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Napoli sotto assedio

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Sono settimane difficili per la città di Napoli. Il 16 ottobre scorso una sentenza della Corte dei Conti ha ulteriormente aumentato le difficoltà di cassa del comune ed imposto – applicando l’articolo 148 bis del Testo unico degli Enti Locali – un Rafforzamento del controllo della Corte dei conti sulla gestione finanziaria del Comune di Napoli.

Ciò significa che ciò che residua del Welfare che ancora è nelle disponibilità di un Ente Locale già in pre-dissesto conosce una battuta d’ arresto. Per i signori dei numeri, del Pareggio di Bilancio, introdotto in Costituzione all’articolo 81, alcuni dei servizi come il trasporto pubblico o le mense scolastiche, oppure il patrimonio immobiliare comunale, non sono beni essenziali per i cittadini ma andranno gestiti con le regole della pura sostenibilità finanziaria. Questo passaggio sancisce la trasformazione dei Comuni da “erogatori di servizi”, da enti di prossimità al cittadino, a meri enti territoriali di controllo sociale.

Viviamo in una città stretta dalla morsa di un enorme debito pregresso (retaggio di altri periodi come quelli dell’emergenza rifiuti o dell’emergenza per il terremoto del 1980), che continua ad essere spalmato anno per anno, sotto la costante minaccia del rischio fallimento. Decenni di mal governo, caratterizzati dal sistema delle clientele e dallo sperpero di denaro pubblico, avevano già presentato nel 2011, anno del primo mandato della Giunta De Magistris, una macchina difficile da governare. Se a questo si aggiungono tutti i tagli che i vari governi centrali hanno imposto agli enti locali, a cominciare della famigerata Spending Review approvata dal Governo Monti si ha, innanzi a noi ed alla città tutta, un quadro che potremmo definire disperato.

A ciò va aggiunto che gli unici enti in Campania ad avere una disponibilità di spesa sono la Città Metropolitana e la Regione; il primo nonostante abbia un “avanzo libero di bilancio” in attivo di 540 milioni di Euro non può destinarli alle esigenze sociali di cui l’intera area metropolitana avrebbe bisogno, la Regione invece viene gestita con una modalità affaristica e discrezionale da De Luca e la sua maggioranza che tengono fermi i 4 miliardi dei Fondi Europei 2014-2020 in attesa di decidere dove ed a chi dispensarli.

Nell’ultimo periodo, nonostante questa disastrosa situazione economica, da un lato i movimenti della città dall’altro un amministrazione che si era dimostrata, in alcuni casi, non allineata ai dettami che provenivano dal governo nazionale e dall’Unione Europea, avevano prodotto un squarcio nell’opaco panorama politico italiano. Questa caratteristica aveva consentito all’Amministrazione di opporsi alle politiche di austerità dei governi Monti, Letti e poi con l’esecutivo di Renzi.

Tutto ciò non si concretizzava però in un netto cambio di passo o in una disobbedienza totale alle logiche di tenaglia in cui sono intrappolati gli enti locali, ma si erano messe in campo azioni politiche, nei limiti della portata di forza di una città come Napoli, di vera e propria resistenza ai dispositivi di macelleria sociale. Dall’assunzione a tempo determinato di 300 maestre nel 2013, passando alla difesa delle garanzia occupazioni società partecipate, la rigenerazione urbana di Scampia, la delibera sui Beni Comuni, la difesa delle occupazioni abitative, il mantenimento del carattere pubblico dell’erogazione dell’acqua, cosi come voluto nel referendum nazionale nel 2011, ed in parte alla vicenda Bagnoli la città è riuscita in parte ad affermare alcuni principi in totale controtendenza con quelle che erano e sono le logiche imperanti dei vari governi nazionali.

Oggi la situazione ci sembra molto diversa, non solo perché lo scontro con il governo si è lentamente affievolito con l’arrivo dell’esecutivo di Gentiloni e la fine (momentanea) dell’esperienza Renzi, ma anche e sopratutto dagli ultimi atti della Corte dei Conti sembra sempre più difficile per l’Amministrazione cittadina riuscire a mantenere un livello di autonomia verso il governo nazionale e l’inquilino di Palazzo Santa Lucia.

