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Alternanza scuola lavoro: la nuova schiavitù del lavoro minorile voluta da padroni e Unione Europea

In vista dell’assemblea nazionale della campagna “BastaAlternaza” che si terrà Sabato 2 Dicembre a Roma al Csoa “Intifada” in Via Casalbruciato 15, proponiamo il  documento che come Noi Restiamo abbiamo elaborato sull’ASL e la buona scuola.

L’ANALISI DEL FENOMENO

Il Contesto Europeo

Per una riflessione sul senso della legge 107/15 (la cosiddetta Buona Scuola) e in particolare sull’universalizzazione dell’alternanza scuola-lavoro non si può prescindere da una valutazione, seppur breve, del contesto nazionale e internazionale in cui si colloca, e in generale sulla fase storica che il modo di produzione capitalista sta vivendo oggi.

La crisi sistemica in cui viviamo si è manifestata ormai da più di dieci anni e non accenna a risolversi. L’incapacità del sistema di ritrovare un adeguata valorizzazione del capitale, unita alla tendenziale ritirata degli USA come unico stato egemone a livello mondiale, ha portato ad un forte incremento delle pressioni competitive inter-imperialistiche, e alla conseguente destabilizzazione di numerose regioni del mondo. Questa velocizzazione della competizione internazionale ha dato un forte impulso alla necessità di centralizzazione e rafforzamento dell’Unione Europea. Tale processo ovviamente non può che essere fortemente contraddittorio, e ha dato luogo a significative spinte contrarie, sia derivanti dall’opposizione popolare che alle contrapposizioni interne alle varie borghesie nazionali. La forma con cui il polo imperialista in costruzione sta rispondendo a tali contraddizioni passa attraverso la costituzione di un’Europa a due velocità, a cerchi concentrici, in cui il piano decisionale viene definitivamente trasferito nelle mani di una serie di paesi centrali, stretti intorno all’asse franco-tedesco.

Naturalmente questa forma ricalca un processo di ristrutturazione delle forze produttive europee che va avanti da decenni: l’UE si è sin dall’inizio costruita intorno a un Centro produttivo fondato su politiche neo-mercantiliste e su una produzione ad alto valore aggiunto e una Periferia (comprendente sia i paesi mediterranei che quelli dell’est) a svolgere il ruolo di “colonie interne”: sbocco per le merci prodotte al nord, terreno di espansione per i capitali centrali, e bacino di forza lavoro qualificata e non.

Tale processo di ristrutturazione macro-regionale si è poi sempre accompagnato con una ristrutturazione interna ai vari paesi europei (sempre con le dovute differenze ovviamente), improntata allo smantellamento di quel sistema di garanzie sociali e politiche che era stato conquistato nel dopoguerra. Sempre più persone vengono escluse dalla ricchezza prodotta dal sistema, in un processo di polarizzazione della società sempre più marcato.  In tutto questo gli stati nazionali e la UE stessa non sono stati soggetti passivi, semplicemente ritirandosi da parte e lasciando agire il mercato, come vorrebbe una certa narrazione del neoliberismo. Al contrario sono stati parte attiva nella produzione di leggi e trattati vincolanti volti alla costruzione di un certo ordine sociale, favorevole alla appropriazione del profitto.

All’interno di questo processo il mondo della formazione svolge un ruolo fondamentale: sia nella centralità nella formazione di competenze utili alla competizione internazionale; sia nella selezione di una classe dirigente europea; sia, infine, come ulteriore strumento di differenziazione tra i diversi paesi europei per ruolo e funzione.

Gia nel Trattato di Maastricht (1992), il testo fondativo dell’Unione Europea come la conosciamo oggi, viene sottolineata l’importanza strategica di una “dimensione europea dell’istruzione”[1], e si pongono le basi per un intervento sovra-nazionale sulla questione. Al Capo 3, articolo 126 leggiamo infatti che “La Comunità contribuisce allo sviluppo di un’istruzione di qualità incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, sostenendo ed integrando la loro azione “.  Tale importanza è ripresa dal Trattato di Amsterdam (1997) in cui si aggiunge al preambolo della Costituzione della Comunità Europea la determinazione a “promuovere lo sviluppo del massimo livello possibile di conoscenza nelle popolazioni attraverso un ampio accesso all’istruzione e attraverso l’aggiornamento costante”.

