e l’identità sovrana del Venezuela, creando una potente coscienza nazionalista, che ha eroso la mentalità della “rendita” e rafforzato il perseguimento di “un’economia equilibrata” diversificata.

Questa nuova volontà politica e una feconda coscienza nazionale hanno contribuito ad un grande balzo in avanti, anche se persistono ancora le caratteristiche principali di un’economia dipendente dalle rendite petrolifere. Questa transizione estremamente difficile ha avuto il suo inizio ed è in corso un processo di lunga prospettiva.

Teorici di sinistra d’oltremare, che criticano il Venezuela (“corruzione”, “burocrazia”) hanno profondamente ignorato le enormi difficoltà della transizione, da una economia di privilegi da rendite petrolifere a un’economia socializzata, e gli enormi progressi realizzati da Chavez.

Crisi economica affrontata senza austerità capitalista

In ogni parte del mondo capitalista devastato dalla crisi, regimi laburisti, socialdemocratici, liberali e conservatori hanno imposto recessivi “programmi di austerità”, che implicano riduzioni brutali della spesa per lo stato sociale, per la sanità e per l’istruzione pubblica, e licenziamenti di massa di operai e impiegati, mentre assegnano generosi sussidi statali e salvataggi a banche in fallimento e ad imprese capitaliste.

Salmodiando il loro slogan thacheriano, “non esistono alternative”, gli economisti capitalisti giustificano l’imposizione del fardello della “ripresa capitalista” sulle spalle della classe operaia, mentre consentono al capitale di recuperare i suoi profitti per continuare ad investire nella speculazione.

La politica di Chavez ha preso una direzione esattamente opposta: nel pieno sviluppo della crisi, ha mantenuto tutti i programmi sociali, ha respinto i licenziamenti di massa e ha incrementato la spesa sociale. L’economia del Venezuela ha superato la tempesta della crisi mondiale e nel 2012 ha fatto registrare un robusto tasso di crescita del 5,8%.

In altre parole, Chavez ha dimostrato che l’impoverimento di massa è esclusivamente un prodotto della particolare “ricetta” capitalista… per la ripresa.

Ha indicato un altro, positivo e alternativo approccio alla crisi economica, per cui, tassando i patrimoni, venivano promossi gli investimenti pubblici e conservate le spese sociali.

Trasformazione sociale in una “economia globalizzata”

Molti commentatori, di sinistra, destra e centro, hanno sostenuto che l’avvento di un’“economia globalizzata” escludeva una radicale trasformazione sociale.

Eppure il Venezuela, che è profondamente globalizzato ed integrato nel mercato mondiale attraverso il commercio e gli investimenti, ha fatto importanti progressi nella riforma sociale.

Ciò che realmente importa in relazione ad una economia globalizzata è la natura del regime politico-economico e delle sue politiche, che determinano come i guadagni e i costi del commercio e degli investimenti internazionali vengono distribuiti.

In una parola, ciò che è decisivo è il “carattere di classe del regime” nel gestire la sua posizione nell’economia mondiale.

Certamente, Chavez non era “sconnesso” dall’economia mondiale; piuttosto, egli ha ricollegato il Venezuela in un modo nuovo. Ha spostato il commercio e gli investimenti venezuelani verso l’America Latina, l’Asia e il Medio Oriente – in particolare verso quei paesi che non intervengono o non impongono condizioni reazionarie sulle transazioni economiche.

Anti-imperialismo in un tempo di offensiva imperialista

In un periodo di virulenta offensiva imperialista degli Stati Uniti-Unione Europea, che ha implicato invasioni militari “preventive”, interventi mercenari, torture, omicidi e azioni belliche mediante droni in Iraq, Mali, Siria, Yemen, Libia e Afghanistan, e brutali sanzioni e sabotaggio economico contro l’Iran; espulsioni colonialiste israeliane di migliaia di Palestinesi, con l’appoggio finanziario degli Stati Uniti; colpi di Stato militari sostenuti dagli USA in Honduras e Paraguay, e rivoluzioni fatte abortire da fantocci in Egitto e Tunisia, solo il Presidente Chavez si ergeva a difesa dei principi di politiche anti-imperialiste.

