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Il problema del Venezuela non è la scarsità, ma l’eccesso di democrazia

In Venezuela non c’è il Partito unico. Vi sono oltre cento tra partiti e partitini che si organizzano liberamente. In Venezuela c’è piena libertà di stampa e di opinione: solo il 5% delle emittenti radio e tv appartiene allo Stato, un 25% sono radio e tv comunitarie locali e ben il 70% è in mani private. In Venezuela vige la divisione dei poteri; non ve ne sono solo tre (esecutivo, parlamentare e giudiziario), ma 5, con il Cne, che è il Consiglio nazionale elettorale, completamente autonomo dagli altri, e il Potere cittadino, quello che garantisce una partecipazione e un controllo diretto dei cittadini sugli atti e i comportamenti dell’apparato pubblico.

Pepe Muijica, ex presidente uruguayano, ha sostenuto che il problema del Venezuela non è la scarsità, ma piuttosto l’eccesso di democrazia. E si potrebbe aggiungere, anche una scarsa propensione al rigoroso rispetto delle regole, sia quelle che imporrebbero una convinta repressione della violenza, sia quelle che imporrebbero un contrasto convinto della corruzione. Senza voler ripercorrere la storia del Paese fin dalla conquista della sua indipendenza a opera del Libertador Simon Bolivar, basti qui ricordare che esso è stato da sempre oggetto di particolare attenzione da parte delle grandi potenze europee e degli Usa: ancora oggi il 95% degli ingressi valutari è costituito dalle esportazioni di petrolio; che può continuare a produrre al ritmo attuale (circa 2,5 milioni di barili di petrolio al giorno) per i prossimo 300 anni. Secondo gli Usa, le riserve di oro nero venezuelano ammontano al 28% delle riserve globali, oltre un quarto di tutto il petrolio del pianeta.

Come mai dunque l’esperienza politica bolivariana inaugurata da Chavez «costituisce una minaccia insolita e straordinaria» per gli Usa, come affermato da Barack Obama? Semplicemente perché siamo di fronte a un Paese di cultura occidentale, cattolica, che sta tentando di emanciparsi, con risultati contraddittori e alterni, dall’estrattivismo tipico delle ex colonie e di gran parte del continente latino americano. La fase di ridistribuzione e socializzazione delle risorse del petrolio e delle altre consistenti risorse minerarie ha dato vita ad uno sviluppo della coesione sociale del paese che non ha confronti nel mondo: è stato eliminato l’analfabetismo; è stato introdotto un sistema sanitario pubblico, gratuito e diffuso sul territorio; è stata decuplicata la frequenza scolare, universitaria e post-universitaria, anch’essa gratuita; sono stati costruiti milioni di alloggi di edilizia popolare; sono state realizzate imponenti opere infrastrutturali; 6 milioni di immigrati dalla Colombia sono stati integrati a tutti gli effetti e con gli stessi diritti degli autoctoni.

Se si compara l’indice di concentrazione della ricchezza (indice di Gini) con gli altri paesi latino americani, il Venezuela ha raggiunto la prima posizione nel continente per la sua equa distribuzione. Dal punto di vista del debito pubblico, il Venezuela potrebbe essere ammesso nel ristrettissimo club dei paesi europei che non abbisognano di alcuna manovra da Fiscal compact, poiché esso è meno del 60% del Pil. Queste conquiste hanno consentito a Chavez e al Partito socialista unificato, di vincere 16 consultazioni elettorali delle 18 che si sono svolte in Venezuela negli ultimi 18 anni. Sempre verificate da organismi internazionali. Ovviamente, quando la ricchezza viene diffusa e socializzata, qualche problema lo si incontra. Anche problemi seri. Essi sono all’origine del colpo di stato del 2002 a seguito della nazionalizzazione della Pdvsa, la grande impresa petrolifera che fino ad allora costituiva un potere a se stante e centrale, monopolizzato dalle poche famiglie dell’oligarchia locale che avevano fatto il bello e cattivo tempo per circa un secolo. Sono all’origine delle guarimbas del 2014 subito dopo la morte di Hugo Chavez e di quelle iniziate dell’aprile di quest’anno che hanno portato alla morte di oltre 100 persone, la gran parte delle quali non è morta a seguito della dura repressione della polizia, ma delle azioni violente dei settori di estrema destra dell’opposizione che ha contemplato, tra l’altro, la morte di 23 persone, chaviste o in odore di esserlo, che sono state bruciate vive a Caracas e in altre città del Paese. Oltre 40 persone sono rimaste uccise per essersi trovata loro malgrado in mezzo agli scontri, colpite da oggetti contundenti o esplosioni e una decina sono state assassinate da sicari a colpi di arma da fuoco.

La sconfitta alle elezioni parlamentarie del dicembre 2015 che ha visto prevalere i partiti di opposizione grazie ad una consistente astensione degli elettori chavisti, corrisponde all’acuirsi della crisi internazionale con la drastica diminuzione dei prezzi del petrolio che ha reso più difficile la continuazione delle imponenti politiche sociali.
Il programma di emancipazione economica che avrebbe dovuto rendere via via il paese meno dipendente dalle importazioni non ha raggiunto i livelli sperati. Su questo, che costituisce la vera sfida del bolivarismo, vi sono stati errori di vario genere: la corruzione non è stata debellata, le competenze in ambito di pianificazione e programmazione economica non sono state all’altezza.