A questa riconosciuta importanza si associa tuttavia la necessità, da parte della controparte, di ridefinire i rapporti tra educazione pubblica e imprese: è del 1987 il rapporto dell’ERT (European Round Table of Industrialist)[2] in cui si lamentava la distanza tra impresa e scuola, l’eccessiva burocratizzazione delle scuole centralizzate e si auspicavano partenariati tra imprese e scuole con un maggior protagonismo del mondo dell’impresa nell’ambito della discussione pubblica sull’educazione. Vi si legge che «l’industria non ha che un’influenza molto debole sui programmi impartiti», e che gli insegnanti hanno «una comprensione insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto», che «non comprendono i bisogni dell’industria». Comunque, insiste il Gruppo di Lavoro «competenza ed educazione sono fattori di riuscita vitali». In conclusione, si invitano gli industriali a «prender parte attiva allo sforzo educativo».

Attualmente il quadro europeo di cooperazione nel settore dell’istruzione e della formazione è rappresentato da ET 2020 (Quadro strategico: istruzione e formazione 2020), adottato dai ministri dell’istruzione dei paesi dell’Unione nel 2009. Tale piano si pone quattro obiettivi da realizzare entro il 2020[3]:

  1. fare in modo che l’apprendimento permanente e la mobilità divengano una realtà
  2. migliorare la qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione
  3. promuovere l’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva
  4. incoraggiare la creatività e l’innovazione, compreso lo spirito imprenditoriale, a tutti i livelli dell’istruzione e della formazione.

All’interno di questi punti troviamo tre concetti chiave che definiscono la visione europea sulla ridefinizione della funzione dell’istruzione: apprendimento permanente, mobilità e spirito imprenditoriale.

Il concetto di lifelong learning (apprendimento permanente) viene introdotto dal Rapporto Faure nel 1972[4] e adottato come parola chiave della strategia europea nel 1994 dal Rapporto Delors[5]. Significa letteralmente che la persona è tenuta a formarsi durante tutto l’arco della vita, dalla nascita alla morte. Infatti la ristrutturazione capitalista post-fordista richiede il precariato come forma di lavoro prevalente, e di conseguenza la capacità di adeguarsi perennemente a nuovi lavori e mansioni. La forza lavoro quindi deve essere in formazione costante, per adeguarsi alle necessità variabili dell’accumulazione flessibile. Con le parole della Commissione[6]:

I nuovi modi di strutturare e gestire gli affari in periodi di recessione economica hanno anche reso obsoleto il concetto di impiego “a vita” nelle grandi aziende. L’apprendimento per tutta la vita, d’altra parte, apre la porta alla facile transizione delle persone ad un altro lavoro, e l’industria appoggia questo concetto incondizionatamente.

Anche l’importanza data alla mobilità è coerente con la ricerca di una forza lavoro flessibile, che possa muoversi agilmente dove vi è più domanda. Nell’ambito dell’istruzione questo processo si traduce in un vero e proprio “furto di cervelli” da parte dei paesi del Centro nei confronti dei paesi mediterranei, un tema che come Noi Restiamo abbiamo già trattato ampiamente.

Infine lo stimolo del cosiddetto “spirito imprenditoriale” funge da cornice ideologica di una società basata sul profitto, in cui i ragazzi sono incentivati a diventare “imprenditori di sé stessi” all’interno di una falsa meritocrazia in cui solo pochi individui riusciranno ad avere “successo”, ed essere sussunti all’interno della classe dirigente europea in formazione.

