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Bruxelles: il terrore che “questo” Occidente non può sconfiggere

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L’ennesima strage sconvolge una capitale europea. Bruxelles è in ginocchio, le decine di morti, gli oltre 200 feriti, dimostrano in modo inequivocabile che a questo terrorismo non ci si può opporre in termini di sicurezza e di militarizzazione delle città, semplicemente perché è inefficace, quando non utile paradossalmente alle logiche degli stessi che compiono gli attentati.

Il problema è molto più profondo e purtroppo non prevede soluzioni brevi e semplici. I danni, ma non è sbagliato chiamarli veri e propri crimini, che l’Occidente ha prodotto negli ultimi due decenni sono terribili. Dalla Prima Guerra del Golfo in poi si è stravolta la percezione che proiettavamo sui Paesi del sud del mondo. Fino ad allora, a torto o a ragione, l’Occidente era il luogo dei diritti, della libertà, della democrazia. Immagini che spesso non corrispondevano alla realtà, ma il bluff reggeva. Poi siamo diventati il mondo della prepotenza, dell’inganno, della prevaricazione e dei diritti a senso unico. Guerre fatte in nome della “democrazia” che uccidevano popolazioni inermi e innocenti, Paesi – come la Palestina – abbandonati all’arroganza e alla prepotenza della forza criminale di Stati come Israele, per finire con un certosino lavoro di smantellamento degli Stati nazionali dell’area mediorientale teorizzato a tavolino dalle teste d’uovo dei neocon statunitensi. Proprio questa operazione di frantumazione degli Stati nazionali iniziata con l’Iraq e poi proseguita con la Libia, Siria, Yemen, e in futuro con l’obiettivo di coinvolgere anche l’Egitto, ha definitivamente rotto tutti i vecchi equilibri provocando una migrazione biblica delle popolazioni di quell’area.

Donne e uomini che nella loro odissea hanno incrociato un Occidente neocoloniale che accetta le braccia utili ad aumentare il Pil con il loro lavoro a basso costo (strumentalizzati anche per seppellire quanto resta dei diritti sul lavoro e dello Stato sociale) e respinge con muri, filo spinato e violenza i milioni di disperati in fuga da conflitti creati dalle nostre politiche. Un Occidente oggettivamente detestabile, un “nemico”.

È questo uno dei contesti nel quale pesca a piene mani il terrorismo di marca Isis. Un terrorismo creato dalle cancellerie europee con i soldi delle petromonarchie. Un copione sperimentato in passato, prima in Afghanistan e poi nei Balcani. Ma sarebbe un errore credere che il terrorismo si rigenera solo da questo mare. C’è un mare forse più grande e sicuramente più interno ai nostri Paesi: quello dei tanti giovani, un’intera generazione, che faticano ad immaginarsi non solo il futuro, ma anche il presente, che vivono in una quotidianità fatta di emarginazione e di ghettizzazione nelle periferie delle nostre città. Penso a quei francesi di origine magrebina che nei decenni passati hanno creduto ad una integrazione possibile e che oggi si vedono rigettati violentemente in una situazione di instabilità culturale e materiale. Un retaggio coloniale che neanche la civile Francia ha mai voluto seriamente affrontare. In questo contesto la religione diventa un rifugio e un luogo di possibile riscatto. Una religiosità falsata, che facilmente può essere manipolata e strumentalizzata da facili promesse e soprattutto dai soldi delle monarchie del Golfo. Non criminalizzando la religiosità, l’essere islamico o di qualsiasi altro credo, si può rompere questo perverso gioco di interessi, bensì riscoprendo i valori della laicità intesa come accettazione dell’altro. È qui la sfida che abbiamo davanti.

Se non si prosciugano questi stagni nefasti, mettendo in atto politiche seriamente responsabili e soprattutto rimettendo in discussioni logiche neocoloniali che sono alla base degli odierni conflitti, a nulla serviranno né il sincero sconforto di tanti democratici, né le ipocrite lacrime dei potenti di turno, gli stessi che vendono armi e finanziano i Paesi amici del terrorismo.

