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Tra Bruxelles e Hamburg, noi, le nostre vite sotto stato d’emergenza

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L’evidente torsione neoautoritaria in cui l’UE sta involvendo non è accidentale, non è causata da oscure forze esogene o complessi processi sociopolitici. E’ la cifra stessa della fase in cui siamo entrati, quella compiutamente ordoliberale della governance dell’Unione. Una fase in cui al neoliberismo si aggiunge uno stato Leviatano che governa in modo poliziesco il processo di espropriazione dal basso verso l’alto, dai molti ai pochi e piega a proprio piacimento la democrazia, mentre militarizza i territori e le vite.

Benvenuti nell’Europa a trazione tedesca; un’UE che si riduce ad un insieme di dispositivi di disciplinamento e controllo. Lo stato d’eccezione permanente salda il diritto penale del nemico allo stigma del debito e della colpa, alla condanna di forme di vita che vengono considerate non“decorose” o semplicemente disfunzionali alla messa a valore capitalista.

Dal nostro punto di vista in Italia abbiamo osservato  un sostanziale cambiamento de facto nel diritto e rispetto ai codici. Il diritto penale diventa da un lato diritto di guerra, con punizioni sproporzionate ai reati contestati e trattamenti inumani; è la socializzazione delle misure punitive sperimentate negli stadi di calcio nei decenni precedenti; dall’altro lato il diritto penale colpisce la proprietà, spostando tutti i reati  connessi alla lotta politica nel diritto amministrativo: multe, fogli di via, vere e proprie espropriazioni. In Germania, e a Berlino in particolare, l’ondata di squatting degli anni ’90 fu fermata sicuramente sgomberando manu militari le case ma.una volta fuori, agli occupanti non veniva indicata la porta di una cella ma una o più multe individuali per cifre altissime (oggi parleremmo di decine di migliaia di euro a testa). Un debito economico con lo Stato che fa letteralmente pagare la colpa di aver alzato la testa. Accadeva nella neonata Germania unita arriva dopo oltre 20 anni anche nel Sud Europa.

A completare il quadro dei mutamenti dei dispositivi repressivi nell’epoca Ordoliberale  si potrebbe aggiungere il diritto amministrativo e del lavoro che diventano sempre più diritto commerciale; come anche la riduzione dello spazio di agibilità per esercitare forme di conflitto nei luoghi di lavoro (restringimento diritto di sciopero); ma anche uno slittamento totale dei poteri verso  Prefetture, Questure e Municipalità, istituzioni poliziesche e territoriali,  fuori dalla giurisdizione ordinaria che quindi non prevedono processi, possibilità di appello, possibilità di difesa.

Questo è il quadro repressivo in rapida disarticolazione e riarticolazione. L’emergenzialità non è più un dispositivo narrativo o mediatico, utile a stringere le maglie del dissenso e imporre una prassi repressiva, ma diventa una condizione materiale dettata dall’”eccezionalità anomala” degli strumenti che vengono utilizzati per reprimere; strumenti che si fanno forza dei vuoti, nel codice o di competenze, dettati proprio da queste trasformazioni legislative disorganiche, puntuali e molto serrate nel tempo.

Possiamo osservare macroscopicamente tre assi principali lungo i quali si muove la repressione: uno quello dell’attitudine coloniale, l’altro il governo dell’isolamento e dell’indebitamento ed infine la segregazione urbana.

L’attitudine coloniale è strettamente connessa alla progressiva militarizzazione dei corpi di polizia, all’inasprimento e all’allargamento dei reati connessi al “terrorismo” e, quindi, al diritto penale del nemico e alle sue misure preventive. L’abbiamo osservata in Francia, Spagna e Italia in modo evidente. Questo asse di azione della repressione si nutre di un sempre maggiore corporativismo dei poliziotti che. nella militarizzazione del territorio, godono di una quasi totale impunità rispetto ad abusi e violenze. “Nessuno controlla i controllori” potremmo dire; i poliziotti  vengono addestrati sempre più come soldati e sempre meno come polizia civile. Diventano a tutti gli effetti militari di un esercito di occupazione territoriale e hanno sempre più carta bianca nel procedere extra iure e spesso nella più totale arbitrarietà (le notizie che giungono dalla Francia mensilmente ne sono prova).

Il secondo asse lungo il quale, per noi, si qualifica la repressione europea è quello più connesso all’”etica protestante” e ai dispositivi di controllo ordoliberali; dispositivi che isolano, segregano, governando l’indebitamento e lo stigma sociale. Si utilizza per esempio in Germania ed Inghilterra il marchio di infamia di “comportamento antisociale”, per chiunque non si adegui al disciplinamento iniquo dello Stato, dal workfare alla questione dell’abitare. Questi dispositivi sono fondamentalmente  forme di espropriazione di ricchezza e di messa a produzione di una soggettività sempre più vulnerabile e sola. In Italia in questo campo possiamo inserire l’humus di provvedimenti e interventi legislativi che si nutrono della retorica della legalità. Una retorica che ha disvelato la propria tensione sicuritaria trasformando l’ambizione alla giustizia sociale nel più bieco dei giustizialismi, forcaioli. Ora questo in Italia sta producendo sgomberi e chiusure di spazi sociali, e luoghi di movimento e cultura; “la legalità, l’ottimizzazione nel funzionamento rigoroso dello stato” in definitiva sono sempre rivolti verso chi è più isolato e vulnerabile ed in definitiva tendono a restringere fino a chiudere ogni vis politica e velleità democratica.

