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Impresa e malaffare: “mele marce” o paradigma operativo?

Impresa e malaffare: “mele marce” o paradigma operativo?

La notizia di per sé poteva anche passare inosservata, ed infatti sta sparendo in fretta dalle prime pagine dei principali quotidiani on line: è

una delle tante vicende di malaffare e di abuso che caratterizzano la classe dirigente di questo paese, a cui siamo mestamente abituati.

Ma a leggerla bene è interessante ed importante soffermarcisi ed analizzarla con attenzione, perchè notizie come questa sono spesso il paradigma delle modalità e del ruolo di certa classe dirigente in questo paese. Che, ricordiamolo sempre, è un paese a capitalismo avanzato dove i soggetti che si muovono sui mercati esprimono una tendenza fortissima ad utilizzare comportamenti illegali se non proprio mafiosi per massimizzare il loro profitto.

La notizia: Antonello Montante, ex presidente di Confindustria Sicilia (nonché attuale presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta), è finito questa mattina agli arresti domiciliari su ordinanza della Procura del capoluogo nisseno.

Parliamo di una inchiesta di vasta portata, che coinvolge rappresentanti dell’imprenditoria, delle forze dell’ordine, della politica.

Montante è accusato infatti di aver creato una vera e propria rete illegale per spiare e raccogliere informazioni su una inchiesta che lo vedeva coinvolto: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di esponenti delle forze dell’ordine.

Ed infatti contestualmente a Montante, ai domiciliari sono finiti anche Giuseppe D’Agata, della Dia di Palermo poi passato ai servizi segreti; Diego Di Simone, ex sostituto commissario della squadra mobile di Palermo, diventato responsabile della sicurezza di Montante; Marco De Angelis, sostituto commissario in servizio prima alla questura di Palermo poi alla prefettura di Milano; Ettore Orfanello, ex comandante del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Caltanissetta.

Insieme a questi rappresentanti delle forze di polizia, ai domicilari è finito anche l’imprenditore Massimo Romano.

L’inchiesta coinvolge molte più persone, oltre venti, tra le quali spiccano i nomi dell’ex Presidente del Senato Renato Schifani e l’ex direttore dell’Aisi generale Arturo Esposito.

Roba grossa, dunque. Chiaramente tutti negano e minacciano querele, ma l’indagine appare per nulla campata in aria.

Montante due anni fa era stato oggetto di un avviso di garanzia per concorso esterno in attività mafiosa: in particolare venivano ipotizzati legami con il boss Vincenzo Arnone. Nel corso delle indagini sono stati rinvenuti, in una delle abitazioni di Montante, una serie di dossier su politici, magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine e comuni cittadini.

Per gli inquirenti si tratta di attività di dossieraggio illegale, che va a collegarsi con le accuse di corruzione e la vicinanza con il boss mafioso, che avrebbe addirittura contribuito alla sua elezione alla guida di Confindustria Sicilia.

I legali di Montante sostengono che le accuse sarebbero una vendetta alle denunce che lo stesso ex presidente degli industriali siciliani ha effettuato negli anni in una intensa attività contro le mafie: perchè la fama dell’accusato, prima di questa inchiesta, era quella di fiero nemico delle malavite organizzate. La linea difensiva è questa, dunque: dimostrare che i pentiti che hanno fatto il nome di Montante siano strumenti di vendette trasversali.

Ci sarebbero però da spiegare i dossier, e i tentativi – pare andati a buon fine – di corruzione nei confronti di rappresentanti istituzionali e uomini dello Stato.

Una normale vicenda di malaffare? Come detto, ci siamo abituati: ne sentiamo tante di storie di corruzione, tangenti, concorrenza sleale, spionaggio industriale, connivenze con la malavita al fine di fare profitto. Ed ancora appalti truccati, forniture farlocche, esternalizzazione di servizi pubblici ad imprese private che poi speculano sul servizio, lavoratori in nero, sfruttamento del lavoro…

La domanda da porre è un’altra, forse: in Italia, date le attuali condizioni economiche, è possibile “fare impresa”, sopratutto ad alto livello, senza rischiare di commettere reati? Detta così è una iperbole, ma ragionamo un attimo: economia in crisi, alta imposizione fiscale, concorrenza di competitor europei spesso in vantaggio per condizioni di partenza (pensiamo alle aziende tedesche o del nord europa in genere)… Questi mercati liberi e aperti lo sono davvero, o piuttosto sono una giungla dove a vincere è il più forte, ed allora per esserlo è necessario attrezzarsi?

L’impressione è un po’ questa, ed è continuamente corroborata dalle continue nuove inchieste della magistratura: per fare profitto e dare senso alla propria attività imprenditoriale, in un momento di crisi strutturale sel sistema economico, in un paese in recessione che fatica terribilmente a riprendersi, il ricorso al mezzo illecito (ovviamente la gradazione è ampia) appare come uno strumento a disposizione. Esagerazione offensiva nei confronti della classe imprenditoriale italiana? Senza dubbio generalizzare è sempre uno sbaglio, ed altrettanto certamente chi agisce in modo onesto c’è. E ci sono poi le responsabilità dello Stato, della politica, di legislazioni e sistemi fiscali da ripensare, certo. Ma la cronaca giudiziara parla in modo chiaro, e sarebbe un errore non provare ad interpretare un tipo di indicazione che emerge in modo così ricorrente.

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