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Anche in Salento, per la Tap, polizia in difesa degli affari mafiosi

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Come in Val di Susa, peggio che in Val di Susa. L'affare Tap, che trova in questi giorni a Melendugno la ferma resistenza della popolazione locale, conferma che "l'autorità dello Stato", fisicamente rappresentata da centinaia di uomini armati fino ai denti, in tenuta antisommossa e chiaramente – dalle numerose testimonianze ascoltate – "parecchio fuori giri", è stata messa a disposizione di interessi privatissimi, in buona parte malavitosi o addirittura mafiosi. Ossia di interessi che uno Stato "normale" (a prescindere dal tipo di modo di produzione, insomma) dovrebbe occuparsi solo di reprimere senza se e senza ma.

Un'inchiesta de L'Espresso – gruppo Repubblica, quindi non sospettabile di opposizione preconcetta al governo Renzi-fotocopia guidato da Gentiloni – mette nero su bianco buona parte degli interessi sporchi dietro il Tap. E altri ne annuncia.

Interessante sottolineare – oltre all'articolo di Paolo Biondani che qui sotto riproduciamo – che la società Tap è guidata in Italia dal country manager Michele Mario Elia, 69 anni, nominato esattamente un anno fa (era il 1 aprile 2016). Fino ad allora Elia era stato Amministratore Delegato di Rete Ferroviaria Italiana (gestore dell'infrastruttura FS) dal 2006 al 2014 e dal 2014 al 2015 Amministratore Delegato delle stesse Ferrovie dello Stato.

La sua nomina era stata salutata così da Iran Bradshaw, Managing Director di Tap: "Sono lieto di dare il benvenuto a Michele Mario Elia in TAP. L'Ing. Elia apporta al nostro progetto una molteplicità di esperienze e una rete di relazioni chiave, sviluppate nel corso di parecchi anni nel settore delle infrastrutture in Italia". Insomma, scelto perché ben ammanicato con l'establishment nazionale che avrebbe dovuto dare il necessario supporto istituzionale all'opera e, se del caso, fornire le truppe militar-poliziesche necessarie a superare l'opposizione della popolazione locale, già attiva ben prima di quella data.

Su questo piano, effettivamente, Elia è una certezza. Pur di portare avanti il business è solito non guardare in faccia nessuno. Casualmente, è stato anche  imputato nel processo in seguito all'incidente ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009, in cui persero la vita 33 persone. Il 31 gennaio di quest'anno è stato infine condannato, in primo grado, dal tribunale di Lucca, a 7 anni e 6 mesi di carce. I suoi coimputati più importanti, anch'essi condannati a lunghe pene detentive, sono stati  Mauro Moretti e Vincenzo Soprano.

La condanna per Viareggio è costata a Mauro Moretti la perdita della poltrona di presidente della società Finmeccanica-Leonardo, controllata dallo Stato. Elia aveva fiutato l'aria prima, e si era messo al sicuro firmando per gli svizzeri di Tap. L'uomo giusto al posto giusto.

Qui di seguito l'inchiesta di Biondani e Sisti per L'Espresso, con la denuncia della presenza della mafia nei lavori. Insomma: noi paghiamo, attraverso le tasse, lo stipendio a poliziotti che picchiano la popolazione per proteggere gli interessi di speculatori e mafiosi, invece di fermarli.

 

Tap, mafia e soldi sporchi dietro il gasdotto

Nel contestato maxi-progetto per portare il gas dell'Azerbaijan in Puglia spuntano manager in affari con le cosche, oligarchi russi e casseforti offshore. L'inchiesta integrale sul'Espresso in edicola domenica

Tap, mafia e soldi sporchi dietro il gasdotto Nel contestato maxi-progetto per portare il gas dell'Azerbaijan in Puglia spuntano manager in affari con le cosche, oligarchi russi e casseforti offshore. L'inchiesta integrale sul'Espresso in edicola domenica

