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Genova: trama, governance e rottura

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La parola “trama”, che sostituisce quella più limitante di “casta”, è stata recentemente introdotta nel linguaggio politico concettuale di Podemos, mutuandola dall’analisi del deputato Manolo Monereo, si addice perfettamente all’analisi del blocco di potere che sta governando La Superba da quasi vent’anni.

La sua crisi di egemonia sulle classi subalterne si sta concretizzando con la veloce frammentazione della rappresentanza politica e l’estrema fluidità della situazione.

La “trama” si trova nell’impossibilità anche solo di abbozzare un patto sociale minimamente inclusivo in grado di governare le contraddizioni sociali in una fase di transizione della città nei suoi punti nevralgici: dal polo industriale al porto, dalle aziende partecipate a quelle del terzo settore, dal settore turistico-alberghiero al mondo della scuola-ricerca.

Per ora, la prospettiva della fusione di un blocco sociale “storico” in grado di far precipitare un processo di rottura con il quadro politico dato non appare come possibilità concreta nell’immediato futuro.

Questo “ritardo” ha dei precisi riflessi sulla formulazione di una ipotesi politica che si ponga nell’ottica di iniziare un processo costituente che rompa non solo con la classe dirigente locale, ma con l’apparato di potere tout court.

Per questo trarre la sintesi politico-organizzativa delle numerose lotte che hanno visto protagoniste in questi anni importanti fasce della popolazione a cominciare da settori di punta della working-class, abitanti dei quartieri periferici e differenti “mondi”, come quello della scuola, non è un compito facile.

Questo non vuol dire che la crescente insofferenza non possa tradursi almeno parzialmente in una chiara indicazione di voto per un soggetto politico in grado di esprimere questa tensione.

Uno dei veri rompicapi politici della fase sta nell’essere sempre in bilico sul piano, comunque scivoloso e contradditorio, del provare a dare forma ad una rappresentanza politica locale in chiave populista che dia voce ad una sempre maggiore fascia degli esclusi, forzando l’orizzonte o scartarla e lavorare su un più ampio arco temporale che traguardi le imminenti elezioni amministrative. Certamente la frattura territoriale: centro-periferia e generazionale: vecchi-giovani è un dato da tenere in considerazione, l’analisi del voto contrario alla riforma costituzionale di Dicembre costituisce un esempio interessante della capacità di centrare una tendenza, e non semplicemente prefigurarla, e che va ben al di là, come risultato, della capacità soggettiva di articolare una campagna per il No, comunque importante come precedente organizzativo.

Al di là delle fantasiose narrazioni la Superba rimane una città “antropologicamente operaia”, che non potrà mai conoscere una transizione a realtà compiutamente post-industriale dedita ai servizi e al settore turistico alberghiero, data la mancanza di un ingente flusso di capitali interessato a investire nella città. Genova rischia piuttosto di divenire una shrinking city da “caso-studio” (come viene già dipinta in alcuni manuali di sociologia urbana) molto simile ad una metropoli post-coloniale del Sud del mondo.

L’immagina “distopica” di Genova potrebbe essere quella di un città, paradiso del turismo mordi e fuggi nel centro-levante compiutamente gentrificato, sullo sfondo di una povertà sociale dilagante in una immensa periferia in conclamato stato di abbandono, attraversata da faraoniche e distruttive grandi opere inutili in cui non lavora una forza lavoro attinta dal bacino della disoccupazione locale, un porto – in mano alle “multinazionali” del mare, con una forza lavoro flessibile e precaria e il settore dei servizi in mano ad aziende private con un apparato industriale residuale simile ad una “zona economica speciale”.

La trama è un meccanismo unificato che organizza una sorta di “matrice” del potere in cui convergono interessi economici, potere mediatico e una classe politica strutturata.

Sostanzialmente organici, anche se in realtà collaterali, a questo blocco di potere risultano essere la dirigenza del sindacalismo confederale (CGIL, CISL e UIL), quella del “Terzo Settore” e di quei corpi sociali intermedi che non hanno mai reciso quel cordone ombelicale con l’apparato di potere del PD.

Questo raggruppamento di interessi è il vettore locale delle oligarchie di potere e del loro credo ordo-liberista, per cui sono le istituzioni pubbliche ad ogni livello che devono farsi carico delle esigenze del mercato, anche e soprattutto quando si tratta di privilegiare l’interesse privato sul bene pubblico, depauperando –fino ad azzerarla – la già residuale sovranità popolare su alcuni aspetti rilevanti della governance locale e del patrimonio di cui essa gode da svendere il più possibile per fare cassa e ripagare un debito di cui si conosce l’entità ma di cui è difficile conoscerne la composizione.

