Menu

La giuliva rievocazione del tempo che fu: “non contate sul Comune”

946 visualizzazioni

Ogni volta che, a fronte dei draconiani tagli governativi a pensioni, lavoro, servici pubblici, sanità, si ascoltano le parole di un Sindaco, che ammonisce i suoi concittadini a “non contare più sull’intervento del Comune”; che insiste a dire che ci si debba abituare al fatto che “i servizi pubblici dovranno essere pagati in misura sempre maggiore dai cittadini”; che il maggior dispiacere che un Sindaco possa provare è quello per cui, a causa del cosiddetto Patto di stabilità, i Comuni siano “costretti, in molti casi, all’immobilità e che oggi, in questa situazione, si sta dimostrando deleterio per la stessa sopravvivenza di molte imprese, la cui attività è legata proprio a scelte e interventi dei Comuni”.

Ogni volta che un Sindaco o un Amministratore locale si lamenta solamente per il fatto che oggi sia “del tutto teorica la sbandierata “autonomia impositiva” dei Comuni e come, in generale, gli Enti locali siano ormai ridotti al ruolo di semplici esecutori di decisioni del Governo centrale o di altri organi dello Stato”, ma i cittadini debbano, in fin dei conti, farsi una ragione dello stato delle cose e abituarsi a “non chiedere più nulla” all’Ente che, più di ogni altro, dovrebbe rappresentare il contatto diretto delle istituzioni con la popolazione; ogni volta che si ascoltano le parole dei Sindaci, a rimarcare invece il contatto diretto con le imprese che smerciano i “beni d’eccellenza del territorio”, a ribadire il “nuovo ruolo del Comune”, che si fa “volano dell’imprenditoria locale”, mettendo a disposizione “la location giusta”, per “fare la differenza” e stabilire “l’endorsement” del Comune alla “filiera produttiva” e alla sua “implementazione”, per una “sinergia” da sviluppare attraverso “un tavolo” che dia “valore aggiunto” alla “vocazione del territorio”….

Ogni volta torna alla mente quel mirabile appello, rivolto il 31 marzo 1921 dalla Giunta Comunale di Foiano della Chiana, per ribadire la vicinanza dell’Amministrazione comunale alle tribolazioni del popolo lavoratore. “Alla vigilia della pubblicazione” – era detto in quell’appello – “dell’avviso del quale sarà fissato il nuovo aumento del prezzo del pane e del grano, questa Giunta sente il bisogno di dire una parola che serva a scindere la propria responsabilità di tale provvedimento da quella del Governo su cui essa unicamente ricade. Se fu sempre doloroso per noi rimanere in questo posto senza poter fare cosa alcuna a beneficio del popolo lavoratore, che non trovasse ostacolo presso la Prefettura è ancor più doloroso rendersi esecutori di ordine così ripugnante quale è quello dell’aumento del prezzo del pane. Rimaniamo nonostante a questo posto a fine di evitare maggiori guai che alla classe lavoratrice deriverebbero da una Amministrazione borghese e nello intento di evitarne tutte le volte che la nostra buona volontà non si infranga contro gli scogli degli istituti borghesi. Noi e voi sappiamo come il Comune pur essendo nelle vostre mani non sia uno strumento idoneo a francare i lavoratori da tutte le ingiustizie ed appunto per ciò noi facciamo ricorso alla vostra coscienza di lavoratori, facendovi notare le strette in cui si è costretti ad amministrare, perché serva a voi di incitamento a saper combattere le nuove e più dure battaglie, attraverso le quali, si potrà giungere all’abbattimento del potere borghese, instaurando poi il regime dei Soviets. Solo allora giustizia sarà fatta a voi lavoratori; finché saremo strumenti sia pure ribelli dello stato borghese la nostra opera non potrà portare quel sollievo che da tanto attendete”.

E ogni volta che, mentre i lavoratori sono ridotti in schiavitù feudale dalle norme governative che incoraggiano il padronato a tornare “al tempo che fu”, si osservano le Amministrazioni Comunali ridotte a non avere altro obiettivo sociale che quello di farsi promotrici di feste, sagre, rievocazioni, con “l’obiettivo di rinverdire le più genuine tradizioni” da mussoliniana battaglia del grano, con la rievocazione “della tradizione, anche il clima di grande accoglienza e convivialità del tempo, quando con poco si riusciva mangiare” – come del resto ci stanno imponendo ottant’anni dopo; con la battitura che “è un evento così importante per tradizioni e convivialità” per dare “la possibilità a più persone di poter godere delle nostre tradizioni e dei nostri sapori”; con “la battitura che avverrà nel pomeriggio e tutti indosseranno i costumi d’epoca, del 1930 circa.

Verrà ricostruita una scena tipica del tempo, con i classici diverbi tra il padrone e il mezzadro”; con “la cena della battitura, che ricalca la tradizione contadina”;… ogni volta torna alla mente la colorita descrizione che di quelle “scene tipiche” e “conviviali” aveva fatto Roberto Cantagalli, nella sua Storia del fascismo fiorentino 1919-1925: <Suona discretamente ipocrita l’apologia cantata in coro dalla destra conservatrice liberal-cattolica, che presto si mise tutta quanta in fez, manganello e camicia nera, in onore della mezzadria come sistema ideale ed unico toccasana per salvaguardare i vantaggi della produzione, la patriarcalità dei rapporti tra proprietari e coloni, questa “mirabile, insostituibile antica condizione cristiana che, giovandosi della individualità, faceva sì che tra uomini di ceti diversi, al di sopra di ogni gelida norma giuridica, avesse modo di insinuarsi la carità fraterna”.

Una volta preso l’avvio – una volta cioè che si era insegnata all’altro ceto, quello dei contadini, la modestia (mediante le legnate delle squadracce, la distruzione delle leghe, l’incendio e il saccheggio delle cooperative, la distruzione delle case del popolo) – si poté per oltre un ventennio, a cose ormai tranquille, stabilire nelle campagne una pace da cimitero, mitizzare una Italia “rurale”, prolifica, tutta amore alla famiglia, dedita alle sagre campestri, rispettosa della proprietà privata altrui, amante delle tradizioni, devota del santo patrono, amante dell’uva, del vin buono, del pane casalingo, della porchetta, dell’albero della cuccagna, del gioco delle bocce, della corsa nel sacco e via discorrendo ma soprattutto rispettosa dei signori, cioè dei “gerarchi”, del maresciallo e del prete>.

Ottant’anni dopo se ne cantano le lodi, mentre ci si fa “volano” della moderna imprenditorialità feudale.

 

* A Foiano della Chiana (Arezzo), il 18 e 19 aprile e a Roccastrada (Grosseto) il 24 luglio, ci furono le due più efferate stragi fasciste del 1921 in Toscana

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *