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Oggi la Siria, domani la Corea? Fermiamoli, guerra alla guerra!

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Poche ore fa le forze armate statunitensi hanno sferrato un massiccio attacco missilistico contro una base dell’aviazione militare siriana a qualche decina di chilometri da Homs.

“Per punire il governo Assad che ha colpito dei civili inermi” si è giustificato Donald Trump, i cui caccia nelle ultime settimane hanno provocato la morte di parecchie centinaia di inermi abitanti di Mosul, in Iraq, senza che nessuno, a Washington e a Bruxelles, si scandalizzasse affatto. 

Era chiaro che quello che è stato presentato all’opinione pubblica occidentale come “un attacco con armi chimiche del regime siriano contro gli abitanti di Khan Sheikhun” avrebbe costituito il casus belli utilizzato dall’amministrazione Trump per fare quello che neanche Obama si era azzardato a fare per timore della reazione di Russia e Cina: un’azione militare diretta contro le forze armate di Damasco.

Probabilmente la verità su quanto accaduto a Idlib martedì scorso non la sapremo mai, il conflitto siriano è troppo ingarbugliato e i soggetti in conflitto – ognuno con i suoi apparati propagandistici e la sua story telling all’opera – troppo numerosi. Ma gli elementi per smontare la versione dei fatti diffusa dall’Osservatorio Siriano per i diritti umani, dai cosiddetti Caschi Bianchi (detti anche la ‘protezione civile di al Nusra’) e dalle centrali propagandistiche delle petromonarchie del golfo (Al Jazeera in testa) erano apparsi sin da subito numerosi: perché il regime di Assad avrebbe dovuto rivelare al mondo di possedere ancora armi chimiche, teoricamente distrutte integralmente nel 2014, per eliminare poche decine di civili inermi mentre poteva usarle per far fuori migliaia di combattenti jihadisti? Perché suicidarsi fornendo argomenti agli avversari con una strage completamente inutile dal punto di vista strategico e militare proprio ora che le forze lealiste, grazie al sostegno dell'aviazione russa e delle forze inviate da Hezbollah e dall’Iran, hanno riconquistato una grossa fetta del territorio siriano mettendo all'angolo Stato Islamico ed al Qaeda e i relativi sponsor internazionali?

D’altronde gli Usa e le altre potenze impegnate nel rovesciamento violento del regime siriano – la Francia in prima fila – avevano già provato a utilizzare il presunto uso di armi chimiche contro i civili a Ghouta nel 2013 per giustificare un massiccio intervento militare contro Damasco. Ma allora i bombardieri, con i motori già caldi, dovettero tornare negli hangar di fronte al deciso intervento, non più solo diplomatico, di Russia e Cina.

Ovviamente il massiccio bombardamento della notte scorsa contro la base di Shayrat, pur indebolendo le forze lealiste siriane e costituendo un regalo alle milizie jihadiste e ai loro sponsor, difficilmente potrà incidere in maniera significativa sulle sorti del conflitto (sempre che rimanga un episodio isolato, ovviamente). A quanto pare il governo russo era stato avvertito dell’imminente “punizione” da parte di coloro che continuano a rappresentarsi come i gendarmi del mondo, e la base era stata almeno parzialmente evaquata. Ma il grave intervento militare diretto contro Damasco da parte dell’amministrazione Trump costituisce un inquietante e pericolosissimo precedente destinato a far salire di nuovo la tensione tra le varie potenze coinvolte nel conflitto siriano che la dice lunga sulla strategia del nuovo presidente  e del suo entourage.

Nel giro di poche ore, senza neanche aspettare il voto delle Nazioni Unite – in cui sapeva che il veto di Cina e Russia avrebbe bloccato i propri progetti – Trump ha deciso di colpire le forze siriane in maniera unilaterale e improvvisa, incurante delle possibili reazioni dei propri avversari e competitori. Una vera e propria politica del ‘fatto compiuto’, simile a quella da decenni utilizzata dal regime israeliano, passibile di accendere una miccia che nessun processo di concertazione con le potenze avversarie potrebbe essere in grado di spegnere.