In questo contesto la “svendita” dei commons, non solo assicura una rendita sicura per gli interessi privati che se li accaparrano, come la privatizzazione della gestione delle risorse idriche ha insegnato anche a Genova, con un aggravio dei costi del servizio e una strutturale sordità all’esigenze dell’utenza, ma una perdita della capacità di controllo e quindi di potere decisionale su uno degli aspetti centrali di quello che David Harvey ha definito “il diritto alla città”.

In una fase di crisi di realizzazione dei profitti, la metropoli diviene una merce, indispensabile per la rendita di posizione delle oligarchie politico-finanziarie: acqua, mobilità, gestione dei rifiuti e welfare sono i bocconi prediletti, e la costruzione politico-economica dell’Unione Europea si fonda appunto su questi voraci appetiti e sul tentativo di “cessione sovranità” su questi aspetti fondamentali della vita urbana proprio a quella trama di interessi che sembrano strutturarsi in una logica neo-coloniale.

In questa cornice si inserisce il pervicace tentativo di svendita di AMIU (azienda pubblica che gestisce il ciclo dei rifiuti) a Iren, che già grazie alla propria controllata: Mediterranea delle Acque si è appropriata delle risorse idriche locali.

Un flusso di liquidità assicurato dalla Tari (la tassa sui rifiuti), la lucrosa speculazione sulla produzione di metano e di compostaggio, e il funzionamento a pieno regime degli inceneritori di Torino e Parma, sono i motivi contingenti dell’interesse di questa multi-utility favorita senza nessuna gara nell’accaparrarsi gli introiti derivanti dalla gestione della rumenta.

Ma oltre l’aspetto economico, con il corollario di un amministratore delegato autocrate e di bilanci indecifrabili, c’è il pericoloso accumulo di potere su gangli vitali della vita urbana all’interno di un unico soggetto e delle sue controllate, dietro il quale stanno consolidati interessi speculativo-finanziari che non stanno tardando ad emergere, come i lauti dividenti agli azionisti di Mediterranea delle Acque hanno dimostrato in questi anni.

La battaglia contro l’accorpamento AMIU-IREN acquista così quasi una valenza epocale per Genova, date anche le possibili difficoltà future di “reversibilità” di questa scelta per una amministrazione che volesse invertire la tendenza alla privatizzazione, oltre ad essere una vera propria sciagura per i lavoratori coinvolti.

 

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1 Commento


  • Eros Barone

    La condizione generale che caratterizza Genova è effettivamente quella del declino materiale e morale, ma soprattutto di un'involuzione del potere locale in senso oligarchico, che genera un clima di oppressione crescente, una diffusa corruzione ed una marcata autoreferenzialità. Eppure Genova è stata protagonista di cicli di sviluppo ed accumulazione epocali: la 'città-azienda' dei fondaci dopo la prima crociata, il "secolo d'oro" secentesco dell'egemonia finanziaria nell'economia-mondo, la fabbrica ottocentesca delle navi e dei cannoni con il suo prolungamento ottocentesco nel sistema delle partecipazioni statali esauritosi negli anni '80 del secolo scorso. Oggi il rullo compressore della globalizzazione sta schiacciando un'economia, quella per l'appunto genovese, che, a partire dal settore marittimo-portuale, soffre chairamente di nanismo. Così, l'effetto congiunto di una radicata vocazione alla rendita (non alla riproduzione allargata del capitale) e di un agire politico ridotto ad intermediazione affaristica si avverte perfino nel campo delle sovrastrutture: basti pensare alla stampa quotidiana che non ha più radici in questo territorio, come dimostra la vicenda del "Secolo XIX" assorbito dalla "Stampa" di Torino (vicenda che si può interpretare anche come un preludio al futuro assorbimento della Liguria nella macroregione delle Alpi occidentali), e all'università, che funziona anch'essa come un corpo autoreferenziale del tutto separato dalle dinamiche del territorio. La logica capitalistica della gerarchizzazione degli spazi urbani procede perciò incontrastata configurando, da un lato, il centro storico come asse della 'gentrificazione' e della spettacolarizzazione della cultura in funzione di anestetico e allucinogeno per gli strati intellettuali semicolti, e dall'altro le periferie come tetro scenario della marginalità e della subalternità delle classi popolari. La città "antropologicamente operaia" sta diventando in realtà una città piccolo-borghese e sottoproletaria, quindi sempre meno 'rossa', con tutte le conseguenze che questa mutazione induce inevitabilmente nei gruppi e nelle organizzazioni della sinistra 'radicale', 'antagonista' e 'alternativa'.                          

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