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EU-genetica della storia

Con la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, l’assemblea di Strasburgo “invita tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell’UE e a sensibilizzare le generazioni più giovani su questi temi inserendo la storia e l’analisi delle conseguenze dei regimi totalitari nei programmi didattici e nei libri di testo di tutte le scuole dell’Unione; invita gli Stati membri a promuovere la documentazione del tragico passato europeo, ad esempio attraverso la traduzione dei lavori dei processi di Norimberga in tutte le lingue dell’UE”.

Già il titolo smaschera la finalità del documento parlamentare.  La risoluzione è, infatti, finalizzata a un uso tutto politico della memoria collettiva e della storiografia. Si tratta di un’operazione ideologica volta a definire una pretesa identità europea per il futuro che serve contestualmente a designare il nemico politico interno ed esterno del cosiddetto Occidente. Nemici in politica estera sono oggi tutti quei paesi che si oppongono alle politiche UE e NATO mentre, in  politica interna, nemici sono quelli che si battono per i diritti sociali e per la difesa dei beni pubblici.

La mozione parlamentare, che oggi sembra sorprendere molti, non nasce dal nulla, ma porta a maturazione un lungo processo d’interpretazione storiografica, affermatosi già a metà del secolo scorso. È sufficiente  scorrere velocemente i testi scolastici per capire quanto pervasiva sia stata una certa interpretazione della storia novecentesca e non, omologante e figlia di elaborazioni teoriche che affondano le radici negli anni di massima virulenza della Guerra fredda. Stiamo ovviamente parlando dell’uso estremamente disinvolto e astratto che si fa nelle scuole, nel dibattito politico e nella costruzione della memoria collettiva, del concetto di totalitarismo.

Colpisce che tale concetto sia stato coniato e corroborato da pensatori che hanno imposto l’uso di categorie generalizzanti e omologanti in ambito storico. Pensatori come Arendt, Brzezinski e Popper hanno acquisito ormai il crisma dell’auctoritas: le loro tesi non solo vengono presentate come  verità assolute e incontrovertibili, ma assurgono ormai a vere e proprie categorie utili a definire intere epoche. Eppure, importanti storici, non certo di formazione bolscevica, hanno criticato con argomenti scientifici tale generalizzazione arbitraria. A tal riguardo, vale la pena ricordare quanto affermava G. L. Mosse, che così si esprimeva a riguardo, in un’intervista degli anni Settanta: “Il concetto di “totalitarismo” mi trova contrario, perché mi sembra una generalizzazione falsa; o, per dir meglio, è una tipica generalizzazione dipendente da un punto di vista liberale. Vediamo infatti che chi ne fa uso -ad esempio Hanna Arendt nel suo libro “Le origini del totalitarismo”– lo applica ad ogni cosa che sia contro le istituzioni liberal-parlamentari. Costoro mettono quindi nello stesso mazzo comunismo e fascismo, Stalin e Hitler. Questa è una delle critiche che io rivolgo al punto di vista liberale: esso adopera il concetto di totalitarismo come un’etichetta buona per qualsiasi cosa sia antiliberale, con il risultato di velare le differenze.

Tra Lenin, Stalin e Hitler le differenze sono grandi così come sono grandi le differenze tra bolscevismo e fascismo. Il concetto di totalitarismo vela queste differenze, perché guarda il mondo esclusivamente dal punto di vista di un liberale.”[1]

D’altronde, la stessa risoluzione del Parlamento UE obbedisce a una necessità presente e futura: l’elaborazione di un impianto ideologico e di una narrazione storica di comodo a supporto della costruzione di un polo imperialista europeo e delle sue scelte di natura economico – politica.

È peraltro evidente, dai punti 13 e 14, la volontà di perimetrazione del nemico attraverso una dialettica di in e out. Appare chiaro il progetto politico delle classi dirigenti UE: costruire un’identità europea forte, in grado di sussumere i vecchi nazionalismi europei – ben rappresentati dagli ormai anacronistici fascismi novecenteschi – in nome di un nuovo feticismo identitario. Così recita a questo proposito la mozione: “l’integrazione europea, in quanto modello di pace e di riconciliazione, è il frutto di una libera scelta dei popoli europei, che hanno deciso di impegnarsi per un futuro comune, e che l’Unione europea ha una responsabilità particolare nel promuovere e salvaguardare la democrazia e il rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto, sia all’interno che all’esterno del suo territorio […] sottolinea che, alla luce della loro adesione all’UE e alla NATO, i paesi dell’Europa centrale e orientale non solo sono tornati in seno alla famiglia europea di paesi democratici liberi”.