Se fino a qui abbiamo visto le linee guida per istruzione e formazione che possiamo trovare in report e documenti ufficiali, che necessariamente si rivolgono a tutti i paesi europei, per avere un quadro completo delle influenze che dall’Unione Europea arrivano al nostro sistema scolastico non possiamo ignorare una componente fondamentale: il Rigore di Bilancio.  Il Patto di Stabilità e il rispetto dei parametri di Maastricht impongono infatti da più di trenta anni ai paesi membri politiche di riduzione della spesa pubblica che naturalmente vanno anche a toccare l’istruzione pubblica. Naturalmente queste politiche di austerità non impattano (né d’altronde sono applicate con lo stesso rigore su) i diversi paesi nello stesso modo, ma colpiscono coerentemente con il processo di ristrutturazione macro-regionale di cui si parlava sopra. I sistemi educativi dei paesi mediterranei sono stati vittime di pesantissimi tagli negli ultimi trenta anni, che ne hanno compromesso significativamente la qualità. La classe dirigente è ben consapevole di questi processi, e della maniera efficiente di portarli avanti, come appare chiaramente da questo paper pubblicato dall’OCSE[7]:

Dopo questa descrizione di misure rischiose, si possono consigliare, al contrario, numerose misure che non creano difficoltà politica. [..] Se si diminuisce la spesa di gestione, bisogna stare attenti a non calare la quantità del servizio, ma calare la qualità. Si possono ridurre per esempio i finanziamenti a scuole e università, ma sarebbe pericoloso ridurre il numero di allievi e studenti. Le famiglie reagiranno violentemente se non si permette ai loro figli di immatricolarsi, ma non faranno fronte ad un abbassamento graduale della qualità dell’insegnamento e la scuola può progressivamente e puntualmente ottenere un contributo economico dalle famiglie o eliminare alcune attività. Questo si fa passo a passo, prima in una scuola e poi in un’altra, ma non in quella accanto, in modo da evitare il malcontento generalizzato della popolazione

Evoluzione del sistema educativo in Italia: dalle linee guida europee alle Riforme scolastiche.

Come scrive Lorenzo Varaldo nel suo libro La scuola Rovesciata (2016), la scuola pubblica svolge storicamente un duplice ruolo: in quanto scuola è l’istituzione deputata alla trasmissione delle conoscenze e della cultura; in quanto pubblica deve garantire l’universalità di questa trasmissione, indipendentemente dalla condizione sociale, dalla localizzazione geografica e dalle fedi politiche e religiose degli studenti. Lo Stato, fino agli anni ’90, era considerato responsabile di garantire questa doppia funzione, di assicurare che tutti i cittadini ottenessero le conoscenze adeguate per essere messi sulla stessa base di partenza. Non è necessario dire che le mancanze in questo senso sono state enormi durante tutta la storia del sistema educativo italiano, ma il suo ruolo emancipatorio e soprattutto l’universale riconoscimento della sua funzione sono innegabili.

Questi principi iniziano ad essere messi in dubbio negli ultimi due decenni del secolo scorso, attraverso un duplice processo. Da un lato durante gli anni ottanta si fanno strada una serie di teorie pedagogiche e organizzative che sostengono che la scuola non debba trasmettere conoscenze bensì competenze. Gli studenti devono imparare a “organizzare le conoscenze” anziché apprenderle, devono “imparare ad imparare”. Arrivati alla metà degli anni Novanta tali teorie sono diventate talmente dominanti da aver sommerso completamente il dibattito.[8] Ora, è evidente che il metodo “tradizionale” di insegnamento in cui gli studenti sono semplici ricevitori passivi di conoscenza nozionistica non sia l’ideale, e per questo è stato oggetto di forti critiche da parte di movimenti politici o studenteschi.