 

* Maurizio Musolino è giornalista, già direttore del settimanale “La Rinascita della sinistra”, ed esperto di Medio Oriente

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1 Commento


  • Silvano Bert

    Ho letto l’articolo ospitato su Adista n. 13 /2 aprile. Penso che l’autore sia mosso dalla mia stessa preoccupazione di lettore. Dove sta il dissenso che mi spinge al commento? “Questo ” Occidente è certo gravato da colpe storiche immense, che vengono da lontano, e da colpe presenti, immense anch’esse. Ma dall’articolo l’Occidente non appare solo colpevole, ma anche, e soprattutto, irrecuperabile a una politica sensata. E’ l'”impero del male”, per usare una metafora nota, e quindi va combattuto, sconfitto, annientato. Chi è oggi la forza che lo combatte con coraggio, senza tentennamenti, con le armi di cui dispone, se non l’Isis? Se per un momento dimentico di essere un occidentale, leggendo simpatizzo per l’Isis, l’unica forza che con coraggio dà speranza a chi si sente oppresso dall’Occidente. Solo l”Isis appare autenticamente alternativo nella sua purezza.
    Ecco. Io non penso che l’Occidente sia l’impero del male. Io penso che l’Occidente sia attraversato da contraddizioni su cui fare leva. Che esistano forze in Europa capaci di pensare una politica alternativa, su sentieri tortuosi e lenti. Capaci d chiedere perdono, di rialzarsi e ripartire, se posso usare un linguaggio religioso.
    E non penso nemmeno che chi si oppone all’Occidente s per questo innocente e “puro”. Si vivono anche nel Terzo Mondo contraddizioni difficili, colpe e responsabilità passate e presenti. Anche chi dall’Occidente è sfruttato e minacciato deve fare scelte dure, per uscire insieme dall’impasse in cui siamo. Solo l’assumersi questa responsabilità comune ci permette di avere speranza che insieme ce la possiamo fare.
    E’ buonismo il mio? Non credo, perché su questa strada non partiamo da zero. E’ vero che la domanda capitale che dobbiamo farci è “come mai, nelle nostre città, si formano i terroristi?” Ma io rispondo che la stragrande maggioranza dei critici, da immigrati, non diventano terroristi, e dell’Occidente sanno apprezzare qualche sua qualità. E parecchi di loro si impegnano nella critica alla società “consumista” come facciamo anche noi, in parecchi occidentali. L’Integrazione per chi arriva non è accettare l’Occidente come una società “buona” così com’è, e adeguarsi, è piuttosto diventare parte integrante di una società che si interroga e si impegna per diventare più giusta.So bene che il passaggio dalla critica “culturale” alla critica “politica” è difficile. E ognuno lo fa nell’ambiente politico e associativo che ha scelto, o in cui la storia lo ha collocato. Il pessimismo catastrofista non ci aiuta. Ci aiutano di più, oltre l’analisi che non fa sconti, le “buone notizie” di un percorso già avviato. Riconoscere che l’Italia di oggi è impegnata nell’accoglienza, arrabattandosi con fatica sui ponti invece che sui muri, è il modo per suscitare energie, per reggere alla politica dei respingimenti.
    E’ “buonismo” il mio? Forse ai lettori di una rivista neomarxista come Contropiano può sembrare tale. Ma Adista è di un ambiente culturale cristiano che dovrebbe annunciare “speranza contro ogni speranza”. Da antico militante del Pci (sono del 1943) mi permetto però di ricordare che anche Marx coglieva le contraddizioni di una società, e cercava nella società così com’è le forze per cambiarla. Buon lavoro.

    Silvano Bert – Trento

    P.S. Con Adista ho discusso più volte, e animatamente, di queste questioni.

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