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La Bce “tiene”, ma sente il fiato sul collo

L'Unione Europea è sull'orlo del baratro. Pochi l'hanno capito meglio di Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea che ormai vede avvicinarsi la fine del suo mandato senza che gli obiettivi fissati (riportare il tasso di inflazione vicino al 2%, considerato livello ottimale per garantire una crescita economica equilibrata) siano stati raggiunti o almeno avvicinati.

La sua relazione, illustrata ieri, certifica questa difficoltà. Il programma di acquisti di titoli di stato dei paesi dell'eurozona proseguirà infatti ai livelli attuali (80 miliardi di euro al mese) fino a marzo 2017, e proseguirà in seguito al ritmo di “soli” 60 miliardi fino alla fine dell'anno prossimo, “ed anche oltre, se necessario”.

Il cambiamento di programma è sottile: tre mesi in più rispetto al preventivato (settembre 2017), ma importo minore (60 miliardi invece di 80). In definitiva ci sono 60 miliardi in più del previsto (540 invece di 480), e la cosa ha fatto ovviamente piacere alle borse, che sono immediatamente ripartite verso l'alto nonostante avessero alle spalle già diverse sedute di crescita euforica, nonostante il NO al referendum italiano (parzialmente compensato dal voto austriaco, un po' meno euroscettico).

Come molti analisti hanno rilevato, non è ancora un tapering (riduzione a zero del quantitative easing, come fatto dalla Federal Reserve oltre un anno fa), ma un avviso ai mercati: l'emissione di liquidità da parte della Bce, pur restando imponente, non può essere eterno.

Gli effetti pratici di quanto “iniettato” nei mercati finora non sono clamorosi. La crescita è rimasta asfittica (mediamente intorno all'1%), perché la liquidità supplementare non è arrivata quasi per nulla all'economia reale. I destinatari di prima istanza – le banche, unico soggetto autorizzato a vendere titoli di stato alla Bce, visto il vincolo che Francoforte mantiene: intervenire sui titoli già circolanti e non su quelli in asta di emissione) – hanno preferito reinvestire in borsa, favorendo così il gonfiarsi dei prezzi dei titoli azionari che non ha alcun corrispettivo negli utili delle aziende quotate. Una bolla in continua espansione che potrebbe esplodere in qualsiasi momento.

La Bce del resto naviga a vista – per quanto molto più lunga della media dei leader politici continentali – tra rischi opposti. Oltre alle possibili “bolle speculative”, infatti, c'è sempre la forte possibilità che le cose peggiorino all'improvviso. Vuoi per il precipitare della crisi politica in qualche paese di grandi dimensioni (l'Italia è in pole position, come rilevava anche il Financial Times), vuoi per gli effetti negativi del rialzo del prezzo del petrolio atteso dopo l'accordo tra paesi produttori per ridurre l'estrazione giornaliera.

Non è dunque senza significato che Draghi abbia insistito a lungo sulla possibilità di prolungare ancora l'immissione di liquidità sui mercati (“se le cose dovessero peggiorare”) e per nulla su un possibile miglioramento delle variabili macroeconomiche (che favorerebbero un rapido abbandono degli strumenti “non convenzionali” di politica monetaria).

I risultati migliori della strategia Bce si sono infatti avuti sul piano “difensivo”: gli acquisti di bond statali ha infatti ridotto al minimo il rendimento dei titoli stessi, e quindi compresso la spesa che gli stati debbono sostenere per il “servizio del debito”, ossia gli interessi. Questo ha impedito che paesi con forte debito – l'Italia per prima – si ritrovassero in una situazione insostenibile, strangolati da una forte spesa per il pagamento degli interessi proprio mentre la Commissione Europea li obbligava a tagliare la spesa per ridurre deficit e debito.

La Bce ha insomma buttato olio in mare per abbassare il moto ondoso, ma questa bonaccia artificiale non può durare all'infinito. E tutti quei paesi che non l'hanno sfruttata per obbedire (a costo minore) ai diktat della Troika si ritroveranno – quando inizierà il tapering vero e proprio ­ in una condizione pre-agonica.

Nonostante gli immensi tagli fatti alla spesa sociale (pensioni, assistenza, sanità, scuola, ecc), l'Italietta renziana ha gonfiato per fini elettorali la spesa una tantum, finalizzata ad acquisire consenso (senza peraltro riuscirci!), ed anche quella militare (su pressione Usa per quanto riguarda gli F35 e su pressione europea in vista della creazione di una più articolata “difesa comune”).

Debito pubblico a parte, le economie di molti paesi non reggerebbero un aumento rapido dei prezzi del petrolio, che farebbero – sì – aumentare l'inflazione, ma sul versante “cattivo” (ossia inflazione importata) invece che su quello “virtuoso”, conseguenza di una crescita economica complessiva che trascina al rialzo anche i salari e i consumi.

A premere per la fine del quantitative easing è come sempre la Germania, massima beneficiaria delle politiche di austerità. Non a caso Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro del Consiglio direttivo della Bce) ci ha tenuto a far sapere che ha votato contro la decisione presa ieri.

Un rapido accantonamento del bazooka impugnato da Draghi metterebbe oltretutto in crisi definitiva il sistema bancario italiano, principale acquirente dei titoli di Stato nazionali. Non serve essere abituati a pensar male per capire che questa crisi è esattamente quel che il sistema bancario tedesco – in condizioni anche peggiori, ma con forza decisamente ancora superiore – attende per fare man bassa a prezzi stracciati (vedi http://contropiano.org/news/news-economia/2016/12/09/mirino-puntato-sullitalia-086858).

Comunque la si rigiri, tutto è possibile tranne una via d'uscita dalla crisi che sta trionfalmente entrando nel suo decimo anno di vita.

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