Le ragioni che hanno spinto l’amministrazione Trump – lasciamo da parte il profilo psicologico del personaggio, un paese come gli Stati Uniti non lo governa certo un sol uomo – sono molteplici, alcune di carattere contingente ed altre di carattere generale.

Innanziturro l’inquilino della Casa Bianca cerca attraverso l’intervento militare contro Damasco di rinsaldare le fila all’interno della sua stessa amministrazione e del paese che guida, dopo i vari episodi in cui esponenti stessi del Partito Repubblicano e degli apparati militari gli avevano messo i bastoni tra le ruote rivelando la debolezza della sua leadership.

In secondo luogo – lo scenario si fa sempre più inquietante – il lancio dei Tomahawk sulla base di Shayrat costituisce un esplicito segnale rivolto alla Cina, inviato proprio in concomitanza con l’arrivo negli Usa di Xi Jinping. La tensione tra Stati Uniti e Cina è sempre più palpabile, e alla guerra commerciale dichiarata da Washington potrebbe presto sommarsi un livello di competizione diretta anche militare, come dimostrano le dichiarazioni di Trump a proposito della necessità che Pechino tenga buono il proprio protetto nord coreano. Altrimenti, ha minacciato l’inquilino della Casa Bianca, “riterremo responsabile la Cina e agiremo di conseguenza”.

L’aggressione improvvisa e unilaterale nei confronti della Siria la dice lunga anche sulla dichiarata volontà da parte dell’amministrazione Trump di trovare un modus vivendi con la Russia. Mentre l’ambigua e altalentante strategia di Obama mirava ad accerchiare e colpire Mosca per condizionare e indebolire l’Unione Europea, Trump sembrerebbe intenzionato a tentare di separare Mosca da Pechino, per concentrare i propri sforzi, di nuovo, contro Cina e Unione Europea. Ma una politica statunitense contraddistinta dalla guerra commerciale e dal protezionismo, dal fatto compiuto e dal nuovo protagonismo militare di Washington anche in Medio Oriente – da dove gli Usa sono stati scalzati non solo dalla Russia ma anche da ex alleati come Israele, Turchia e Arabia Saudita – non potrà che obbligare Mosca alle dovute contromisure. La storiella dell’amicizia tra Putin e Trump, raccontata fino allo sfinimento dai media liberal e campisti, alla quale in troppi anche a sinistra hanno creduto, si è rivelata presto per quello che era… Più l’imperialismo statunitense sarà debole e declinante, incapace di affermare la sua egemonia di fronte all’emergere di altre potenze regionali e globali concorrenti, più Washington tenterà di conquistare il terreno perduto attraverso la forza, anche in maniera inconsulta, con tutti i rischi che ciò comporta.

Di fronte ai nuovi e imminenti pericoli di guerra globale – allo scenario già descritto occorrerebbe aggiungere le tensioni tra Gran Bretagna e Spagna, con il governo di Londra che si dice pronto alla guerra contro Madrid pur di mantenere il controllo sull’enclave di Gibilterra – la sinistra di classe e i comunisti non possono che rilanciare e accelerare i propri sforzi per inceppare l’ingranaggio della guerra.

Coloro che pensano che il problema sia il regime siriano – perché è un regime, senza dubbio – rimosso il quale in quel paese e nel mondo si affermeranno finalmente la pace e la democrazia farebbero bene a ricordare quali sono state le conseguenze delle aggressioni militari alla Jugoslavia, all’Afghanistan, all’Iraq e alla Libia.
Stiamo precipitando su un piano inclinato micidiale, quello di una escalation militare mondiale dagli esiti imprevedibili in cui le i vari poli in campo faranno carne di porco dei diritti umani, della pace, della democrazia e della stessa vita di milioni di persone.
L'Italia e l'Unione Europea sono parti in causa in questo conflitto, e non sarà certo la rituale quanto inefficace condanna nei confronti dei regimi altrui a salvarci dalle conseguenze di uno scontro globale sempre più spostato verso il livello militare. Sarà solo contribuendo alla rottura dell’Unione Europea, oltre che delle alleanze belliche incentrate sugli Stati Uniti, che potremo dare un reale contributo alla lotta contro la guerra.

 

Rete dei Comunisti

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