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I nuovi piani USA e Nato contro “l’aggressione russa”: ancora più aerei sul Baltico

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Il Pentagono sta mettendo a punto un nuovo piano di azione contro la Russia. Lo scrive la “Tass”, citando fonti statunitensi, che evidenziano come ciò avvenga per la prima volta dalla fine dell’Urss nel 1991. Secondo la rivista “Foreign Policy” (FP), il piano prevede due varianti: azioni USA nell’ambito della Nato oppure al di fuori dell’Alleanza atlantica. FP scrive che Ministero della difesa e Dipartimento di stato stanno “spolverando la polvere dai vecchi piani, per rinnovarli in modo che riflettano la nuova realtà geopolitica”. Ovviamente, come da diverso tempo a questa parte, si tira in ballo la minaccia russa, che spingerebbe a rivedere i vecchi piani, “includendovi le nuove azioni di risposta, già messe a punto, in caso di possibile aggressione contro uno qualsiasi degli alleati Nato”. A partire, evidentemente, dalle ex repubbliche sovietiche baltiche, i cui cieli continuano a essere sorvolati da aerei militari Nato, nel quadro di quella che il vice Comandante supremo Nato in Europa, generale Adrian Bradshaw, definisce come la continuazione, senza mutamenti, nella garanzia “delle misure di sicurezza collettiva”. La precisazione di Bradshaw ha fatto seguito alle voci secondo cui alcuni membri dell’Alleanza avrebbero prospettato un minore impegno nella sicurezza della Lettonia, se questa rifiuterà accoglienza a un numero superiore di profughi rispetto ai 776 attuali: “Non vedo alcun segnale secondo cui potremmo diminuire il numero di velivoli che partecipano alla missione Nato per il pattugliamento dello spazio aereo del Baltico”, ha detto Bradshaw. “Interfax” ricorda come, a partire dall’ingresso della Crimea nella Federazione Russa, nella primavera dello scorso anno, la missione Nato si sia allargata. Oggi, dei 16 caccia (anche italiani) inviati nel Baltico – 8 in Lituania e 4 rispettivamente in Estonia e Polonia – 4 sono in servizio in Lituania e 4 in Estonia.

Appena pochi giorni fa era apparsa la notizia dell’allargamento, a spese USA, della base aerea polacca di Łask, nel voivodato di Łódź, in cui già da tre anni sono di stanza diversi F-16 e in cui sono già atterrati i primi F-22 Raptor destinati all’Europa. Sembra che circa 1 miliardo di $ verrà speso nell’allungamento e nella modernizzazione della pista di decollo. A ciò si aggiungono le prime uscite in Estonia di due velivoli multifunzione USA senza pilota MQ-1 Predator; gli MQ-1 erano stati trasferiti in Estonia dalla base di Lielvārde, nella vecchia Livonia lettone e sono curati da 70 militari USA.

Il pretesto per tale incremento di forze USA e Nato era stato accuratamente apparecchiato poche settimane fa con una dichiarazione congiunta di paesi nordeuropei e baltici, che sentono “minacciata la sicurezza europea dal rafforzamento della potenza militare russa e dalla sua politica nei confronti dell’Ucraina”. La dichiarazione, confezionata dai Ministri degli esteri di Danimarca, Estonia, Finlandia, Islanda, Lettonia, Lituania, Norvegia e Svezia, recita che “l’aggressione della Russia all’Ucraina e il suo comportamento nella regione, con l’allargamento del suo potenziale militare, costituiscono di per sé una minaccia alla sicurezza europea e a quella dei paesi scandinavi e baltici. I paesi del Nord Europa e del Baltico reagiscono a questa minaccia con un fronte unico”. Un fronte che include anche le forze armate lettoni, i cui rappresentanti, appena pochi giorni fa, hanno preso parte, a Ile, nella Curlandia lettone, all’inaugurazione del monumento ai cosiddetti “fratelli dei boschi”, formazione composta in gran parte da ex legionari lettoni delle Waffen SS resisi responsabili dell’uccisione di alcune migliaia di civili. I frontunitisti non mancano nemmeno di lodare la politica di Kiev, rilevando come “il processo di riforma abbia un carattere strategico per l’Ucraina, in più ampio senso regionale, e anche per l’Unione Europea”, aggiungendo che “valuteranno la possibilità di ulteriore sostegno da parte anche di altri paesi nell’ambito del partenariato orientale della UE” che comprende Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina.