Ma è altrettanto evidente che tale pressione ideologica  sia stata funzionale alla trasmissione di un’idea di competenze, di “saper fare” generico che prepari gli studenti ad un futuro lavorativo precario e evanescente. La scuola deve mettere lo studente nella condizione di essere in grado di apprendere qualsiasi compito gli verrà richiesto nella sua instabile vita lavorativa. Si tratta della flessibilità applicata all’educazione, la base scolastica del processo di apprendimento permanente di cui abbiamo parlato nella precedente sezione.  Questo viene detto in modo esplicito nei documenti ufficiali. Nel 1997 l’allora ministro Berlinguer pubblica un documento di lavoro sul riordino dei cicli scolastici in cui scrive[9]:

In un mondo nel quale l’evoluzione dell’organizzazione sociale fa presumere che ciascun individuo, nel corso della propria esistenza, sia chiamato a cambiare più volte la propria attività lavorativa, è evidente che la pretesa della scuola di consegnare saperi, abilità e capacità definitive deve essere in parte abbandonata. [..] È necessaria una prospettiva di educazione permanente che tenga conto del fatto che non esiste più una società nella quale prima si studia e poi si lavora per tutta la vita, magari sempre nello stesso posto di lavoro.

Le somiglianze con le analisi della Commissione Europea prima citate sono evidenti.

Dall’altro lato il principio dell’universalità dell’istruzione pubblica subisce un duro colpo con l’introduzione dell’Autonomia Scolastica attraverso il DPR 275/99, nell’ambito della più ampia riforma dell’amministrazione pubblica varata con la legge Bassanini (legge 59 del 1997). Nello stesso anno il Ministero pubblica Il Libro Verde della Pubblica Istruzione, in cui viene esplicitato l’obiettivo di riforma[10]:

L’istituto dovrà cambiare, diventando sempre di più un ente autoregolato [..] Ossia un sistema che, in primo luogo, definisce da sé fini, mezzi, controlli e trova nel suo interno le competenze e l’energia per svolgere al meglio la sua missione educativa e che, in secondo luogo, sviluppa la cooperazione con altri enti per acquisire le risorse e la massa critica per aderire ai bisogni complessi degli utenti.

Le scuole dovranno diventare quindi sempre di più enti autonomi, sia nella determinazione degli obiettivi didattici che nel reperimento delle risorse. Dal lato formativo lo strumento principe è fornito dalla istituzione all’articolo 3 del  DPR 275/99 del Piano di Offerta Formativa, ovvero il “documento fondamentale costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche”. La parola “offerta” è tipica del mercato, e infatti le scuole sono tenute a competere tra loro attraverso il POF più accattivante o fruibile dalle famiglie.  La natura universale dell’istruzione pubblica ne viene fortemente indebolita. Le specificità di un certo collegio docenti, o di un particolare dirigente, o di un certo territorio diventano fondamentali nella determinazione del livello di qualità dell’insegnamento offerto agli studenti.

Dal lato del reperimento delle risorse invece si apre la strada ai finanziamenti privati delle scuole pubbliche, prevedendo che la possibilità di “stipulare convenzioni con università statali o private, ovvero con istituzioni, enti, associazioni o agenzie operanti sul territorio”. Tale possibilità preclude inevitabilmente ad un’influenza di enti privati nella determinazione degli obiettivi educativi, ora così flessibili, nonché ad un’ulteriore differenziazione in scuole di serie A e scuole di serie B. Questo processo verrà alimentato all’estremo dalla recente introduzione della School Bonus da parte della Legge 107/15 (Buona Scuola), ovvero la possibilità a qualsiasi privato di elargire fino a 100.000 euro in cambio di sgravi fiscali.