Tuttavia riteniamo ancora aperta le strada della trasformazione. Chiaramente ciò può avvenire in netta controtendenza con il recente passato a partire da alcune questioni /simbolo dell’agenda politica cittadina.

Ci sembra illusorio offrire credito politico al governo Gentiloni che è, sostanzialmente, l’esatta continuazione dell’esperienza renziana e dei diktat della UE.

Fino a che punto si può scegliere di stare in silenzio davanti al ricatto di chiudere i rubinetti, di privatizzare ampie porzioni dell’Azienda Pubblica di Mobilità o di vendere importanti quote pubbliche di società come la Gesac, che garantiscono, ogni anni, importanti utili per la città di Napoli?

A chi giova il ritorno di questa politica? Potranno bastare operazioni come quello della presa in carica da parte del Governo di grossa parte del debito verso il Consorzio Cr8 a partire i lavori previsti, ma sempre ipotetici, del Patto di Napoli tra cui, i più importanti, la riqualificazione delle Vele di Scampia e la stazione della metropolitana al Rione Sanità?

Una volta avviati i processi di privatizzazione di alcuni nodi importanti, come Gesac o Anm, e di svendita di alcune parti del patrimonio immobiliare cittadino, come la città avrà la forza di riprendersi ciò che è suo e di resistere ai futuri attacchi di Governo e Unione Europea?

Se le logiche complessive di gestione della spesa dei comuni non verranno ripensate davanti non abbiamo che un futuro prossimo di sacrifici e depressione di tutti quei pezzi sociali, movimenti sociali e sindacali che in questi anni sono stati protagonisti del cambiamento e della discontinuità in città e nel panorama nazionale.

La cosa che ci sembra più preoccupante è che il sindaco spera di portare a casa un risultato avendo siglato una sorta di patto di non belligeranza con il governo centrale, mentre egli stesso, la sua Giunta e la maggioranza in Consiglio comunale diventano il parafulmine di tutte le responsabilità e gli effetti delle politiche che invece sono in capo al PD e al suo operato di governo. Questo stallo altro non produce che una sfiducia e una crescente rabbia nelle fasce popolari di questa città, storicamente diffidenti della politica, e facile preda del ritorno di quei politicanti di turno, esponenti del malaffare storico della città, e delle facili promesse della criminalità locale.

A questo si unisce poi l’incompetenza e l’inefficienza amministrativa, e le fughe a destra di membri forti della giunta: uno spaesamento completo per un’amministrazione che dovrebbe essere capofila nel respingere i pesanti attacchi del governo centrale e la complicità degli altri enti locali.

L’unica opzione credibile, che ci sembra da percorrere, l’ha intrapresa la città, i suoi movimenti sociali e i suoi abitanti riguardo la vertenza/Bagnoli e tutte le altre vicende di resistenza sociale e sindacale che quotidianamente si producono.

Sono le forze sane, i movimenti di lotta, le rete di cittadini, il sindacalismo conflittuale e gli spazi sociali che presiedono il territorio, che praticano le pratiche di lotta e di mutualismo gli unici soggetti che oggi devono tornare centrali nelle decisioni sul futuro della città. Solo queste forze possono garantire gli anticorpi ad una deriva autoritaria e/o ad una restaurazione del passato a Napoli.

L’alternativa a cui ci stiamo avviando è pensare di poter costruire alleanze con chi la città l’ha messa in ginocchio in questi ultimi anni, di riprendere i rapporti con quel ceto politico moderato che spera da anni che si torni al dialogo, alle discussioni pacate nei salotti della Napoli bene, lontani dalle strade e dalla gente che le vive e all’interno di esse soffre i disagi del sistema che ci governa.

Ci sembra quindi chiaro che occorra al più presto un cambio di passo. L’apertura con il Governo Nazionale di una vera “vertenza Napoli/Campania” per rompere con le politiche di rigore e sacrificio è la strada giusta per resistere e rilanciare quel che resta dell’ “anomalia Napoli”.

 

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