A questa unione sacra, Mosca risponde ora con l’inizio delle trattative per la creazione di una base aerea in Bielorussia. Nei giorni scorsi Vladimir Putin ha incaricato i Ministeri della difesa e degli esteri di avviare i relativi colloqui con Minsk, dopo che era apparsa una dichiarazione del presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko, secondo cui la collaborazione con Mosca ha sempre costituito una priorità per la Bielorussia. “”Ci sono molti intelligentoni” che dicono che la Bielorussia si allontani dalla Russia, mentre “in realtà non si allontana proprio per nulla”: non lo ha mai fatto e non lo farà mai, aveva sottolineato Lukašenko.

E’ in questa situazione che il Cremlino, come a voler assicurare tranquillità perlomeno ai confini orientali del paese, assegna notevole importanza ai colloqui, a Mosca, tra il Ministro degli esteri Sergej Lavrov e il suo omologo giapponese Fumio Kishida, sui problemi chiave internazionali di reciproco interesse, a partire dalle relazioni economiche bilaterali, non certo agevolate dalla partecipazione di Tokyo alle sanzioni contro la Russia. Nella tre giorni moscovita (Kishida è giunto ieri nella capitale russa), secondo “Interfax”, Kishida e Lavrov affronteranno anche la questione dell’assenza, a 70 anni dalla fine della guerra, di un accordo di pace tra Mosca e Tokyo; a questo proposito, Piazza Smolenskaja (sede del Ministero degli esteri russo) tiene a far notare come “passi avanti siano possibili solo a partire dal riconoscimento da parte giapponese della realtà storica postbellica”. Più che evidente il riferimento alla disputa sulle isole Kurjli meridionali, chiamate dal Giappone “Territori settentrionali”. Esattamente un mese fa, la visita del premier russo Dmitrij Medvedev su Iturup (una delle quattro isole più meridionali dell’arcipelago, storicamente appartenute alla Russia e rivendicate dal Giappone), aveva sollevato le vibrate proteste nipponiche, che consideravano il viaggio di Medvedev “un’offesa ai sentimenti del popolo giapponese” e che avevano addirittura minacciato il rinvio della visita di Kishida. Pronta la risposta di Mosca: “Siamo costretti a constatare che proseguendo pubblicamente nelle proprie pretese infondate sulle Kurjli meridionali, la parte giapponese dimostra ancora una volta aperto disprezzo per gli esiti della Seconda guerra mondiale universalmente accolti”.

La disputa territoriale tra il Giappone e la Russia si protrae dalla Seconda guerra mondiale, dopo che tutte le Kurjli entrarono a far parte dell’Urss; il Giappone contesta l’appartenenza delle isole meridionali di Iturup (la più estesa delle 56 isole che compongono l’arcipelago), Kunashir, Shikotan e degli scogli di Habomai, ma, secondo Mosca, la sovranità su di esse non può essere messa in discussione. Amministrativamente l’arcipelago, che si allunga per circa 1.200 chilometri tra la penisola russa della Kamčatka e l’isola giapponese di Hokkajdō, rientra della regione russa di Sakhalin; secondo i giapponesi, invece, nella prefettura di Hokkajdō.

Un’influenza non certo positiva sulla visita di Kishida è aggiunta inoltre dal recente voto del parlamento giapponese sul cosiddetto “ampliamento dei poteri delle forze nazionali di autodifesa” che, nonostante la ferma opposizione del 80% dei giapponesi, prevede la possibilità del loro impiego fuori dai confini nazionali, il che rappresenta anche un’aperta sconfessione dei principi pacifisti contenuti nella Costituzione del 1947. La legge di interpretazione costituzionale consente infatti l’impiego delle Forze armate al di là delle frontiere, in caso di aggressione allo stesso Giappone o a uno stretto alleato o anche se si ritenga impossibile scongiurare un’aggressione in altri modi. A fronte delle proteste dei paesi vicini, come Cina e due Coree, che subirono le maggiori devastazioni umane e territoriali dal militarismo giapponese negli anni ’30 e ’40, alla fine la spuntano gli Stati Uniti, che da tempo spingono il Giappone sulla strada del riarmo. Il bilancio militare di Tokyo, nella fretta di rispondere alle richieste USA e Nato di più stretta collaborazione, ha raggiunto nel 2015, per la prima volta in 70 anni, la cifra record di 42 miliardi di $: quale via più sicura per impiegarli, se non le missioni all’estero?

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