Infine c’è la lotta ai poveri che ha sostituito la lotta alla povertà. Nell’impossibilità, nelle città dell’austerity, con i vincoli di bilancio imposti, di produrre interventi che migliorino concretamente la vita dei cittadini si è lanciata la crociata nel nome del“decoro”. Chiunque non sia considerato decoroso, e quindi non abbia uno stile di vita, un reddito in linea con la classe che si fa giudice in tal senso, va allontanato dalla comunità e se non dalla comunità quantomeno dal campo del visibile. Questa dimensione che agisce sul piano locale, per esempio in Italia utilizza nei confronti dei soggetti da espellere la grammatica della malattia e dello sporco; si parla di “pulizia”, “risanamento”, “ruspa” ecc. Chiunque sia visto come non “omogeneo” alla governance vede condizionata, ridotta o profondamente limitata la propria cittadinanza, o meglio la propria libertà di movimento nello spazio urbano. Anche lungo questo asse non possiamo non scorgere degli elementi materialisti: la rendita immobiliare, la gentrification, la costruzione di centri salotti con vetrine sono quasi sempre la reale motivazione di questi interventi punitivi. La paura del diverso, che poi è paura di impoverimento progressivo della classe media, delega ad un potere che detiene il monopolio della forza, ma anche l’assoluto governo delle libertà individuali, il compito di svuotare e rendere silenziose le strade e le piazze (l’isolamento come condizione che riproduce ulteriormente controllo e repressione).

Questi tre piani nei momenti di conflitto più aspri, o nei momenti in cui potrebbe emergere una soggettività in conflitto capace di costruire anche consenso spesso vengono intrecciati; così possiamo leggere la paranoia securitaria dei fogli di via, i fermi preventivi, che si sommano alla violenza dei reparti antisommossa, i DASPO urbani che si aggiungo all’isolamento e allo stigma mediatico intorno per esempio ai controvertici G7 in Italia e anche al G20 in Germania. Il Decreto Minniti Orlando è un compendio di tutto ciò. A differenza della parabola repressiva in Spagna, il decreto non punta all’espansione dei reati d’opinione, ma muovendosi sui tre assi succitati lascia il conflitto fuori dall’orizzonte del possibile in quanto potenzialmente “illegale, indecoroso, costoso”.

La sfida è ribaltare questo piano sfavorevole, affermare la centralità del “legittimo” e non più del “legale”.

“…E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile…”

Il confronto, la formazione continua (le normative via via più autoritarie si inseguono mutando a secondo degli shitstorm della rete e dei fatti di cronaca), la condivisione di esperienze sono pratiche basilari per una rete contro la repressione. Per affrontare la repressione 2.0 che si fa paradigma di governo europeo è bene farsi carico completamente e in senso oppositivo di una soggettivazione che è innanzitutto politica e che separa nettamente il campo in due lati della barricata: noi da una parte, quella del garantismo radicale, la governance e la repressione dall’altro. Partendo da queste premesse di metodo è necessario, anzi urgente, iniziare a costruire collettivamente un processo che sia inclusivo e più largo possibile e che costruisca  una contro-narrazione che sostituisca alla legalità, la legittimità dell’azione politica.

Questo ribaltamento non può avvenire senza un confronto aperto, che oltrepassi le differenze e le incompatibilità tra soggetti politici, gruppi, collettivi, e che parta dalla consapevolezza che ognuno di noi di fronte alla macchina repressiva è vulnerabile. Lo sono le donne alle quali vengono negate diritti sul loro corpo, lo sono gli indebitati, i precari, lo sono i migranti nei centri di accoglienza, lo sono colonizzati di terza e quarta generazione nelle banlieue francesi, lo è chi va allo stadio e chi beve birra in piazza. I dispositivi di repressione non sono solo uno strumento di contenimento e punizione che segna il limite della nostra libertà. Essi producono degli effetti in noi, anche prima di averci colpito, e anche qualora non ci colpissero mai. I soggetti che la repressione punta a creare sono soggetti vulnerabile si, ma soprattutto isolati dagli altri, diffidenti, non in grado di allearsi con altri altrettanto vulnerabili, perché non in grado di costruire comunicazione e relazione non inquinata dalla paura e dall’individualismo.

Per questo pensiamo che uno dei primi passaggi per reagire all’asfissia di un capitalismo sempre più autoritario sia quello di ricostruire un tessuto sociale basato sulla cura reciproca. Ricostruire negli spazi che attraversiamo momenti di confronto e di ascolto, rompere la tenaglia creata dalla paura, per cui nel silenzio della propria solitudine bisogna decidere se essere pavidi nella sottrazione o eroi nel sacrificio. Costruire assemblee, nodi territoriali di una rete, che possano discutere apertamente su come trasformare le vulnerabilità individuale in forza collettiva, che possano organizzare casse mutue per chi subisce misure repressive, che possano decidere insieme di non lasciare indietro nessuno e creare inedite connessioni a livello cittadino proprio in risposta a questi temi.

Qualcuno diceva che una folla che scappa è una folla di uomini soli, da Bruxelles in poi continuare insieme il cammino contro la solitudine che il nemico ci impone è per noi una priorità politica.

 

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