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Egitto, mobilitazione dei Fratelli Musulmani

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C’è grande tensione in Egitto per la conferma della condanna a morte nei confronti dell’ex presidente Mohamed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, reo – secondo le accuse – di aver pianificato, assieme ad Hamas ed Hezbollah, azioni violente nei confronti delle forze dell’ordine nell’ambito di un assalto al carcere di Wadi Natrun, in cui egli stesso si trovava detenuto. In quell’occasione vennero liberati decine di detenuti affiliati ai Fratelli Musulmani.

I fatti risalgono al 2011, nel periodo delle rivolte contro l’ex-rais Hosni Mubarak, che portarono alla sua destituzione; questo, per altro, la dice lunga sulla natura restauratrice dell’attuale regime militare guidato dal Generale Al-Sisi, che sollevò in maniera violenta, nel luglio 2013, lo stesso Morsi, eletto un anno prima in occasione delle prime elezioni del post-Mubarak. In seguito, anche Al-Sisi si è fatto eleggere, peraltro con un astensionismo ben maggiore rispetto a quello che aveva caratterizzato l’elezione del nemico-predecessore.

C’è da dire che all’epoca del colpo di stato militare alcune componenti della sinistra araba e non solo scambiarono il generale Al-Sisi per un novello Nasser; in seguito però, con decisioni come la partecipazione ai bombardamenti in Yemen e in Libia, si è rivelato essere una pedina pienamente filo-saudita nella regione, fautrice anche di buoni rapporti con Israele e complice, con quest’ultimo, dell’oppressione e del blocco della Striscia di Gaza.

Il colpo di stato del 2013 contro Morsi ha rappresentato un salto di qualità per quel che riguarda le ambizioni saudite nella regione, segnando la sconfitta quasi definitiva dei Fratelli Musulmani, coinvolti in un disegno di “normalizzazione” e di egemonia a seguito degli sconvolgimenti portati dalle cosiddette “primavere arabe”, benedetto da Washington e supportato da Turchia e Qatar. Da allora, c’è stata l’emersione forte dell’Arabia Saudita, accompagnata non a caso dall’irruzione sulla scena delle milizie islmiste più radicali come l’Isis, con il Qatar e la Turchia (e anche gli USA, in parte) costrette gradualmente ad allinearsi.

Dopo la conferma della condanna a morte nei confronti di Morsi i Fratelli Musulmani hanno convocato per il 19 giugno una “rivolta popolare” in Egitto, rimandando alla stragi compiute dal regime militare nei giorni successivi al colpo di stato, quando i sostenitori dei Fratelli Musulmani scesi in piazza vennero colpiti e bombardati senza pietà; alla fine il bilancio fu di almeno 1.400 morti, 41mila feriti e un gran numero di condanne a morte.

Nella fattispecie, Morsi è sul banco degli imputati anche in altri 6 processi, per i quali sono già giunte alcune sentenze; i reati sono tutti legati a presunte collaborazioni con i nemici dell’attuale regime egiziano, ovvero Hamas, branca palestinese vicina ai Fratelli Musulmani, Hezbollah e Iran (facenti parte di quello che potremmo definire l’asse di resistenza sciita contro Israele, USA e Arabia Saudita), oltre che il Qatar, precedente sponsor del suo governo.

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