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Decreto Minniti. Gli operatori sociali replicano: “non siamo soldati”

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Nelle scorse settimane il Governo Gentiloni ha licenziato due decreti in materia di sicurezza e immigrazione: "Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città" e "Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale". I due provvedimenti fanno tornare indietro il nostro Paese di anni, peggiorando, di fatto, il cosiddetto Decreto Maroni del 2008.

Numerose associazioni stanno prendendo posizione denunciando la pericolosità di questi provvedimenti, che si configurano come espedienti per marginalizzare e escludere ulteriormente le fasce deboli e in difficoltà della popolazione. Una "composizione di classe” contro cui dichiarare guerra in nome del decoro urbano e per lanostra sicurezza: consumatori di droghe, mendicanti, migranti, prostitute, venditori abusivi.

Il primo provvedimento prevede che il sindaco prima e il questore poi (con conferma dopo 48 ore) possano per talune categorie di persone disporre l’allontanamento e il divieto di accesso a taluni luoghi della città per periodi non superiori all'anno. Le parole usate nel decreto sono: decoro, quiete pubblica e moralità. Gli strumenti amministrativi, che hanno ripercussioni anche pesanti in ambito penale, servono a criminalizzare i giovani, i migranti e i poveri. A liberare, in nome del decoro, il salotto buono della città dalle marginalità sociali.

Il sottotesto, neanche troppo implicito, recita: Cari sindaci, nei prossimi anni le risorse diminuiranno, non avrete la possibilità di ottenere il consenso dei cittadini attraverso politiche sociali adeguate e corrispondenti ai loro bisogni. Vi daremo, però, gli strumenti securitari per costruirlo in altro modo, che oggi il consenso si costruisce sulla paura. 

Se Maroni ha fatto nascere i sindaci-sceriffo, Minniti gli ha messo in mano le armi necessarie a comportarsi come tali.

Quando si identificano gli indesiderabili da sanzionare e espellere da alcune aree dello spazio pubblico occorre ricordare che buona parte delle figure sociali citate sono spesso stranieri non residenti nell’UE. Alle difficoltà sociali si affianca e intreccia, quindi, uno status giuridico reso sempre più fragile dal secondo decreto, quello che stravolge il diritto d'asilo.

In questo secondo provvedimento c'è, però, un passaggio che finora non è stato preso in considerazione ma che è altrettanto significativo e pericoloso: "Il responsabile del centro o della struttura è considerato pubblico ufficiale ad ogni effetto di legge" (Capo II, Art. 6 del Decreto Legge 17 febbraio 2017, n° 13 – “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”).

Questo punto ci riguarda direttamente perché intende cambiare completamente il nostro ruolo e la nostra funzione. Siamo operatori sociali, la relazione con le persone accolte nei nostri servizi si basa su un rapporto di fiducia e terzietà rispetto a quello che queste persone hanno nei confronti delle Questure, delle Prefetture e, in ultima istanza, dello Stato.

Se avessimo voluto fare le guardie avremmo fatto scelte diverse.

Al momento questo passaggio è circoscritto alla consegna delle notifiche; si tratta, però, di un confine che viene superato dando libero accesso a un uso strumentale del nostro agire sociale. Diverse Prefetture stanno mettendo a punto regolamenti in cui impongono il coprifuoco, il rientro serale entro un orario prestabilito, ai richiedenti protezione internazionale ospitati nelle strutture di accoglienza pena la perdita, se trovati fuori orario per strada, del posto in accoglienza. Ci verrà richiesto di fare la conta serale e la delazione nei loro confronti? In alcuni casi sta già accadendo!

Stiamo assistendo a una trasformazione della figura dell'operatore sociale dentro un cambio radicale e fortemente limitante del diritto d'asilo. Il diritto d'asilo è un diritto alla vita, la procedura, quindi, non può essere compressa e semplificata. Valutare con attenzione le ragioni della richiesta da parte del migrante è un dovere nei confronti di chi fugge da situazioni in cui è a rischio la propria vita e quella dei propri familiari.

Il Decreto Minniti va nella direzione opposta.

Così scrive in una nota l'Associazione Antigone: "Per intervenire sul sovraccarico del sistema di asilo ed accoglienza e ridurre i tempi eccessivamente lunghi delle procedure, il governo propone infatti una soluzione molto semplice: ridurre le garanzie in sede giurisdizionale. L’eliminazione del grado di appello per chi ha ricevuto un diniego dell’asilo in primo grado, sacrifica in maniera evidente i diritti delle persone vulnerabili di fronte all'esigenza di alleggerire il carico dei Tribunali e dei centri di accoglienza."

A questo si deve aggiungere il potenziamento della detenzione amministrativa, non più CIE (Centri di Identificazione e Espulsione) ma CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio): cambia la definizione della struttura ma resta inalterata la funzione, prolungando la durata massima del trattenimento fino a 135 giorni e aumentandone la capienza fino ai 1600 previsti nei nuovi centri, uno per regione.

I legislatori direbbero che il "combinato disposto" dei due decreti produce una direzione chiara e precisa, mira cioè alla ricerca del consenso dei cittadini attraverso politiche securitarie in cui si dichiara guerra ai poveri e ai migranti. In questa guerra a noi operatori sociali viene riservato il ruolo dei soldatini.

Non possiamo accettarlo, in nessun modo e da nessun punto di vista. È il momento che Legacoopsociali si faccia parte, insieme alle molte altre associazioni che su questi e altri aspetti stanno muovendo critiche, di una mobilitazione che ci veda attivi nelle prossime settimane e presenti sotto il Parlamento nel momento in cui questi Decreti dovranno passare alle Camere per essere trasformati in Legge.

È il momento che ognuno faccia la propria parte. Per non essere complici.

* cooperatore sociale

@nelpaese.it

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