L’impegno profondo di Chavez nel sostenere posizioni anti-imperialiste si trova in netto contrasto con la capitolazione di intellettuali occidentali sedicenti “marxisti”, che in tono enfatico hanno giustificato sommariamente il loro appoggio ai bombardamenti NATO contro la Jugoslavia e la Libia, all’invasione francese del Mali, e ai finanziamenti e alle forniture di armi (monarco-socialiste!) da parte dell’Arabia Saudita – Francia, in favore di mercenari islamici contro la Siria.

Questi stessi “intellettuali” con sedi a Londra, New York e Parigi, che hanno trattato Chavez con condiscendenza come un semplice “populista” o “nazionalista”, sostenendo che avrebbe dovuto invece ascoltare le loro lezioni e leggere i loro libri, hanno grossolanamente capitolato sotto la pressione delle posizioni e dei mass media capitalisti a favore di “interventi umanitari” (alias bombardamenti NATO) … e giustificato il loro opportunismo in un linguaggio da oscura setta sinistroide.

Chavez ha affrontato le pressioni e le minacce della NATO, così come la sovversione destabilizzante dei suoi oppositori interni, e coraggiosamente ha ribadito con chiarezza e praticato i più profondi e significativi principi del marxismo nel ventesimo e nel ventunesimo secolo: il diritto inviolabile all’autodeterminazione delle nazioni oppresse e all’opposizione incondizionata alle guerre imperialiste.

Mentre Chavez ha parlato e ha agito in difesa dei principi anti-imperialisti, molti di sinistra in Europa e negli Stati Uniti sono stati acquiescenti alle guerre imperiali: non ci sono state praticamente proteste di massa, i movimenti “contro la guerra” sono stati cooptati o sono in stato comatoso, il Partito “Socialista” dei Lavoratori Britannici ha difeso il massiccio bombardamento NATO sulla Libia, i “Socialisti” francesi hanno invaso il Mali, con il sostegno del Partito “Anti-Capitalista”.

Nel frattempo, il “populista” Chavez aveva articolato una comprensione molto più profonda dei principi e della pratica del marxismo, certamente molto di più dei suoi “precettori” d’oltremare sedicenti marxisti.

Nessun altro leader politico, o accademico sinistroide, per quanto riguarda ciò, ha sviluppato, approfondito ed esteso i principi basilari di politica antimperialista nell’era dell’imperialismo mondiale guerrafondaio con maggiore acutezza di Hugo Chavez.

Transizione da uno Stato neoliberista fallimentare ad uno Stato di sicurezza sociale dinamico

L’opera di Chavez di vasta portata per la riconfigurazione programmatica del Venezuela, da un disastroso e fallimentare regime neo-liberalista ad uno Stato di sicurezza sociale dinamico, si impone come punto di riferimento per l’economia politica del 20° e del 21o secolo.

Chavez ha avuto sicuro successo nel rovesciare le istituzioni e le politiche neoliberiste, e nel ri-nazionalizzare le “leve fondamentali dell’economia”, demolendo così il dogma neoliberalista dominante derivato dall’era Thatcher-Reagan, sancito dallo slogan: “There is no alternative – TINA”, “non esistono alternative” alle brutali politiche neo-liberiste.

Chavez ha rigettato le privatizzazioni – ha ri-nazionalizzato le industrie petrolifere di base, ha socializzato centinaia di imprese capitaliste e ha messo in atto un vasto programma di riforme agrarie, tra cui la distribuzione della terra a 300.000 famiglie.

Egli ha incoraggiato l’istituzione di organizzazioni sindacali e il controllo dei lavoratori sulle fabbriche – anche opponendosi ai manager pubblici e perfino agli stessi suoi ministri di gabinetto.

In America Latina, Chavez ha aperto la strada nel delineare con maggiore profondità e partecipazione i cambiamenti sociali, l’epoca post neo-liberalista: ha previsto ed affrontato la transizione dal neo-liberismo ad un nuovo welfare socializzato, come un processo internazionale, e ha disposto finanziamenti e sostegno politico per le nuove organizzazioni regionali, come ALBA, PetroCaribe e UNASUR.

[N.d.tr.: L’ALBA di Hugo Chávez in Venezuela, di Loris Zanatta.

Per molti decenni e con diversi regimi, il Venezuela ha impiegato il peso che il petrolio le conferiva sul piano internazionale per accrescere la propria influenza e dare impulso al proprio sviluppo.