L’Autonomia Scolastica svolge infatti allo stesso tempo un altro ruolo fondamentale: la cornice adatta ad un progressivo taglio delle spese in istruzione. Le riforme che si susseguono negli anni successivi (Riforma Moratti nel 2003, le modifiche di Fioroni nel 2007 e la Riforma Gelmini nel 2009) rivendicano sempre la piena applicazione dell’Autonomia Scolastica e sono sempre accompagnate da provvedimenti che comportano pesanti tagli (in particolare la Riforma Gelmini), in continuità con la politica di rigore imposta dalla UE. Di questo il ministero è ben consapevole, e infatti si legge nel già citato Libretto Verde della Pubblica Istruzione  del 1999

Fino a quando il figlio sa che c’è papà che pensa a tutto [..] bussa alla porta! Quando però i cittadini sanno che lo Stato paga solo le spese di base (uguali da Sondrio a Trapani, a cui si aggiunge il fondo perequativo) si dovranno attrezzare per fare una scuola di qualità. La scuola autonoma, quella che con la formazione e la ricerca darà futuro ai nostri ragazzi, sarà la scuola che ciascuna comunità si costruirà.

Alternanza Scuola-Lavoro

In questo contesto si inserisce la Buona Scuola di Renzi, ed in particolare la generalizzazione e il potenziamento dell’alternanza scuola-lavoro (introdotta per le scuole professionali già dalla Riforma Moratti).  La legge 107/15 prevede che tutti gli studenti debbano svolgere durante il triennio un certo numero di ore di alternanza (200 ore per i licei, 400 ore per gli istituti tecnici/professionali). Dai primi dati raccolti dal MIUR[11] risulta che nell’anno scolastico 15/16 652.6421 studenti abbia partecipato al programma, pari a quasi la metà di tutti gli studenti del triennio (45.7%). In totale l’87.4% delle scuole hanno fatto Alternanza, con percentuali significativamente più alte al Centro-Nord rispetto che al Sud. Al Sud si sono anche avute difficoltà nel reperimento di strutture ospitanti (il 16% del totale).

Il progetto di Alternanza scuola-lavoro è perfettamente coerente con le tendenze generali di evoluzione della scuola italiana che abbiamo presentato fino ad ora. Le riforme, guidate dalle linee guida europee, infatti hanno puntato, da un lato, ad una differenziazione tra i diversi istituti, con l’emergere di istituti di serie A e di serie B; dall’altro ad una preparazione degli studenti tesa all’acquisizione di competenze generiche, atte ad essere applicate a qualsiasi lavoro. Tali competenze ovviamente non possono essere valutate in astratto, e il periodo di alternanza fornisce un perfetto strumento di valutazione.

Inoltre sul un piano ideologico costituirà uno strumento formidabile di egemonia culturale per educare la quasi totalità delle nuove generazioni alla cosiddetta cultura d’impresa, per trasmettere l’importanza dello spirito di imprenditorialità e della meritocrazia. L’importanza di questo messaggio è sottolineata sia da documenti UE[12] che dalle linee guida del MIUR[13]. Tuttavia questa propaganda chiaramente non potrà trovare un’applicazione pratica universale, come si vede chiaramente dalle prime indagini sui primi due anni in cui è stata (ancora a livello parziale) implementata[14], da cui risulta che quasi due terzi dei ragazzi si sono trovati a svolgere mansioni dequalificate e ripetitive, che poco o nulla hanno a che fare con il loro percorso di studi o con una qualsivoglia forma di percorso educativo. Vista la dimensione di massa del programma (che comprende tutti gli studenti degli ultimi tre anni delle superiori per 70/130 ore l’anno) questi risultati non sono inattesi, anzi sono scontati.

