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Tra i neonazisti della Rada ucraina: l’astro nascente Andrej Biletskij

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Ancora lo scorso ottobre varie agenzie riportavano la notizia secondo cui il potere centrale ucraino stava cercando di disfarsi dei battaglioni “volontari”, in gran parte creati e finanziati dai vari oligarchi e ampiamente utilizzati nel corso delle operazioni di guerra nel Donbass, ma su cui non aveva un reale controllo. Si era così parlato del battaglione “Shakhtërsk”, rimodellato dal Ministro degli Interni Arsenij Avakov: causa ufficiale, lo sciacallaggio cui si erano abbandonati nel Donbass i suoi combattenti. E poi ancora il battaglione “Krivbass”, per mancanza di disciplina e abbandono delle posizioni; il “Prikarpate”, i cui uomini erano fuggiti da Ilovajsk. Secondo un’altra versione, si stavano punendo i battaglioni che sfuggivano al controllo dell’oligarca Kolomojskij. Una certa riorganizzazione attendeva anche i battaglioni “Azov” (del Ministero degli Interni) e “Ajdar” (del Ministero della Difesa). E gli uomini “licenziati” dai battaglioni, persi anche i privilegi che venivano loro dall’aver ucciso civili nel Donbass, hanno cercato quasi tutti di riciclarsi negli ambienti politici, soprattutto in vista delle passate elezioni per la Rada suprema dello scorso 26 ottobre. E molti ci sono riusciti.

Questo, a grandi linee, ciò che si poteva leggere un paio di mesi fa, anche su siti ucraini non certo antimaidanisti.

Ora, la tedesca Die Zeit titola “I neonazisti prosperano in Ucraina grazie al nepotismo”. Il governo di Kiev, scriveva nei giorni scorsi l’ucraino Anton Shekhovtsov sul settimanale di Amburgo, sostiene i neonazisti e aiuta i loro cadetti nella carriera politica. La sconfitta alle elezioni parlamentari non ha significato la fine dei radicali di destra, afferma Shekhovtsov. Per la destra radicale ucraina teoricamente le elezioni presidenziali e parlamentari sono state un disastro: il capo di Svoboda Oleg Tjanibok* ha preso l’1,16% alle presidenziali e il suo partito il 4,71% alle parlamentari: dunque, sotto la soglia stabilita del 5% per entrare alla Rada. In confronto, nel 2012, Svoboda aveva preso il 10,44% e aveva formato la prima frazione di estrema destra nella storia del parlamento ucraino. Dmitrij Jarosh, capo di Pravij sektor, ha ora preso lo 0,7% alle presidenziali e il suo partito l’1,8% alle parlamentari (ma poi due suoi esponenti sono stati eletti nei collegi uninominali).

Eppure, scrive Shekhovtsov, la sconfitta elettorale di Svoboda e Pravyj sektor non significa la “fine della storia” per la destra radicale ucraina. Si assiste infatti allo sviluppo dell’organizzazione neonazista “Patrioti d’Ucraina”, capeggiata da Andrej Biletskij (nella foto, il secondo congresso della formazione).

Biletskij non ha partecipato al golpe di febbraio (era in galera dal 2011), ma fu messo in libertà subito dopo, assieme ad altri suoi camerati, “detenuti politici”. E già in maggio, i rappresentanti di “Patrioti d’Ucraina” costituivano il nucleo fondamentale del battaglione “Azov”, formalmente agli ordini del Ministero degli Interni, al cui vertice c’è Arsenij Avakov. Shekhovtsov sottolinea che Avakov, esponente del Fronte popolare del premier Jatsenjuk, ha sostenuto particolarmente il battaglione “Azov” e lo scorso agosto ha promosso il suo comandante Biletskij al grado di tenete colonnello di polizia. Dopo di che, Biletskij, divenuto membro del Consiglio militare del Fronte popolare, è entrato anche in Parlamento.

Shekhovtsov ricorda che Avakov, Biletskij e Trojan (vice comandante del battaglio “Azov”) sono tutti di Kharkov e si conoscono personalmente almeno dal 2009-2010, nel periodo in cui Avakov era Governatore della regione orientale dell’Ucraina. All’epoca, “Patrioti d’Ucraina” fu implicato nell’assalto ad alcuni commercianti vietnamiti e ad alcune imprese commerciali. Nel 2010 appartenevano all’organizzazione una cinquantina di chioschi di giornali a Kharkov, che in seguito passarono ad uno dei partner d’affari di Avakov, Andrej Lipchanskij.

Questo Lipchanskij, continua Shekhovtsov, all’epoca dirigeva anche un’agenzia d’informazione e una palestra in cui si allenavano i membri di “Patrioti d’Ucraina”. Questi ultimi, a loro volta, si occupavano del servizio d’ordine durante le mobilitazioni antigovernative del Blocco di Julia Timoshenko a Kharkov, di cui allora era presidente regionale Avakov. Non va dimenticato che Arsenij Jatsenjuk  ha dato vita al raggruppamento elettorale del Fronte popolare, dopo aver abbandonato il Blocco della Timoshenko.

In conclusione Shekhovtsov afferma che, con ogni evidenza, Avakov ha fiducia in “Patrioti di Ucraina”, con cui ha collaborato in passato e conta sulla lealtà del battaglione “Azov”; nonostante ciò, scrive, la minaccia insita nei legami tra Ministero degli Interni e i neonazisti incrina la fiducia nel nuovo governo di Kiev, sia all’interno che sul piano internazionale. 

C’è da dire che le riflessioni con cui si chiude il servizio o sono il sintomo di un’ingenua fiducia di Shekhovtsov nella democrazia d’oltreoceano, oppure Die Zeit, con tali considerazioni, non fa che ribadire la relativa presa di distanze da un governo di Kiev sempre più manovrato da Washington, a dispetto della “protezione” accordata da Berlino al Presidente Poroshenko.

* Il sito tedesco “Jüdische Allgemeine”, ancora un anno e mezzo fa, tracciando una breve biografia politica di Tjanibok, riportava una sua affermazione di una decina di anni prima, secondo cui “l’Ucraina è dominata da una mafia russo-giudaica”. Da “demagogo e genio della retorica”, come scrive “Jüdische Allgemeine”, dopo un fallito tentativo di viaggio in Israele (a qualcuno, in Italia, il viaggio è riuscito), Tjanibok decise di mandare allo scoperto Igor Miroshnishenko, classificato nel 2012 dal Centro Simon Wiesenthal al quinto posto tra i dieci peggiori antisemiti del mondo.

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