Da quando, tuttavia, nel 1998 è salito ai vertici del paese il colonnello Hugo Chávez, il petrolio è diventato lo strumento chiave di una politica assai più ambiziosa che in passato. Una politica che per la prima volta nella sua storia esprime l’esplicita ambizione del Venezuela a guidare un fronte di paesi uniti da una forte pulsione nazionalista e da una ancor più radicale ostilità agli Stati Uniti e ai loro alleati occidentali, non solo in America Latina, ma perfino in Medio Oriente, in Asia e in molti paesi del Sud del mondo.

Perlopiù espressa in termini radicali e accompagnata da generosi aiuti, tale politica ha permesso a Caracas di farsi nuovi amici, ma le ha anche attirato numerose critiche e una diffusa fama di inaffidabilità.

Oltre a coltivare intense relazioni con varie potenze emergenti, dalla Russia all’Iran, passando per la Cina, il governo di Chávez ha lanciato una nuova iniziativa di cooperazione coi paesi caraibici volta a fornire loro petrolio a condizioni agevolate (PetroCaribe), ha accresciuto il suo attivismo in America centrale, sostenendovi in particolar modo il governo sandinista in Nicaragua e quello, poi deposto dai militari, di Manuel Zelaya in Honduras.

Chavez ha ampliato a dismisura il suo raggio d’azione in Sudamerica, sia affermandosi come importante creditore dell’Argentina, sia candidandosi all’ingresso nel Mercosur.

La massima espressione di tale attivismo è stata tuttavia la creazione della Alternativa Boliviariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA), un fronte cui hanno aderito Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, più varie piccole repubbliche caraibiche, e di cui Hugo Chávez è il regista assoluto, sia per il ruolo dominante che il Venezuela vi assume sul piano economico, sia per l’impronta ideologica che il suo “socialismo del 21° secolo” gli imprime.

Tali sforzi hanno però causato spesso tensioni nei rapporti internazionali del Venezuela, non solo con gli Stati Uniti, i quali hanno perlopiù cercato di non rispondere alle… provocazioni, ma ancor più coi loro principali alleati nella regione, per esempio con Perù e Colombia, la cui politica interna è stata più volte soggetta all’influenza più o meno esplicita di Chávez.

Lo stesso gigante regionale, ossia il Brasile, s’è più volte adoperato per svolgere una funzione di amichevole contenimento nei confronti del radicalismo venezuelano ed è anche in tal senso che va intesa la creazione, sotto egida brasiliana, di UNASUR, l’Unione delle nazioni sudamericane, di cui anche il Venezuela è membro.]

Chavez ha respinto l’idea di costruire uno stato sociale in un unico paese e ha formulato una teoria di transizioni post-neo-liberiste fondate sulla solidarietà internazionale.

Queste sue idee originali e le politiche concernenti la transizione post-neo-liberista sono sfuggite ai marxisti da salotto e ai sapientoni delle ONG giramondo nei Social Forum, le cui insignificanti “alternative globali” sono riuscite soprattutto ad assicurarsi finanziamenti propedeutici all’imperialismo.

Chavez ha dimostrato attraverso la teoria e la pratica che il neo-liberismo era effettivamente reversibile – un importante passo politico in avanti nel 21° secolo.

Al di là del liberismo sociale: la definizione radicale di post-neo-liberismo

I regimi neo-liberisti promossi dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea sono collassati sotto il peso della più grave crisi economica dopo la Grande Depressione.

La disoccupazione di massa ha scatenato rivolte popolari, ha costretto a nuove elezioni e ha prodotto l’avvento di governi di centro-sinistra in gran parte dell’America Latina, che hanno respinto o almeno dichiarato di ripudiare il “neo-liberismo”.

La maggior parte di questi regimi ha promulgato direttive legislative ed esecutive per finanziare programmi contro la povertà, per implementare controlli sulla speculazione finanziaria e mettere in atto investimenti produttivi, mentre si assisteva ad un aumento dei salari minimi e all’incentivazione alla piena occupazione.

Tuttavia poche sono state le imprese redditizie ad essere state effettivamente ri-nazionalizzate. Affrontare le disuguaglianze e la concentrazione della ricchezza non faceva parte dell’ordine del giorno di questi governi di centro-sinistra. Costoro hanno formulato la loro strategia di collaborazione con gli investitori di Wall Street e con gli esportatori locali agro-minerali, e di co-optazione dei sindacati.

