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A scuola di sfruttamento

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Tra le tante nefandezze contenute nei decreti licenziati dal ministero dell’istruzione in questi giorni, c’è anche l’ingresso dello sfruttamento istituzionalizzato dei futuri neoassunti, anche se sarebbe più appropriato definirli “assumibili”. Si tratta del cosiddetto percorso FIT (Formazione iniziale e tirocinio).

Sparisce, infatti, l’anno di prova e viene sostituito da varie prove concorsuali e da un tirocinio formativo di durata triennale al termine del quale una commissione, guidata da un dirigente, dovrà decidere se i tirocinanti, che nell’ultimo anno del percorso hanno insegnato, sono idonei alla professione.

Si tratta di un modello che appare come un ibrido tra Jobs act e formazione lavoro. È previsto un contratto d’ingresso a stipendio da fame (probabilmente meno della metà di quello ordinario), con una serie di obblighi “formativi” di vario genere che andranno a ingrassare le università e nessuna garanzia di assunzione a fine tirocinio: saranno la commissione e il dirigente scolastico di turno a decidere l’assunzione e il futuro lavorativo dei futuri docenti.

Una delle questioni più gravi del percorso FIT è quella relativa alla non ripetibilità del terzo anno, ovvero l’anno decisivo, che, se non superato, escluderebbe definitivamente il tirocinante dalla professione docente.

Da queste poche note è possibile comprendere facilmente il grado di sfruttamento e di ricattabilità permanente al quale saranno esposti i nuovi tirocinanti della scuola.

Non c’è bisogno di fare un eccessivo sforzo di fantasia nemmeno per capire come questi nuovi dispositivi di reclutamento consentano un’adeguata forma di selezione dei futuri insegnanti, in base a precise considerazioni di politica della produttività e di adeguamento ai valori della Buona scuola.

In tre anni di percorso di tirocinio, comprendenti un intero anno di permanenza in cattedra, sarà certamente molto semplice individuare i docenti più “collaborativi” e sarà altrettanto facile scartare quelli eccessivamente “contrastivi” o sindacalizzati.

Nel mondo della scuola lo sfruttamento potrà dunque procedere a cascata: si selezioneranno docenti esecutori, produttivi e inclini al servilismo, che finiranno col formare studenti congeneri e che veicoleranno i “valori” educativi tanto cari all’ideologia della grande impresa.

Un modello selettivo di questo tipo avrà però una conseguenza ancora più rilevante, la rimozione per selezione di ogni possibile pensiero educativo divergente o, più semplicemente, non conforme ai valori e ai principi della scuola – azienda.

Le dittature hanno sempre costruito il loro consenso a partire dalla scuola, e quella del neoliberismo non fa eccezione.

 

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