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Turchia-Unione Europea: tutti i segreti dell’accordo della vergogna

Secondo i dati dell’UHNCR dall’inizio dell’anno i migranti morti in mare sono stati almeno 750. Negli ultimi 15 anni i migranti morti mentre cercavano di attraversare il mar mediterraneo sono stati più di 30.000. Il Mediterraneo potrebbe essere un mare di pace, ma sta diventando un enorme cimitero di profughi che, nel 60% dei casi non hanno né un nome né un’identità. Credere tuttavia che la responsabilità di questa situazione sia esclusivamente dei populismi di destra europei sarebbe come guardare il dito invece che la luna.

L’Europa sul tema dei flussi migratori ha avuto fin qui una politica a dir poco ipocrita e ripugnante.
Ci basterà ricordare, ad esempio, che è stata l’Europa a volere l’affossamento di Mare Nostrum, ovvero, la missione di salvataggio in mare dei migranti che cercavano di attraversare il Canale di Sicilia dalle coste libiche al territorio italiano e maltese, attuata dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014 dalle forze della Marina Militare e dell’Aeronautica Militare italiane in seguito al naufragio di Lampedusa, una terribile tragedia avvenuta al largo della piccola isola siciliana il 3 ottobre 2013 quando una carretta del mare libica si capovolse in mare provocando 368 morti. Quella di Lampedusa fu certamente una delle più gravi catastrofi marittime nel Mediterraneo dall’inizio del XXI secolo.

Dal 1° novembre 2014 Mare Nostrum è stata soppressa per lasciare il posto all’operazione “Triton” concepita unicamente come “azione di sicurezza delle frontiere dell’Unione europea” e condotta da Frontex, l’agenzia europea di controllo delle frontiere, con l’obiettivo, per l’appunto, di “tenere controllate le frontiere nel mar Mediterraneo”.

“Mare Nostrum” venne giudicata troppo costosa per un singolo Stato dell’UE (9.000.000 € al mese per 12 mesi). Eppure il governo italiano aveva chiesto fondi supplementari da altri Stati membri dell’UE, ma gli furono negati.

Con il passaggio da “Mare Nostrum” a “Triton” anche il nostro paese venne obbligato dall’Unione Europea a sacrificare il principio dell’obbligo di soccorrere le vite in mare al nuovo paradigma europeo del “controllo delle frontiere”, benché in mare. La “Fortezza Europa” doveva difendere i propri confini dai barbari invasori in ossequio ai peggiori slogans delle destre e dei razzisti europei.

E poi c’è la vergogna dell’accordo UE-Turchia che è stato rinnovato poco più di due mesi fa.
L’Unione Europa continua a considerare la Turchia, «partner strategico» per la gestione dei rifugiati. Il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha parlato «di un dialogo franco e aperto» con Ankara, necessario «per trovare soluzioni a ciò che ci divide». In attesa delle soluzioni, altri tre miliardi sono stati inviati oltre il Bosforo facendo arrivare così a sei i miliardi promessi per fermare entro i confini turchi l’esodo dei profughi siriani.

Su come siano stati utilizzati i primi miliardi, però, un’inchiesta dei giornalisti di “The Black Sea” in collaborazione con L’Espresso e il consorzio investigativo EIC* ha svelato retroscena inquietanti: indebite pressioni sulle Ong internazionali, nessuna trasparenza, nessuna valutazione degli interventi.

Ma la cosa incredibile è che davanti alla richiesta francese di trovare una mediazione con i Curdi, il presidente turco Erdogan è arrivato infatti ad augurare terrore a Parigi – «spero che la Francia non chieda il nostro aiuto quando i terroristi troveranno rifugio sul suo territorio», ovvero con quelle truppe dell’YPG, che stanno lottando contro l’ISIS ed a cui Erdogan ha dichiarato guerra fino al recente massacro di Afrin per poi continuare nelle zone liberate dai curdi.

È notizia di questi giorni che la città di Manbij, dove sono stanziati anche soldati statunitensi, si prepara all’aggressione da parte dell’esercito turco e che parte dei fondi che riceve dalla UE per l’accoglienza dei migranti sono stati spesi da Erdogan per comprare armamenti da usare nelle zone che sta conquistando, costringendo alla fuga migliaia di civili.

Una follia. Ma alcuni stessi punti chiave dell’accordo sono stati disattesi o mal gestiti dal governo turco: Ad esempio il mancato ricollocamento in Turchia dei siriani rimasti bloccati sulle isole greche e la lentezza con cui stanno procedendo molti progetti. Delle 26 maggiori infrastrutture programmate tra le quali ospedali e scuole, meno della metà è stata realmente avviata. 660 milioni di euro sono stati trasferiti direttamente a tre ministeri turchi per Migrazioni, Educazione e Salute ma sul dettaglio di queste spese, sulla documentazione che ne provi i risultati, la Commissione Europea non è stata in grado di fornire risposte.

*L’Espresso del 04 aprile 2018

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