Chavez ha presentato un’alternativa profondamente diversa a questa forma di “post-neoliberismo”.

Ha nazionalizzato le imprese petrolifere e le industrie minerarie collegate alle risorse naturali, ha limitato il ruolo delle élite agro-minerali ed ha escluso gli speculatori di Wall Street.

Ha posato le fondamenta di uno Stato basato sulla socializzazione come alternativa all’ortodossia imperante social-liberalista dei regimi di centro-sinistra, anche se ha collaborato con questi regimi nel promuovere l’integrazione latino-americana e nel contrastare i colpi di Stato appoggiati dagli Stati Uniti.

Chavez è stato un leader nel definire un’alternativa più socializzata rispetto ad una liberazione sociale, ed anche la coscienza che ha pressato i suoi alleati in ulteriori avanzamenti.

Socialismo e democrazia

Chavez ha inaugurato un nuovo modello di socialismo, straordinariamente originale e complesso, basato su libere elezioni, sulla rieducazione dell’esercito a sostenere i principi democratici e costituzionali, e sullo sviluppo dei mass media e delle comunità. Ha messo fine ai monopoli capitalisti dei mezzi di informazione di massa e ha rafforzato la società civile come contrappeso alle élite che agiscono all’interno con strutture paramilitari e come quinta colonna, sponsorizzate dagli Stati Uniti con l’intento di destabilizzare lo Stato democratico.

Nessun altro Presidente democratico-socialista ha resistito con tanto successo a campagne di destabilizzazione imperialista – non Janet Jagan in Guyana, non Michael “Joshua” Manley in Giamaica, né Salvador Allende in Cile.

Fin dall’inizio Chavez ha individuato l’importanza di creare un solido quadro giuridico-politico per facilitare la leadership esecutiva, per promuovere organizzazioni popolari della società civile e mettere fine alla penetrazione statunitense nell’apparato statale (esercito e polizia).

Chavez ha attuato programmi di impatto sociale radicale, che hanno assicurato la lealtà e la fedeltà attiva delle maggioranze popolari e indebolito le leve economiche del potere politico da lungo tempo detenute dalla classe capitalista. Come risultato, i dirigenti politici del Venezuela, i militari e gli ufficiali rispettosi della Costituzione e le masse popolari hanno schiacciato un sanguinoso colpo di Stato di destra, una serrata padronale paralizzante, hanno fatto fallire un referendum finanziato dagli Stati Uniti e hanno proceduto nella realizzazione di ulteriori radicali riforme socio-economiche in un prolungato processo di socializzazione cumulativa.

L’originalità di Chavez, in parte risultato di tentativi ed errori, è consistita nel suo “metodo sperimentale”: la sua profonda comprensione e la sua corrispondenza alle opinioni e ai comportamenti del popolo erano profondamente radicate nella storia del Venezuela di ribellioni popolari contro la discriminazione razziale e di lotta di classe per la giustizia.

Più di ogni altro precedente leader socialista, Chavez si è mosso fra la gente, ha parlato e ascoltato le classi popolari del Venezuela su questioni di vita quotidiana.

Il suo “metodo” si è tradotto nel trasferire conoscenze di problemi relativamente minori in macro-cambiamenti programmatici.

In pratica egli ha rappresentato l’antitesi degli intellettuali locali e d’oltremare “so tutto io”, che parlano alla gente letteralmente dall’alto verso il basso, e che si considerano i “maestri del mondo” … almeno, in quel micro-mondo accademico di sinistra , incarniti in conferenze sul socialismo e in monologhi egocentrici.

La morte di Hugo Chavez ha portato il lutto e un profondo rimpianto nel cuore di milioni di persone in Venezuela, e di centinaia di milioni in tutto il mondo, perché la sua transizione al socialismo era il loro percorso; Chavez ascoltava le loro richieste e di conseguenza agiva in modo efficace.

Democrazia sociale e sicurezza nazionale

Chavez è stato un Presidente socialista per oltre 13 anni, a fronte di un’opposizione pluriennale su larga scala, violenta, e di un sabotaggio finanziario messo in atto da Washington, dall’élite economica locale e dai magnati dei mass media.

Chavez ha creato una coscienza politica che ha motivato milioni di lavoratori ​​e ha assicurato la lealtà costituzionale dei militari per sconfiggere il colpo di Stato sanguinoso militar-affaristico sostenuto dagli Stati Uniti nel 2002.

