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Il futuro della fabbrica

Il massimo ritardo accumulato dalla sinistra nell’uscire dal ‘900 si è verificato sulla capacità di delineare una nuova centralità, diversa da quella della fabbrica fordista.

 Attorno alla centralità della fabbrica fordista si era, infatti, incentrata la capacità della sinistra occidentale di definire il possibile modello di sviluppo, l’aggregazione sociale, il rapporto tra idea della trasformazione della società e futuro.

 Nel suo numero del mese di luglio Le monde diplomatique, edizione italiana, dedica un’ampia riflessione su quest’argomento, con il contributo di diversi autori.

L’analisi pubblicata dalla rivista poggia su alcuni presupposti che in questa sede s’intendono semplicemente riprendere con l’obiettivo di estendere il ragionamento per quanto possibile.

Il tentativo è quello di fornire un contributo a un lavoro di ricostruzione di un’identità di sinistra.

Un intervento sull’identità che deve procedere quello di proposta per una soggettività organizzata da costruirsi in modo adeguato per affrontare i profondi cambiamenti avvenuti soprattutto nel primo decennio del XXI secolo sul piano dello scambio comunicativo e di conseguenza politico.

La presunta fine della fabbrica è stata letta da qualcuno come il risultato di un’evoluzione naturale: come una farfalla affiora dalla crisalide così l’economia sarebbe passata spontaneamente dalla fabbrica all’ufficio.

Altri suggeriscono che la deindustrializzazione dell’Occidente si spieghi innanzitutto con una scelta politica di delocalizzare gli stabilimenti verso i paesi del sud, meno costosi per il padronato.

L’industria rimane comunque una delle principali fonti di occupazione, ma il suo rilancio solleva opposizioni ideologiche, tecniche, ambientali.

L’interrogativo di fondo però rimane uno solo: potrà la sola legge di mercato dare risposte a queste obiezioni?

In Occidente hanno collassato interi rami produttivi, specialmente nel settore tessile, calzaturiero, nella produzione di elettrodomestici, nella chimica, nella lavorazione del legno, della plastica, del caucciù.

A questo proposito abbiamo assistito a trent’anni di inerzia politica: adesso il conto viene presentato con un bilancio assai meno positivo di quanto non fosse mai stato promesso dai fautori della deindustrializzazione.

I governi, forti della loro fede nella libera concorrenza elevata a principio costituzionale dell’Unione Europea, hanno abbandonato dagli anni’80 tutti i propri strumenti di intervento e assistito passivamente all’erosione della base industriale nazionale.

Solo dopo la crisi del 2008, che ha messo in luce l’instabilità finanziaria generata dai gravi deficit strutturali del commercio estero, la necessità di una ripresa produttiva è tornata a preoccupare almeno a parole i poteri pubblici.

La già ricordata inchiesta di Le Monde diplomatique cita Schumpeter: “Lo Stato, schiacciato dalla burocrazia e dalla letargia, è incapace di stimolare ‘lo spirito animale’ dei creatori. Solo il mercato può far emergere menti innovatrici e fornire loro strumenti per realizzarsi”.

In questo senso, l’esempio più forte che si può trovare nella storia economica a cavallo tra il XX e il XXI secolo rimane quello della Silicon Valley, che sicuramente non può essere considerata una filiale del governo americano.

Il racconto riguardante lo “spirito del tempo” degli imprenditori californiani omette però un dato di fatto.

Lo ricorda Marianna Mazzucato (Lo stato innovatore. Sfatare il mito del pubblico contro il privato, Laterza 2018).

Mazzuccato ricorda come le maggiori innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni sono state raggiunte grazie al finanziamento attivo dello Stato: Internet è stato sovvenzionato da un organismo del dipartimento della difesa statunitense (Defense avances restarci Project agency, Darpa); il GPS (global positioning system) dal programma militare Navstar; la visualizzazione touch screen da due sovvenzioni della CIA (Central intelligence agency) e della fondazione nazionale per la scienza (NSF).

Anche nell’industria farmaceutica, tanto per sviluppare un altro esempio, il 75% delle nuove entità molecolari prioritarie sono finanziate da laboratori pubblici.

Naturalmente le startup e il capitale di rischio rivestono un ruolo importante, ma questo avviene sempre in un secondo momento, ossia quindici o venti anni dopo che i poteri pubblici hanno fornito l’apporto economico maggiore e assunto il maggior rischio.

Dal punto di vista della sinistra si tratta allora di andare a fondo nell’analisi di questo stato di cose.

Si tratta di partire da alcuni dati fatto, riguardanti delocalizzazione e costo del lavoro intesi come fattori della deindustrializzazione dell’Occidente e, di conseguenza dell’impoverimento complessivo di una parte fondamentale nell’origine di una prospettiva di sviluppo per il mondo intero.

Nel testo di riferimento per questo intervento si esemplifica attraverso il caso francese, laddove a giocare un ruolo determinante nel fenomeno della deindustrializzazione è stato prevalentemente il costo del capitale e non quello del lavoro, poiché i grandi gruppi hanno distribuito agli azionisti una percentuale sempre più elevata di valore aggiunto a danno dell’investimento e della ricerca.

Trent’anni fa i dividendi rappresentavano meno del 5% della ricchezza creata dall’industria; oggi questa percentuale ha raggiunto il 25%.

