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‘Malapolizia’. Morti e abusi in nome della legge

I media, anche i meno sensibili a certi temi, riportano quasi quotidianamente un numero sorprendentemente alto di stupri, estorsioni, pestaggi e spedizioni punitive a sfondo razzista i cui protagonisti sono appartenenti alle ‘forze dell’ordine’. Poliziotti, Carabinieri, agenti della Polizia Penitenziaria o Ferroviaria. Addirittura Vigili Urbani.

Abusi, violenze e veri e propri crimini sempre circondati da un clima di omertà la cui massima espressione sono i duri comunicati dei sindacati di settore contro chiunque – giornalista, esponente politico, vittima – cerchi di rendere pubblica la verità. Un’omertà accompagnata dalla certezza quasi matematica dell’impunità. Anche quando la quotidiana violenza operata da appartenenti a vario titolo delle forze dell’ordine diventa omicida. Come nei casi di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Gabriele Sandri, Carlo Rasman, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva ecc.

Esattamente di questo parla l’interessantissimo lavoro di Adriano Chiarelli. Di una ‘Malapolizia’ che fa il paio con una ‘Malagiustizia’ che concede coperture e protezioni agli imputati in divisa e mette sul banco degli accusati le vittime o i loro parenti e amici rei di chiedere che le responsabilità vengano appurate e punite. Non un libro contro la Polizia, precisa Chiarelli. Ma un documentato atto d’accusa nei confronti di comportamenti sempre più diffusi all’interno di corpi di pubblica sicurezza. Tanto diffusi da rendere ormai ridicola – e inadeguata anche per chi si ostina ad usarla – la metafora delle ‘poche mele marce’.

Il libro racconta e analizza, attraverso una attentissima raccolta di interviste, segnalazioni mediatiche e atti processuali, decine di episodi nell’arco di tempo che va dal 2001 al 2011. Un decennio aperto dalle violenze scientifiche e di massa contro i manifestanti di Genova, picchiati per strada e nel sonno, torturati al ritmo di stupide cantilene fasciste, accusati da false prove fabbricate ad hoc. Un decennio in cui, è la tesi del libro, comportamenti violenti tipici degli anni ’70 si sono esacerbati in un contesto diverso, applicati nei confronti non solo di manifestanti o attivisti politici, ma anche di cittadini o immigrati più o meno marginali. Basta citare le giustificazioni di rito usate dalle questure, dai sindacati o dagli avvocati difensori ogni qual volta un caso di ‘Malapolizia’ balza agli onori della cronaca solo grazie al coraggio e alla tenacia di un parente o di un amico della vittima. O di un testimone oculare che non si lascia intimorire dalle minacce e dalle ritorsioni degli uomini – e delle donne – in divisa. Di Federico Aldrovandi è stato a lungo detto che era un tossico morto di overdose; che Giuseppe Uva era un ubriacone impazzito; Riccardo Rasman un malato di mente; Stefano Cucchi un pregiudicato già malato…

Scrive nella prefazione Checchino Antonini: “E’ dentro le aree dell’esclusione sociale, indotte dai processi di precarizzazione delle vite e privatizzazione dei servizi, che mutano anche le politiche del controllo (…) funzionale alla costituzione di recinti urbani, alla costruzione dello stigma per soggetti, etnie e classi ‘pericolose’. E’ così che funziona la fabbrica della paura. E in questo sensola LeggeReale,la Bossi-Finiela Fini-Giovanardinon sono più violente del pacchetto Treu o della Legge30”.

Tutto questo in un paese in cui una valle che si oppone alla Tav o una comunità in lotta contro una discarica o un inceneritore vengono trattati alla stregua di nemici da combattere e neutralizzare. I territori ribelli vengono dichiarati zone di interesse strategico e occupati da soldati reduci da missioni in Afghanistan o dai Balcani. Ma anche i quartieri delle nostre città, le strade, le piazze, gli stadi diventano zone di guerra, e i cittadini ‘devianti’ trattati alla stregua di un nemico interno.

Non si contano gli insabbiamenti, le manipolazioni o i depistaggi della realtà, alla cui realizzazione non contribuiscono necessariamente solo poliziotti. Un oliato sistema di coperture e connivenze che coinvolge anche i lavoratori civili del comparto sicurezza – sanitari, assistenti sociali ecc – o magistrati. Oppure giornalisti distratti o al massimo interessati, più che a dare un contributo di verità, a esercitare una pornografia del dolore redditizia ma rivoltante.

“Parliamo di indagini e processi che finiscono per appurare verità diverse, relative, artefatte e sofisticate da un’infinita gamma di scappatoie legali, cavillose procedure (…) Così il corpo martoriato di Marcello Lonzi, morto in una cella del carcere delle Sughere di Livorno, è stato ridotto così da ‘un forte infarto’. Un infarto così devastante da rompergli otto costole e procurargli due buchi nel cranio”. D’altronde se a finire sotto inchiesta per un reato è un appartenente alla Polizia o ai Carabinieri, indagare spetta alla Polizia Giudiziaria, cioè agli stessi indagati o ai loro colleghi…

‘Malapolizia’ è un libro da leggere. A maggior ragione in un paese in cui alla quotidiana e strutturale ingiustizia molti contrappongono un’astratta categoria di legalità che troppo spesso non contempla la giustizia. Una legalità relativa, applicabile all’insieme della società ma, paradossalmente, non a chi dovrebbe far rispettare le legge che è chiamato a difendere ed applicare. 

(“Malapolizia” di Adriano Chiarelli. Newton Compton Editore, 281 pp., 10 euro)

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