Non è affatto semplice, come ha sostenuto l’ex presidente ecuadoregno Rafael Correa, trasformare un Paese che per oltre un secolo è stato essenzialmente un enorme campo petrolifero, in un paese in grado di produrre e competere nel settore agricolo o industriale. Non è semplice anche perché la borghesia locale, alla quale corrisponderebbe storicamente questo compito, è in buona parte una borghesia importadora e commerciante, particolarmente attiva, all’interno, solo nel settore dell’edilizia. Gli enormi introiti del petrolio sono una manna e al tempo stesso una dannazione per lo sviluppo di una industria locale efficiente. E infine, tutti i Paesi a economia estrattiva sviluppano chi più, chi meno, una élite prevalentemente parassitaria e scarsamente interessata alle sorti del paese: nel caso del Venezuela, la loro dimensione culturale e di investimento si situa sull’asse Caracas/Miami. Nella capitale della Florida, i maggiori investitori stranieri negli ultimi anni sono venezuelani…

Per comprendere meglio la specificità venezuelana, valgano ancora le parole di Correa, secondo il quale l’oligarchia del suo Paese, quella ecuadoregna, assomiglia, se comparata a quella venezuelana, a un gruppo di carmelitani scalzi.
E in effetti le dinamiche di accaparramento di merci di largo consumo e di medicinali realizzato per finalità politiche in questi ultimi mesi dalle cupole famigliari che si ritrovano aggregate nel grande konzerne Polar, con lo sviluppo del mercato nero e di una forte inflazione indotta, danno un’idea chiara della natura profonda di una oligarchia nostalgica profondamente disinteressata alle sorti della nazione e della maggioranza della sua popolazione.
La classe media costituita anche dai discendenti di emigrati europei arrivati in Venezuela nel dopoguerra si è lasciata trascinare in buona parte in questa narrazione del fallimento del socialismo bolivariano e della necessità del ritorno ai tempi dei facili guadagni, quando le tasse (e le politiche sociali) erano inesistenti e un muratore poteva trasformarsi rapidamente in grande imprenditore di successo grazie alla manodopera debordante affluente dai ranchos che circondavano Caracas e le altre grandi città.

Ora, la “minaccia insolita e straordinaria” di un Paese che tenta per via democratica di diventare un Paese moderno e, si potrebbe anche dire, normale, emancipandosi dallo stato post-coloniale è arrivata al momento decisivo. L’opposizione non ha alcun interesse a misurarsi con le scadenze elettorali previste (entro il prossimo anno dovrebbero svolgersi le elezioni presidenziali), perché non ha alcun interesse ad ereditare, magari vincendo, l’architettura del paese che si è configurata in questi due decenni. Non ha interesse ad ereditare gli impegni internazionali (con Cina, Russia e gli altri paesi latino americani) sui contratti petroliferi. Ha solo interesse a far saltare il banco, in modo da poter rimettere tutto in discussione. Ma i rapporti di forza interni non sembrano tali da consentirle facilmente questa operazione. Seppure si sono manifestati defezioni e distinguo dentro la compagine chavista, l’esercito continua ad essere leale al governo e il sostegno popolare molto consistente, perché ha compreso che in discussione non c’è tanto Maduro, ma la condizione delle decine di milioni di persone che in questi anni sono uscite dalla povertà e dalla miseria endemica.

Quindi l’isolamento internazionale del Venezuela, dipinto grottescamente come novello stato canaglia dal 90% dei grandi media globali, costituisce la condizione sine qua non per raggiungere l’obiettivo. La copertura mediatica realizzata da Miami o da New York, come da Madrid o da Roma, con le veline della Cnn e della Fox rilanciate senza ritegno, sono parte costitutiva del progetto di ribaltamento dell’ordine costituzionale, non un mero supporto.
Gli effetti sono evidenti nel disorientamento di buona parte dell’opinione pubblica di sinistra in molti paesi, compreso il nostro: Maduro è un dittatore e il bolivarismo una sorta di socialismo reale che, però, si è stranamente realizzato in una cornice istituzionale tipica dello stato di diritto liberaldemocratico.

Quindi, l’esperimento venezuelano costituisce uno dei momenti decisivi di questi anni per testare la capacità del pensiero unico di modificare e manipolare drasticamente la stessa logica dell’analisi e del giudizio politico delle opinioni pubbliche e potrebbe diventare un modello di ingerenza in uno Stato sovrano non del Medio Oriente o del mondo islamico, non di residui o ex Paesi socialisti e neanche di arretrati Paesi africani, ma di un Paese occidentale e per giunta profondamente cattolico.

L’esito del voto del 30 luglio per l’insediamento dell’Assemblea Costituente che avviene a due settimane dal voto, illegale, ma consentito, del cosiddetto Plebiscito organizzato autonomamente dall’opposizione, ci riguarda, dunque molto da vicino, non solo per il destino del Venezuela e dell’intero continente latino americano, ma anche per il destino di esperienze politiche e sociali alternative al neoliberismo dovunque.

* da http://www.ilsalto.net/

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