Ed è qui che si inserisce l’ultima grande funzione dell’ASL: ovvero la fornitura di un significativo e perennemente rinnovabile monte ore di lavoro gratuito alle imprese.  Chiaramente infatti una delle più grande bugie che viene raccontata riguardo all’alternanza scuola lavoro è quella secondo cui essa sarebbe la soluzione alla sempre più crescente disoccupazione giovanile, in quanto permetterebbe agli studenti di avvicinarsi al mondo del lavoro e a fare quella esperienza di cui necessitano. In realtà proprio grazie ad essa il datore di lavoro ha a disposizione ogni anno un bacino di mano d’opera gratuito a cui attingere.  Tale infusione di forza lavoro non qualificata costituisce sicuramente un gradito regalo per la redditività delle imprese, permettendo di sostituire direttamente lavoratori finora stipendiati e in generale contribuendo alla maggior ricattabilità della classe lavoratrice nel suo insieme. Si parla di circa un milione di studenti che ogni anno mettono gratuitamente a disposizione la propria forza lavoro, che andrebbero a coprire un monte ore di circa 100.000 lavoratori full time, disincentivando le assunzioni dell’azienda. Non a caso le grandi imprese come McDonald, Zara, Eni (insieme ad altre 13, i cosiddetti Campioni dell’Alternanza) si sono buttate a capofitto in questa possibilità. L’unica funzione “educativa” non esplicitata che l’alternanza reale avrà sarà quella di abituare lo studente ad un futuro di sfruttamento, precarietà e lavoro gratuito non qualificato, coerentemente con il ruolo affidato alla forza lavoro mediterranea nella catena del valore europea. Tutto ciò in perfetta continuità con il Jobs-act ed il suo potenziamento dello strumento dell’apprendistato.

Plausibilmente la contraddizione tra la cornice ideologica attraverso la quale sta venendo presentata l’ASL e la pratica in cui si applica potrà essere terreno di lavoro politico. A maggior ragione in quanto probabilmente questa contraddizione si manifesterà nella determinazione di un’alternanza di serie A e un’alternanza di serie B. Infatti con l’introduzione dell’ASL, unita al provvedimento che permette agli istituti scolastici di ricevere finanziamenti da soggetti privati fino a 100mila euro (i così detti School Bonus), lo Stato opera l’ennesimo passo indietro rispetto al proprio ruolo di garantire un’educazione di qualità per tutti. Vi saranno scuole che per collocazione geografica, accessibilità a risorse private (che dipenderanno da quanto l’istituto formi studenti più o meno potenzialmente utili alle imprese locali), caratteristiche di programmi e capacità del dirigente di intrattenere rapporti con le imprese forniranno un’esperienza formativa che sarà il primo passo nella selezione della classe dirigente da integrare in quella europea, mentre le altre scuole manderanno i propri studenti a girare hamburger.  Si accentueranno così le disuguaglianze non solo fra centro e periferia, ma anche tra Nord e Sud del Paese.

L’introduzione dell’impresa privata nella scuola avrà quindi un’influenza nel determinare non solo la didattica attraverso i programmi di insegnamento, ma anche la qualità con cui i programmi verranno portati avanti. Viene meno quindi la funzione dello Stato che si preoccupava di fornire, in quanto diritto costituzionale, un’istruzione pubblica e in linea teorica universale, uniforme, capace di garantire un “livello minimo” di qualità, poiché essa si avvia invece a dipendere in forma sempre più diretta dalle realtà economiche che circondano l’istituto. Da un soggetto pubblico che deve rispondere alla collettività si passa in modo sempre più completo ad una società di mercato dove soggetti privati, diffusi sul territorio nazionale, determinano e direzionano la formazione dei futuri cittadini e lavoratori. La ridefinizione del ruolo di istruzione pubblica compie quindi un ulteriore passo in avanti nella direzione desiderata dalla controparte.

Ricapitolando, l’alternanza non rappresenta solamente un regalo alle imprese, ma anche un progetto educativo di formazione della stragrande maggioranza della popolazione, una riproposizione in chiave ridotta delle contraddizioni di una società che celebra l’individuo e la possibilità di successo, ma che per condizioni oggettive può garantire questo futuro solo ad una parte estremamente minoritaria della popolazione, lasciando il resto nel loro abisso di precarietà e lavoro gratuito. D’altronde il successo, in un’economia capitalista, si basa su una selezione darwiniana in cui è previsto che necessariamente 999 su mille non ce la facciano. Ma di fronte ai dati allarmanti sui fallimenti delle novelle start up, alla chiusura delle aziende e a una disoccupazione sempre più di massa sembra che si voglia trovare un giustificazione non nei difetti del sistema produttivo interessato, ma nei singoli lavoratori/studenti che non sono stati abbastanza brillanti quando ero loro richiesto.

