Davanti alla crudeltà
la vita perde il suo senso
e la morte prende
in giro gli uomini,
senza occuparsi davvero di loro.
La morte chiama in causa
altre creature,
insiste con il gioco
crudele della natura:
le mosche, il vento,
la strada, la polvere, il silenzio.
Un lavoratore che muore sul lavoro
abbandonato, senza soccorso,
non ha diritto di morire.
Deve vivere, vivere
nel racconto,
vivere nel ricordo,
nelle parole
di chi lo ha conosciuto.
Un uomo che muore così
non ha diritto di morire:
la sua morte deve restare
come una ferita nella memoria.
Le persone devono imparare
che l’umanità non nasce dall’abbandono,
che nessun uomo è uno scarto.
Nessun corpo deve diventare terra
prima ancora che la morte
abbia pronunciato il suo nome.
** Queste parole nascono per accompagnare il dolore della famiglia di Salvatore Calignano, nel rispetto di una vita spezzata e di una morte che chiede verità e giustizia. Non sono soltanto parole di dolore, ma un modo per tenere vivo il suo nome, perché Salvatore non diventi una notizia dimenticata, né un corpo consegnato al silenzio.
Un uomo che muore così deve vivere nel racconto, nel ricordo, nella coscienza di chi resta.
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