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Il disastro delle privatizzazioni e del capitalismo italiano

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Nell’ormai chiacchieratissimo libro di Ferruccio De Bortoli sui presunti poteri forti in Italia non c’è soltanto l’accenno alla vicendaccia riguardante Maria Elena Boschi e il suo presunto “familismo amorale”.

Vi sono altre storie e su una di queste val la pena sicuramente di soffermarci.

IL “Corriere della Sera” del 9 Maggio ha, infatti,  ospitato, nelle pagine dedicate alla cultura, una anticipazione del oibro edito dalla “Nave di Teseo” nel quale l’ex-direttore dello stesso Corriere della Sera e del Sole 24 ore racconta la sua esperienza di 40 anni di giornalismo.

L’interesse maggiore però sta nella lettura del brano che viene anticipato nelle pagine del quotidiano.

La scelta è caduta sul passaggio relativo alla privatizzazione di Telecom (avvenuta con la contrarietà di Gianni Agnelli) e il successivo passaggio, febbraio 1999 presidente del consiglio Massimo D’Alema ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi, ministro delle Finanze Vincenzo Visco e ministro dell’industria Pierluigi Bersani, alla cordata dei cosiddetti “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno che lanciò un’Opa da 100 mila miliardi di lire.

Per i dettagli della descrizione della vicenda svolta da De Bortoli si consiglia di leggere l’articolo (e naturalmente il libro) anche per ragioni di economia del discorso.

Vale la pena però, in questa occasione, sottolineare alcuni aspetti:

  1. Nel tunnel della privatizzazione Telecom entra con centomila dipendenti, nessun debito e il primato di aver introdotto in Italia la fibra ottica.  L’operazione “capitani coraggiosi” si evolve caricando la società di debiti per il valore del 70% dell’OPA, la cessione di Omnnitel e Infostrada ai tedeschi di Mannesmann e con un aumento di capitale della Olivetti per 2,6, milioni di euro (aggiunta n.d.r.: e la creazione della figura dell’esodato per decine di migliaia di lavoratori costretti ad uscire dal circuito produttivo).  Nel 2001 poi la quota dei “capitani” (con un’ingente plusvalenza) fu rilevata da Tronchetti Provera e Benetton. Il debito al 30 settembre 2001 era di 22,6 miliardi di euro, mentre quello di Olivetti era di 17,8. Complessivamente sul gruppo gravava un debito di 40,4 miliardi. Questo fatto documenta  il tragico andamento di uno dei più importanti processi di privatizzazione attuato in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni;
  2. Dal resoconto di questa storia si evince (De Bortoli ne scrive esplicitamente) di un capitalismo italiano dal “braccino corto” (testuale) che reclama le privatizzazioni e poi non investe e non rischia. Si tratta di quel capitalismo sempre “in braccio alla mamma”, lo stesso che nel 1980 uscì dalla vertenza FIAT (quella della marcia dei 40 mila) con la mano libera. Nel frangente descritto da De Bortoli siamo ai vertici di questo capitalismo: si scrive, infatti, di Cuccia, Mediobanca, Agnelli.Una bella compagnia di salvatori della Patria in pericolo;
  3. In questa vicenda, reso contata perché ritenuta del tutto emblematica, risalta il ruolo del governo di centrosinistra del tutto accondiscendente alle logiche dominanti del profitto per pochi e della creazione di debito per tutti nell’idea “ridisegnare il capitalismo italiano”.

Sono queste le storie attraverso il cui svolgimento concreto si è arrivati al disastro attuale perseguendo filosofie e scelte profondamente sbagliate e dannose.

Forse è il caso di ricordarle quelle storie prima di tutto quando si ripercorre quanto accaduto in quegli anni e si pensa al ruolo della cosiddetta “sinistra di governo” e alla totale insufficienza nella sua capacità d’analisi (altro che i convegni del Gramsci anni’60 sulle “Tendenze del capitalismo italiano”) e alla subalternità prima di tutto culturale agli interessi dei soliti “padroni del vapore”.

Subalternità prima di tutto culturale che oggi ci ha condotto ai piedi di Marchionne.

In secondo luogo rammentare quelle vicende dovrebbe aiutarci nel riflettere sulle scelte politiche da adottare nell’attualità e nel prossimo futuro.

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