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Ucraina: da una guerra all’altra

Che l’involuzione ucraina, a partire dal golpe del febbraio 2014, si inserisca nella strategia USA e Nato di accerchiamento delle frontiere russe, ormai nemmeno i media più scopertamente atlantisti si preoccupano di negarlo. Che, in questo quadro, il terrorismo di stato attuato da più di un anno e mezzo dai golpisti di Kiev nei confronti di quella parte di popolazione ucraina che ha deciso di non sottostare alle scelte ultranazionaliste e apertamente fasciste del governo, sia quotidianamente ripetuto dalle più alte istituzioni del paese – anche questo non ha più bisogno di essere dimostrato: i protagonisti stessi ce ne danno testimonianza diretta.

E così, se le vittime civili del Donbass, che si avvicinano ai diecimila morti ufficiali, continuano ad accumularsi anche nei giorni di tregua, la Rada di Kiev non interrompe i propri spettacoli nemmeno in prossimità delle feste di fine anno. Mentre due civili cadevano sotto i proiettili di mortaio nel rione Zajtsevo della città di Gorlovka, nella DNR, i deputati della Rada proseguivano nella loro esternazione della “dialettica parlamentare”, intesa alla maniera degli squadristi che, all’esterno della propria cerchia, massacrano i civili e, all’interno, danno prova di reciproca “tolleranza democratica”. Si va così dall’epiteto di “prostituta”, affibbiato dall’oligarca Kolomojskij all’ex premier Julia Timošenko; a “qui i minorati mentali sono tanti”, con cui il premier Jatsenjuk ha valutato parte dei colleghi parlamentari, dopo esser stato tirato giù dalla tribuna, agguantato per i santissimi; all’orecchio morso da un deputato a un attivista non militare del battaglione neonazista “Azov”; al “cane senza museruola” di cui ancora Kolomojskij ha onorato il governatore yankee di Odessa, Mikhail Saakašvili; e così via, fino ad arrivare all’ultima signorile uscita del leader del Partito Radicale Oleg Ljaško, che ha dato di “bestie” ai altri deputati del Blocco presidenziale. D’altronde, questo è il minimo, per chi legalizza dagli scranni parlamentari il massacro della parte della propria popolazione rea di parlare un’altra lingua: evidentemente, il linguaggio alla Rada, è innalzato oggi a dialetto ufficiale dell’Ucraina “europeista”. Come stupirsi quindi che, nelle zuffe tra ladroni, addirittura il Ministro degli interni Arsen Avakov – quello del bicchier d’acqua tirato in faccia a Mikhail Saakašvili – valuti le possibilità di una “terza majdan”, affidata alle faide tra blocchi oligarchici.

E’ questo “parlamento”, dunque, che rinnova e “legalizza” le quotidiane violazioni della tregua nel Donbass. Ieri due civili sono rimasti uccisi sotto i colpi ucraini nel rione di Zajtsevo, alla periferia di Gorlovka, allorché le truppe di Kiev hanno impiegato, “per la prima volta da 10 giorni”, come riferiscono alla DNR, artiglierie pesanti da 152 mm e mortai da da 82 e 120 mm, anche contro il villaggio di Kominternovo. Nella stessa aerea di Kominternovo, alla vigilia erano finiti sotto i tiri di cecchini ucraini anche gli osservatori Osce, della Commissione mista di controllo sul cessate il fuoco e una troupe televisiva di “Rossija-24”. Complessivamente, dalla DNR si sono denunciate una ventina di violazioni al cessate il fuoco da parte ucraina nella sola giornata del 26 dicembre, con l’impiego di mortai pesanti, carri armati e mezzi blindati. Oltre a Kominternovo e Zajtsevo, sarebbero stati colpiti i villaggi di Žabunki, Železnaja Balka, Lozovoe, Staromikhajlovka, Spartak e l’area dell’aeroporto di Donetsk.

Quindi, non appare nulla più che una nota di “cristiana indulgenza” la notizia secondo cui l’ex leader di una delle organizzazioni neonaziste più agguerrite – e più reclamizzate a ovest delle frontiere ucraine – “Pravyj sektor”, Dmitro Jaroš, di voler abbandonare il battaglione per dar vita, insieme a un gruppo di seguaci, a una formazione nazionalista a suo dire “meno radicale”. Parole non più che parole: da tempo gli sponsor occidentali della “democrazia” ucraina hanno cominciato a lamentarsi della poca “presentabilità” dei battaglioni neonazisti; dunque, per continuare a ricevere gli aiuti così necessari, è evidentemente tempo, per essi, di cambiar facciata. “Io e la mia squadra usciamo dal movimento Pravyj sektor”- definito sfacciatamente da Jaroš “di liberazione nazionale” (!) – “che ha esaurito la propria missione. Il nazionalismo deve avviarsi verso una nuova tappa, in opposizione al potere. Cominciamo a costituire un nuovo movimento politico, senza radicalismo e senza demagogia liberale”, ma coevo ai gangli politici e militari governativi. D’altronde, questo è anche un sicuro modo per poter partecipare in forma diretta a tutta quella serie di manovre militari Nato cui nei giorni scorsi Petro Porošenko – cui la Gallup accredita non più del 17% di consensi, contro il 47% di un anno fa – ha dato luce verde con la delibera di ammissione di soldati stranieri sul territorio ucraino nel 2016 per le manovre dell’Alleanza atlantica.

E, sempre sul fronte delle alleanze esterne, uno degli organizzatori del blocco della Crimea, il tataro-ucraino Lenur Isljamov, ha dichiarato che il Ministero della difesa turco sarebbe in procinto di assicurare il proprio aiuto per la formazione di un battaglione volontario per la “riconquista della Crimea”. Primo compito del battaglione, ha detto Isljamov, sarà quello della “difesa dei confini crimeani all’interno stesso della Crimea”; quindi “porteremo colpi in punti nevralgici che solo noi conosciamo” e con l’ausilio di “piccole imbarcazioni attaccheremo le navi che portano merci in Crimea”.

Come ha dichiarato oggi il consigliere presidenziale russo Grigorij Ighnatov, Ankara spinge Kiev a una nuova avventura. Questo fantomatico battaglione tataro-ucraino servirà non solo al blocco della Crimea, ma ad azioni di sabotaggio in territorio russo, soprattutto nella regione di Kherson. Più specificamente, il primo battaglione “Crimea” servirà per assicurare il blocco della penisola; il nuovo, denominato “Noman Čelebidžikhan” (il nazionalista tataro morto nel 1918 combattendo contro il giovane potere sovietico) sarà destinato ad azioni di sabotaggio e al terrorismo ai danni della popolazione della regione di Kherson, come avvenuto anche lo scorso 25 dicembre nel villaggio di Kalančakh.

“Cominciare una guerra era facile; penoso assai terminarla”, vien da ripetere come al tempo delle guerre di Roma contro Giugurta.  

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