Chavez ha temperato i cambiamenti sociali in base ad una valutazione realistica su ciò che l’ordinamento politico e giuridico poteva sostenere.

Anzitutto, Chavez ha garantito la lealtà delle forze armate, mettendo fine alle missioni dei “consiglieri” statunitensi e all’indottrinamento imperiale all’estero degli Stati Uniti, sostituendolo con corsi intensivi sulla storia del Venezuela, sulla responsabilità civile e sul legame fondamentale tra le classi popolari e l’esercito in una comune missione nazionale.

Le politiche di sicurezza nazionale di Chavez si sono basate su principi democratici, nonché su un chiaro riconoscimento delle gravi minacce alla sovranità venezuelana.

Egli ha salvaguardato con buon esito la sicurezza nazionale, i diritti democratici e le libertà politiche dei cittadini, una impresa che ha guadagnato al Venezuela l’ammirazione e l’invidia dei giuristi costituzionali e dei cittadini degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

In netto contrasto, il Presidente degli Stati Uniti Obama si è assunto il potere di assassinare cittadini statunitensi sulla base di informazioni segrete e senza processo, sia dentro che fuori degli Stati Uniti. La sua amministrazione ha ucciso cittadini degli Stati Uniti e i loro figli con “esecuzioni mirate”, altri sono stati incarcerati senza processo, e vengono conservate informazioni segrete su oltre 40 milioni di Americani.

Chavez non ha mai assunto tali poteri e non ha mai assassinato o torturato un solo Venezuelano.

In Venezuela, le decine di prigionieri condannati per atti violenti di sovversione al termine di processi pubblici nei tribunali venezuelani contrastano nettamente con le decine di migliaia di Musulmani e di immigrati Latino-Americani accusati indiscriminatamente e segretamente imprigionati negli Stati Uniti.

Chavez ha respinto il terrorismo di Stato, mentre Obama mette in campo speciali squadroni della morte in oltre 70 paesi. Obama appoggia arbitrarie irruzioni poliziesche all’interno di abitazioni e di luoghi di lavoro “sospetti” sulla base di “prove segrete”. Chavez ha tollerato perfino le attività di partiti di opposizione notoriamente finanziati dall’estero (CIA).

In una parola, Obama sfrutta la “sicurezza nazionale” per distruggere le libertà democratiche, mentre Chavez ha consolidato le libertà democratiche e ha imposto limiti costituzionali all’apparato di sicurezza nazionale.

Chavez ha ricercato la pacifica risoluzione diplomatica dei conflitti con i vicini ostili, come la Colombia, che ospita sette basi militari statunitensi – potenziali trampolini di intervento degli Stati Uniti. D’altro canto, Obama si è impegnato in guerra aperta con almeno sette paesi e ha perseguito segrete azioni ostili contro decine di altre nazioni.

Conclusione

L’eredità di Chavez presenta molteplici aspetti. I suoi contributi sono originali, teorici e pratici e universalmente rilevanti. Ha dimostrato in “teoria e pratica” come un piccolo paese sia in grado di difendersi contro l’imperialismo, mantenendo i principi democratici e implementando programmi sociali avanzati.

La sua ricerca di integrazione regionale e la promozione di standard etici nel governo di una nazione forniscono esempi profondamente rilevanti in un mondo capitalista inondato di politici corrotti che riducono drasticamente gli standard di vita, arricchendo i plutocrati.

Il rifiuto da parte di Chavez della dottrina Bush-Obama di sfruttare “il terrorismo di Stato per combattere il terrorismo”, la sua affermazione che le radici della violenza prendono linfa dalla ingiustizia sociale, dal saccheggio economico e dall’oppressione politica, e la sua convinzione che la risoluzione di questi problemi di fondo costruisca il cammino verso la pace, si pongono come guida etico-politica per la sopravvivenza dell’umanità.

Di fronte a un mondo violento di contro-rivoluzione imperialista, Hugo Chavez, deciso di stare al fianco degli oppressi, entra nella storia del mondo come leader politico di assoluto rilievo, dalle tante sfaccettature, con la statura del dirigente più umano della nostra epoca: una figura del Rinascimento del XXI secolo.

di Prof. James Petras

Global Research, 15 marzo 2013

http://www.globalresearch.ca/president-hugo-chavez-a-21st-century-renaissance-man/5326842

James Petras, nato a Boston nel 1937 da genitori greci emigrati dall’isola di Lesbos, è professore emerito a riposo per la cattedra di sociologia presso l’università di Binghamton, New York e professore aggiunto alla Saint Mary’s University, Halifax, Nuova Scozia, Canada.