Paolo Biondani e Leo Sisti

All'origine del super-gasdotto che minaccia di perforare le coste del Salento c’è una storia nera. Un intreccio di manager in affari con la mafia, valigie di contanti, oligarchi russi, affaristi italiani legati alla politica, casseforti anonime con la targa offshore. Gli scheletri nell'armadio del Tap.
Un'inchiesta de "l'Espresso" – in edicola da domenica – svela i retroscena del maxi-progetto partendo dagli interrogativi alla base delle proteste esplose in Puglia contro lo sradicamento dei primi 231 olivi: chi ha scelto l’attuale tracciato? Perché è un consorzio privato svizzero a gestire un'opera dichiarata strategica dalle autorità europee? E' davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché in zone già industrializzate?
Il Tap è la parte finale di un gasdotto di quasi quattromila chilometri che parte dall'Azerbaijan. Il costo preventivato è di 45 miliardi. In Salento, a Melendugno, sono iniziati gli scavi del tunnel in cemento autorizzato dal ministero dell’Ambiente per passare sotto la spiaggia. Da lì sono previsti altri 63 chilometri di condotte fino a Mesagne. Il consorzio Tap Ag prevede di dover trapiantare, in totale, circa diecimila olivi.
L'Espresso ha potuto esaminare documenti riservati della Commissione europea, che svelano il ruolo cruciale di una società-madre, finora ignota: l’azienda che ha ideato il Tap. Si chiama Egl Produzione Italia, ma è controllata dal gruppo svizzero Axpo. Le carte, richieste dall’organizzazione Re:Common, dimostrano che Egl ha ottenuto, nel 2004 e 2005, due finanziamenti europei a fondo perduto, per oltre tre milioni, utilizzati proprio per i progetti preliminari e gli studi di fattibilità del Tap. Gli ultimi fondi pubblici sono arrivati nel 2009. I ricercatori avevano chiesto altri atti, ma la Commissione li ha negati «per rispettare segreti industriali, sicurezza e privacy» delle multinazionali interessate.

In questa Egl, la società-madre del Tap, anche l’amministratore delegato è un cittadino svizzero: Raffaele Tognacca, un manager che in Italia ha lavorato anche con il gruppo Erg. Tornato in Svizzera, ha lanciato la finanziaria Viva Transfer. Che un'indagine antimafia ha additato come una lavanderia di soldi sporchi. Intervistato dalla tv svizzera italiana, il pm Michele Prestipino descrisse la vicenda come «un caso esemplare di riciclaggio internazionale di denaro mafioso».

Tutto inizia nel 2014, quando la Guardia di Finanza scopre un presunto clan di narcotrafficanti collegati alla ’ndrangheta. Il gruppo, capeggiato dal calabrese Cosimo Tassone, è accusato di aver importato oltre mezza tonnellata di cocaina. E viene intercettato mentre deve versare un milione e mezzo di euro ai narcos sudamericani. I calabresi reclutano un promotore toscano e i suoi due figli, che accettano di «portare quei soldi in contanti, dentro due trolley, a Lugano, nella sede della Viva Transfer», come confermano le confessioni degli stessi corrieri poi arrestati. A ricevere i pacchi di banconote è «Raffaele Tognacca in persona». Proprio il manager che ha tenuto a battesimo il Tap.
Tra sudamericani e calabresi scoppia anche una lite: i narcos hanno ricevuto mezzo milione in meno. Tassone sospetta dei corrieri toscani: «Gli spacco la testa!». Un figlio del promotore viene sequestrato in Brasile. Finché il clan si convince che è Tognacca ad aver incamerato una parcella di oltre 400 mila euro («il 35 per cento!»). Quindi scattano gli arresti. Al processo, in corso a Roma, i pm hanno formulato una specifica accusa di riciclaggio. E hanno chiesto ai magistrati svizzeri di indagare sulla parte estera. Tognacca si è difeso pubblicamente dichiarando di «non essere stato oggetto di nessuna misura penale». Per i pm italiani il reato resta assodato. Ma i giudici elvetici potrebbero aver archiviato per «mancata prova del dolo»: Tognacca poteva non sapere che erano soldi di mafia. Magari mister Tap pensava di aiutare onesti evasori.
Dopo aver ottenuto i fondi europei, la Egl è stata cancellata e assorbita da Axpo. Questo spiega perchè oggi il gruppo svizzero è azionista della Tap Ag con l'inglese Bp, l’italiana Snam, la belga Fluxys, la spagnola Enagas e l’azera Az-tap.
L'articolo integrale de l'Espresso racconta molti altri retroscena. Come un accordo segreto per favorire un oligarca russo rappresentato da amici di politici italiani. E le tesorerie offshore, documentate dai Panama papers, dei manager di Stato in Azerbaijan e Turchia.

 

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