Da alcuni anni – a Napoli e nella sua area metropolitana – con una scansione temporale, quasi quotidiana, si verificano investimenti stradali in cui restano ammazzati ignari pedoni. Non stiamo parlando degli ordinari incidenti che avvengono sulle strade di tutto il mondo (con picchi nei fine settimana) ma di quelle persone, ignare della loro sorte, che perdono la vita attraversando, tranquillamente, una strada o, addirittura, percorrendo un marciapiedi.
Scorrendo i dati disponibili sui vari indicatori statistici questa vera e propria emergenza sociale si mostra nelle sue drammatiche dimensioni: ogni anno, solo nell’area urbana di Napoli, sono diverse decine e decine i morti ascrivibili a tale tipologia di incidenti ed ancora di più sono i feriti, anche gravi, coinvolti, malgrado loro, da tale fenomenologia.
Apparentemente tale situazione potrebbe essere ricondotta ad un problema di assenza di educazione stradale, di eventuali regole di comportamento non rispettate oppure ad una sedimentata consuetudine ad uno stile di guida imperniato su un uso della velocità elevata nei centri cittadini.
Sicuramente tutti questi aspetti/comportamenti sono presenti, ed agiscono concretamente, a concorrere all’aumento, ulteriore, del numero di questo tipo di incidenti.
Occorre, inoltre, considerare che l’attuale organizzazione della mobilità cittadina – di cui è direttamente responsabile l’Amministrazione Comunale Manfredi/Cosenza – si fonda sulla vigenza di una infinita serie di cantieri stradali diffusi sul territorio, su assi viari di scorrimento che non hanno nessuna protezione per i pedoni e sull’assenza di ogni elemento, seppur minimo, di ordinaria manutenzione stradale (semafori, strisce pedonali, illuminazione adeguata).
Questa condizione strutturale della viabilità e della strutturazione della mobilità cittadina è, fuori da ogni ombra di dubbio, uno dei motivi che favoriscono tali incidenti. A tale proposito, anche solo considerando questo aspetto, esistono tante sacrosante ragioni per una mobilitazione ed una protesta per reclamare un modello di mobilità sicura, attenta alla salvaguardia della vita dei pedoni, sostenibile ambientalmente e – soprattutto – in grado di interrompere questa (silenziosa) strage quotidiana.
Bene, quindi, stanno facendo alcuni Comitati civici/territoriali ed alcune Associazioni a mobilitarsi, a dare vita a momenti pubblici di incontro dove vengono accusati e chiamati alle loro responsabilità materiali e politiche le varie Istituzioni (dalla Prefettura, al Comune ed alle diverse Municipalità) e la loro totale assenza di interventi in materia.
Dentro i ritmi urbani e i processi di scomposizione umana e sociale della città
I numeri di questi (particolari) incidenti, il tributo di sangue versato e la pura irrazionalità che, frequentemente, è il presupposto vero di tali tragedie ci sollecitano ad una osservazione di questa fenomenologia con uno sguardo che prova ad “andare più a fondo” ed oltre, al pur drammatico, epifenomeno immediato.
Da tempo, nei diversi spunti di analisi di classe della città, nei vari “elementi di dibattito” che si producono a ridosso della metropoli partenopea emergono alcuni “buchi neri” imperscrutabili dove allignano “compartimenti non conformi” a qualsivoglia parametro di interpretazione della realtà e della sua connaturata “complessità”.
Una realtà multiforme – che coinvolge centinaia di migliaia di persone e vaste aree territoriali – che si palesa nell’assenza di ogni forma di protagonismo/soggettivazzazione di determinate fasce sociali testimoniato dai numeri abnormi dell’assenteismo elettorale, dai dati riguardanti l’istruzione, dalla totale assenza di fruizione di servizi sociali basilari, dalla permanenza di forme di “digital divide” e da qualsivoglia fondamento di “cittadinanza”.
Frequentemente si evocano – a vario titolo – da parte di analisti borghesi, di ambienti accademici e di presunti “sociologi da panchina” categorie analitiche ibride (o inventate al momento!) le quali, di fronte a tale scenario anomalo provano ad offrire risposte banali, farcite di consumati “luoghi comuni” e sostanzialmente liquidatorie. Del resto queste fasce di popolazione – questo indistinto universo sociale – non ha espressione pubblica, è muto e non ha rappresentanza, al massimo mugugna.
Questo approccio culturale e politico a tale questione (che, ovviamente, va al di là del fenomeno delle morti derivanti dai pedoni investiti) non solo evita di affrontare le cause profonde dove maturano comportamenti (irrazionali e schizofrenici) come quelli che, frequentemente, stanno alla base di questa tipologia di incidenti ma mostra – inequivocabilmente – una postura teorica razzista e differenzialista tipica della linea di condotta e dell’ideologia delle classi dirigenti dell’Occidente.
Nella realtà vera – nella dimensione esistenziale e sociale che scandisce il rapporto spazio/tempo delle metropoli capitalistiche e, più specificatamente, di una area come quella partenopea – si producono, con una crescente intensità, atteggiamenti e comportamenti parossistici, nevrotici e infarciti di una frenesia irrazionale e senza alcun senso logico.
Non si spiega, altrimenti, la dilagante “moda” (per usare un termine che “rende l’idea”) di non fermarsi con l’auto in prossimità delle strisce pedonali, di correre in maniera sconsiderata anche su strade affollate, di guidare con un telefonino costantemente attaccato alle orecchie e/o di muoversi per la città sempre in fretta ed in maniera scomposta (anche senza un motivo fondante per “andare in fretta”!).
In città, come Napoli, dove questa “materia sociale” – tipica delle forme di vita Occidentali e nell’epoca del turbo/capitalismo – si autoalimenta da fattori derivanti da consolidati e storicizzati aspetti strutturali specifici (la conurbazione architettonica e territoriale, i forti e polarizzati squilibri economici, una diffusa “cultura di massa” che risente/riflette i codici criminali fino all’assenza di un decente servizio di trasporto pubblico locale…), dall’affermarsi di comportamenti individualistici, arroganti e rancorosi e dall’insieme di quelle che definiamo le patologie antisociali di una “Città Malata”.
Una città – e Napoli sicuramente auto/alimenta e soffre di questa condizione – che cessa di essere uno “spazio comune di vita” e diventa palcoscenico in cui si accumulano le tensioni derivanti, direttamente ed indirettamente, dagli effetti del dominio capitalistico.
Quando lo spazio urbano diventa frammentato e quando si configurano vere e proprie “enclavi” territoriali classiste, aumentano necessariamente i casi di segregazione spaziale e, quindi, i fenomeni da “bestia in gabbia”. Inoltre – e non lo scopriamo oggi – i fattori di solitudine, di alienazione e di “senso di vuoto” sono il motore, individuale e collettivo, che alimenta le moderne patologie sociali ed umane (il cosiddetto “burnout urbano”) ed il complesso dei comportamenti irrazionali ed (apparentemente) inspiegabili.
In definitiva, per non farla troppo lunga: ulteriori ragioni per “rivoltare la Città” ritrovando collettivamente “senso di se e per se” per sovvertire il pericoloso decadimento antisociale e la cultura di morte che sprigiona questa patologia metropolitana.
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