In quest’ottica viene rispolverata ancora una volta la stereotipata contrapposizione Occidente (liberal – liberista) versus Oriente (dispotico e autoritario).

Si pretende di fare un’operazione di ontologizzazione: l’Occidente diventa una monolitica realtà politico – economico – culturale, accompagnata da narrazioni surrettizie fatte di rimozioni e selezioni ad hoc. È proprio in queste narrazioni che si afferma la notte dell’intelligenza liberale “in cui tutte le vacche sono nere”. Il richiamo alla matrice razionalista e alla stagione illuminista, generatrici di diritti, di fatto consiste nell’enfatizzare solo alcuni aspetti, espungendone altri. In particolare, viene demonizzato e cancellato, come estraneo alla storia occidentale, quel ciclo rivoluzionario che va dalla rivoluzione francese a quella bolscevica, con l’intero suo portato emancipatorio e universale.

A tal proposito, vale la pena rileggere le pagine di Domenico Losurdo sul revisionismo storico di matrice liberale: “Agli occhi dei loro antagonisti, i bolscevichi sono asiatici e gente di colore allo stesso modo in cui i giacobini sono turchi; gli uni e gli altri fanno parte dell’Islam per le medesime ragioni per cui, passando ora all’America, i comunardi, i socialisti o i comunisti (o anche i semplici scioperanti) vengono assimilati ai <<pellerossa>> ovvero, ancora una volta, ai <<turchi>>, mentre gli abolizionisti, se non come neri, vengono comunque bollati come fautori della miscegenation e dell’imbastardimento della razza[2].

Contro ogni omologazione revisionistica di matrice liberale, va riaffermato prepotentemente il rapporto di filiazione tra la concezione universale e egualitaria dell’uomo, propria dell’illuminismo, e quella ancora più universale ed emancipatrice del comunismo. Dalla Costituzione giacobina del 1793, alla Comune di Parigi del 1871, passando per la Congiura degli Eguali di Babeuf, un filo rosso attraversa la storia delle classi popolari europee, la lotta per il riscatto sociale, per l’emancipazione e per l’uguaglianza dell’umanità intera. Nulla di questa storia può essere associato all’antitetica visione del mondo nazifascista, tutta fondata su un ordine sociale fatto di Übermenschen e Untermenschen.  D’altronde, il nazismo non può essere considerato lo stato patologico o il buco nero  nella “civile Europa” del Ventesimo secolo. Esso  costituisce il compimento e la maturazione di un processo tutto europeo e proprio dell’affermazione degli Stati – nazione. Hitler stesso giustifica l’espansionismo tedesco e le politiche di sterminio,  richiamandosi proprio a un altro filone della tradizione europea (esatto opposto del giacobinismo illuminista), quello del colonialismo/imperialismo/schiavismo.

Oggi come ieri, dunque, la narrazione storica ufficiale è funzionale ai disegni geopolitici delle classi dominanti. In primo luogo, questa eugenetica della storia serve a togliere definitivamente, dalla cassetta degli attrezzi ideologici, la possibilità di lettura degli eventi in chiave rivoluzionaria, relegando così le classi popolari in una deterministica condizione di eterna subalternità alle decisioni delle classi dominanti. Tale dispositivo ideologico serve inoltre a cementare un falso senso di appartenenza interclassista alla “Fortezza Europa” a danno dei migranti e di quegli Stati che non appartengono a NATO e UE e vengono, pertanto, dipinti come ostili ai popoli dell’Unione europea. A conferma di ciò vale la pena ricordare che il nuovo commissario UE alle migrazioni è stato designato quale deputato alla «protezione dello stile di vita europeo». In conclusione, tutto ciò che è altro dalla UE è un nemico.

Di fronte alla bancarotta ormai conclamata della cosiddetta sinistra, succube del pensiero unico liberal/liberista, in questa fase di infima coscienza di classe, è compito dei comunisti e, più in generale, di tutta  la sinistra di classe portare avanti anche la battaglia delle idee.

[1] George L. Mosse, Intervista sul nazismo (1977)

[2] Domenico Losurdo, Il revisionismo storico, 1996 p.63

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