Laureatosi in lettere presso la Boston University, ha conseguito il dottorato all’università di Berkeley, California.

Il suo primo incarico a Binghamton risale al 1972 presso il dipartimento di sociologia, e questi sono i suoi campi di interesse: sviluppo, America latina, area dei Caraibi, movimenti rivoluzionari, analisi di classe.

Membro della Sezione di sociologia marxista della Associazione Sociologica Americana, è stato premiato con il Robert Kenny Award per il miglior trattato del 2002. Durante la sua carriera ha conseguito importanti riconoscimenti, fra cui il “Best Dissertation Award” nel 1968 da parte dell’Associazione di scienze politiche dell’Occidente.

Petras è autore fecondo di pubblicazioni sulle problematiche politiche latino-americane e medio- orientali; 62 sono i suoi lavori pubblicati in 29 lingue, e più di 600 saggi su riviste specialistiche, come la “American Sociological Review”, “British Journal of Sociology”, “Social Research” e “Journal of Peasant Studies”.

Ha pubblicato più di 2000 articoli su giornali e riviste di tutto il mondo, fra cui “The New York Times”, “The Guardian”, “The Nation”, “Christian Science Monitor”, “Foreign Policy”, “New Left Review”, “Partisan Review” e “Le Monde Diplomatique”.

Attualmente scrive l’editoriale mensile per “Mexican newspaper”, “La Jornada”, come aveva fatto in precedenza per il quotidiano spagnolo “El Mundo”; è membro del collettivo editoriale di “Canadian Dimension” e collabora con “CounterPunch” e “Atlantic Free Press”.

Petras si autodefinisce uno scrittore e attivista “rivoluzionario e anti-imperialista”. Ha fatto parte attiva del movimento contadino dei “senza-terra” brasiliani e del movimento dei disoccupati in Argentina.

Dal 1973 al 1976, Petras ha collaborato nell’ambito del Tribunale Bertrand Russell sulla repressione nell’America latina. Ha citato gli Stati Uniti come “potenza imperiale dominante” ed ha definito le richieste per attuare riforme sui diritti umani in Cina come “campagna di propaganda sui diritti umani messa in atto da Washington”.

Petras ha fatto riferimento alla politica statunitense verso l’Iraq come “Olocausto USA/iracheno (UIH)”, che egli descrive come “un processo continuo, che copre gli ultimi 16 anni (1990-2006), che ci fornisce un esempio lampante di sterminio sistematico pianificato dallo stato, di un sistema di tortura e di distruzione fisica progettato per de-modernizzare una società laica in pieno sviluppo e per trasformarla in una serie di clan tribal-etnico-clericali in continuo conflitto fra di loro, privi di qualsiasi autorità nazionale o di un’economia vitale.”

In un articolo del 2006 dal titolo “Ancora abbondano le teorie cospirative antisemite sull’11 settembre”, la Anti-Defamation League contestava l’affermazione di Petras che esistevano prove che “gli Israeliani” erano venuti a conoscenza degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, ma avevano trattenuto queste informazioni senza comunicarle al governo degli Stati Uniti.

Petras ha definito gli Ebrei degli Stati Uniti “quinta colonna di Israele”, sinonimo di traditori, accusandoli di essere “sostenitori della dottrina di guerre offensive”.

Petras ha stigmatizzato Israele come “il paese più militarizzato del mondo.”

Petras ha difeso i risultati delle elezioni in Iran del 2009 che avevano assegnato la vittoria con più del 60% di consensi al “nazionalista-populista” presidente Mahmoud Ahmadinejad, in un articolo dal titolo “Le elezioni iraniane: la truffa della denuncia di ‘elezioni rubate’”.

Descrivendo la lotta in Iran come quella di riformisti che si contrappongono solo per ottenere “un più alto reddito, come individui orientati al capitalismo e al libero mercato” contro “la classe operaia a basso reddito”, contro i sostenitori di “un’economia morale” per una società più giusta, ha denunciato la pretesa che le elezioni siano state rubate, come una “beffa” perpetrata da “opinionisti” occidentali.

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

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