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Pietro Secchia, il dirigente comunista scomodo al Pci

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Un libro dedicato alla figura di Pietro Secchia è indubbiamente una buona idea realizzata da Alessandro Barile e Danilo Ruggieri con loro “Pietro Secchia, rivoluzionario eretico” (edizioni Bordeaux) che viene presentato venerdi a Roma. Nel libro si alternano le considerazioni degli autori e saggi prodotti dallo stesso Secchia nel corso della sua lunghissima militanza nel Pci.

Interessante anche l’approccio dei due autori, ricercatori ma anche attivisti politici. In primo luogo viene demolita una semplificazione adottata spesso dalla sinistra ossia che il Pci non può essere valutato come un blocco omogeneo. Se è vero che il centralismo democratico e un senso forte della disciplina di partito (fortissima in Secchia anche nei momenti di massimo scontro) hanno impedito la nascita di correnti nel Pci, è anche vero che dentro il partito lo scontro politico tra strategie e tattiche spesso diversissime tra loro c’è sempre stato ed è stato durissimo. Paradossalmente, i segretari sono stati spesso minoranza nella loro stessa segreteria.

L’altra traccia che viene seguita dai due autori ricostruendo la storia politica di Pietro Secchia, è quella di capire “se la sua figura abbia rappresentato idealmente l’anello di congiunzione tra le spinte rivoluzionarie ancora presenti nel Pci degli anni Cinquanta e Sessanta e le alternative alla sua sinistra che dagli Sessanta inizieranno a prendere forma”( pag.19). Polemizzando con Amendola, ossia la destra del partito, nel 1968  Secchia scrive a tale proposito nel suo diario: "Non è pensabile di fronte a un movimento rivoluzionario di tanta importanza prendersela con le esagerazioni più estremistiche e anarcoidi. La rivoluzione non si è mai fatta nell'ordine. Anche per quanto riguarda le forme di lotta… non si può, da un lato, preparare le masse a condurre forti lotte economiche e politiche, a impegnare una lotta più decisa contro la Nato e il Patto Atlantico, a saper fronteggiare eventuali tentativi di colpo di stato e dall'altro lato sparare a zero contro i giovani che sanno affrontare la polizia, che si allenano alle lotte più dure…".

Un libro interessante dunque, sia per le piste da esplorare indicate dai due autori, sia per l’antologia dei testi di Secchia selezionati (memorabili gli interventi in parlamento contro la repressione e sulle questioni dell’ordine pubblico).

Ma cosa è stato Pietro Secchia? L’uomo che sognava la lotta armata come lo definisce Miriam Mafai nel libro a lui dedicato (ma contestato nell’impianto dai due autori) oppure un dirigente del Pci che aveva compreso come la via parlamentare scelta dal Pci non avrebbe mai mutato l’orizzonte riformista? Pietro Secchia rimane uno dei più importanti e meno conosciuti dirigenti comunisti nel nostro paese.  Nei settanta anni che ha vissuto (1913-1973) è stato protagonista della nascita del Pci, animatore della Resistenza e della crescita del partito fino alla metà degli anni  ’50 quando “cadde in disgrazia” per la defezione del suo strettissimo collaboratore Seniga. Sostituito dall’incarico strategico di responsabile dell’organizzazione fu inviato a fare il segretario della federazione milanese del Pci. Deluso dall’arrendevolezza di Longo verso Togliatti, si scontrò sistematicamente e ripetutamente con il maggiore esponente della destra del partito: Amendola. Le cronache interne ci ricordano di un Secchia e Alberganti (altro dirigente milanese) che entrarono nella sede della federazione del Pci di Milano esultanti per l’intervento sovietico in Ungheria nel 1956 mentre tra i dirigenti del Pci serpeggiava quell’allontanamento dall’Urss che attese la morte di Togliatti (1964) e la fine della segreteria di Longo (1969), per manifestarsi in modo più evidente. La  via parlamentare intrapresa dal Pci non ha mai convinto Pietro Secchia che ne vedeva i pericoli per una prospettiva di classe e non propriamente rivoluzionaria.  Intervenendo ad un Comitato Centrale nel tumultuoso 1956 affermò: "Dobbiamo spiegare in modo molto chiaro, senza lasciar dubbi, che il passaggio dai rapporti di produzione capitalisti al socialismo non avverrà attraverso la progressiva approvazione di una leggina dietro l'altra, di una elezione dopo l'altra al punto che un bel giorno ci ritroveremo in regime socialista senza nemmeno accorgercene come se fossimo tranquillamente seduti su un treno..". Nel suo diario scrive che "si comincia con l'accettare una cosa oggi un'altra domani, si ingoia il no che ci viene alle labbra, e d'un tratto ci si trova immersi in una nuova politica, da cui tornare indietro è impossibile". Alla fine venne estromesso anche dalla Direzione rimanendo solo membro del Comitato Centrale. Solo 9 esponenti di quest’ultimo si opposero alla sua estromissione.

Gli ultimi venti anni della sua vita e militanza furono dedicati soprattutto al lavoro parlamentare e editoriale, anche se via via gli vennero tolti sia il primo che il secondo. Venne silurato dalla nuova dirigenza del  Pci anche dall’incarico di vicepresidente del Senato. In compenso, mentre la destra del partito si preoccupa, Secchia  ed anche Longo guardano con interesse ai giovani e agli studenti che entrano in campo con il movimento del  ’68. che " un movimento di classe e di generazioni quale non si aveva da cinquant'anni" scriverà Secchia. Una affermazione che ci dice molto sul passato politico e la lungimiranza di questo dirigente comunista troppo poco conosciuto e apprezzato nel nostro paese. Morirà nel luglio 1973, meno di due mesi prima del colpo di stato in Cile che divenne l'alibi del Pci per ufficializzare la strategia del compromesso storico.

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