A causa delle pressioni degli azionisti, le imprese sono state costrette a rinunciare a progetti di investimento giudicati non sufficientemente redditizi o a realizzare costose operazioni finanziarie interne e a vere e proprie bolle speculative per arrivare alle soglie di redditività richieste.

La causa delle delocalizzazioni, e quindi del regredire industriale in Occidente, risiederebbe nella voracità dei padroni, ormai dedicatisi interamente all’immateriale e alla finanziarizzazione (il caso più clamoroso in Italia rimane quello della FIAT), e non certo alla crescita del costo del lavoro, con i salari praticamente fermi da oltre vent’anni.

Come può essere possibile affrontare questo stato di cose tenendo assieme il quadro di obiezioni presentato all’inizio di questo intervento, e tenendo conto che quelle di carattere ambientale stanno assumendo un’urgenza quasi assoluta e appaiono percepite come decisive da parti sempre più consistenti dell’opinione pubblica, in particolare giovanile?

A sinistra si stanno discutendo due opzioni possibili:

a) quella di una proposta di mutamento radicale nei modi di vita, rivendicando la sobrietà contro il consumismo. Una rivendicazione che risulterebbe insufficiente, se non si trovasse la capacità di precisare quali categorie sociali sarebbe chiamate a modificare più profondamente il proprio comportamento in nome di un bene comune. Una proposta dalla quale fosse assente un piano di riclassificazione sociale rischierebbe di vanificare gli sforzi legati alla protezione dell’ambiente, ma anche all’imposizione fiscale. Se gli ultraricchi emettono dalle trenta alle quaranta volte più gas effetto serra rispetto al 10% dei più poveri, l’attuale tassa sul carbonio pesa quattro volte meno sul reddito dei primi: questa palese ingiustizia provoca il rifiuto generalizzato delle misure imposte. La riduzione delle diseguaglianze diventa quindi la prima condizione di accettazione di una proposta di sobrietà energetica e materiale intesa come condizione essenziale per una modificazione del ciclo di produzione e, di conseguenza, del suo rilancio;

2) A sinistra si collocano anche i sostenitori del “protezionismo solidale”, che propongono per esempio delle barriere doganali europee che penalizzino le importazioni dai paesi che non rispettano alcune norme salariali, fiscali ed ecologiche. L’obiettivo sarebbe quello di proteggere le industrie nascenti indispensabili alla transizione ecologica e, soprattutto, al di là della questione industriale, di instaurare un ordine commerciale più giusto ed equilibrato, partendo dal presupposto che – al contrario di ciò che afferma il presidente francese Macron – non è il protezionismo che conduce alla guerra.

I proponenti di queste due opzioni (decrescita per una società sobria, protezionismo solidale) rispondono così alle due domande che ci vengono poste direttamente dalla lettura di queste proposte: quale sarà il peso economico di una industria finalizzata alla sobrietà dei consumi e vincolata da un “protezionismo solidale”? E come reagirà la società nel suo insieme a questa nuova sobrietà materiale ed energetica, e alla trasformazione della produzione e dell’occupazione?

I presupposti per elaborare una risposta a questi interrogativi dovrebbero essere rappresentati dal completamento della proposta attorno a due punti: quello riguardante la protezione dei percorsi professionali dei lavoratori il cui attuale posto è minacciato nel bacino di occupazione o nelle aree circostanti e quello della fine delle forme vigenti di esasperazione del produttivismo e del tecnologismo.

Si tratta di proposte appena abbozzate all’interno di un quadro non ancora completato da una necessaria rielaborazione di una “teoria delle fratture” che intrecci materialismo e post–materialismo.

A questo proposito manca un’analisi compiuta sul valore di “modernità” del capitalismo occidentale, di fronte ai fenomeni di dimensione globale ai quali stiamo assistendo almeno da vent’anni a questa parte con l’entrata in scena di nuovi attori protagonisti a pieno titolo.

Si era scritto di “fine della storia” e di egemonia incontrastata del “neo liberismo”: oggi quella fase sembra conclusa per lasciar posto a una transizione confusa nella quale si ripresentano elementi di pericolosa arretratezza.

Dal nostro punto di vista, sul piano del dibattito, se si resta stretti tra “decrescita” e “protezionismo solidale” non si può che registrare un complessivo arretramento rispetto al livello che sarebbe necessario per poter puntare alla ricostruzione di una sinistra capace di incidere dentro la crisi dei sistemi liberali dell’Occidente.

Sarà soltanto misurandoci su di un’idea di progetto complessivo, infatti, che si potrà tornare a parlare d’intervento e gestione pubblica dell’economia: obiettivo, però, che una sinistra rinnovata dovrebbe porre all’attenzione generale senza tema di apparire “controcorrente”.

Nel quadro di una resa ai meccanismi perversi di quella che è stata definita “globalizzazione” e dei processi dirompenti di finanziarizzazione dell’economia, “scambio politico” e assenza di una visione industriale hanno pesato in maniera esiziale sulle prospettive di un nuovo sviluppo industriale.

In Italia, tanto per restare dalle nostre parti, ancora una volta ci si sta muovendo in direzione ostinatamente contraria, recuperando il “peggio” dell’assistenzialismo, e della subordinazione delle scelte al clientelismo elettorale arrivato, in occasione delle elezioni del 4 marzo 2018, a codificare su scala di massa il “voto di scambio”.

Difficile pensare a una ripresa industriale in queste condizioni.

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