A questo dobbiamo aggiungere il necessario peggioramento generale della didattica all’interno della scuola italiana che seguirà l’introduzione a regime dell’ASL: vengono infatti scissi meccanicamente i due piani della formazione, vale a dire la preparazione teorica e l’educazione pratica, in luoghi diversi e con figure che hanno indubbiamente fini diversi. Da un parte nella scuola si ha un professionista dell’insegnamento che oltre a possedere delle nozioni e una propria formazione, è in grado di impartire ciò che sa e di avere un ruolo di educatore sociale. Dall’altra un soggetto privato tende a utilizzare lo studente per mansioni non qualificate, spesso trascurando l’aspetto dell’acquisizione di determinate conoscenze, ma abituando già lo studente a una precisa forma mentis quale quella di essere un lavoratore flessibile e facilmente sostituibile.

Infine, uno degli altri grandi problemi a cui l’Asl dovrebbe porre rimedio è il fenomeno della dispersione scolastica, che in Italia coinvolge ben il 15% dei ragazzi[15]. Tuttavia di fronte a un livello potenzialmente scadente di insegnamenti pratici, soprattutto a causa dei forti tagli che i laboratori hanno subito (vedi riforma Gelmini), e all’obbligo di dedicarsi gratuitamente all’alternanza, gli studenti si ritroveranno nella condizione in cui sembra più appetibile abbandonare la scuola e dedicarsi direttamente al lavoro. Questa volta però remunerato.

 

[1]     Trattato di Maastricht, Capo 3, Articolo 126.2

[2]              Fondata nel 1983 dai più importanti gruppi industriali europei tra cui Nestlè, Volvo, Lufthansa, Fiat, Nokia, Renault, TOTAL

[3]     http://ec.europa.eu/education/policy/strategic-framework_it

[4]     Learning to be, E.Faure, UNESCO (1972)

[5]     Delors Report, della Commissione Europea presieduta da Jacques Delors, la prima della storia della UE.

[6]     Libro dell’istruzione e della formazione. Insegnare e apprendere: verso la società conoscitiva, a cura della Commissione Europea (1995), citato in La scuola rovesciata (Lorenzo Varaldo, 2016).

[7]     La faisibilité politique de l’adjustement, Christian Morrison, in “Cahier de politique économique”, OCSE (1996)

[8]     La scuola rovesciata ,Lorenzo Varaldo, 2016.

[9]     Riordino dei cicli scolastici (documento di lavoro), Ministero della Pubblica Istruzione, gennaio 1997.

[10]    Libro Verde della Pubblica istruzione, a cura di F.Butera. Il ministro è sempre Berlinguer.

[11]    http://www.istruzione.it/alternanza/primoanno.shtml

[12]    Un esempio dal documento della Commissione Europea “Ripensare l’istruzione” (2012): “Prima di lasciare l’istruzione obbligatoria tutti i giovani dovrebbero usufruire di almeno un’esperienza imprenditoriale concreta”

[13]             Un esempio dal sito del MIUR (http://www.istruzione.it/alternanza/formazione_docenti.shtml) : “La dimensione orientativa che caratterizza i percorsi di alternanza dovrà trovare compimento attraverso l’incontro con le realtà più dinamiche dell’innovazione nel mondo del lavoro favorendo gli studenti nello sviluppo di competenze chiave espresse dall’Agenda Europea 2020, quali ad esempio l’imprenditorialità, intesa come atteggiamento pro-attivo nei confronti delle problematiche affrontate, e lo spirito di iniziativa. “

[14]    http://contropiano.org/news/politica-news/2017/05/31/alternanza-scuola-lavoro-sfruttamento-senza-limiti-092456

[15]    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-04-01/poverta-educativa-e-dispersione-scolastica-italia-ritardo-ue-110451.shtml?uuid=AEqAVkx

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