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Gli interessi che muovono l’informazione. Il caso venezuelano

Pensare di accendere la tv all’ora di pranzo e di informarsi con chiarezza sui fatti del giorno è un errore gravissimo, perché suppone che i telegiornali – come poi gli altri mezzi di informazione – siano una espressione neutrale di quel che accade. Niente di più falso. Gli ultimi avvenimenti in Venezuela ne sono un esempio.

Il 7 marzo, verso l’ora di ritorno dal lavoro, in Venezuela c’è stato un blackout che ha colpito l’80% del paese. È stata manomessa, secondo le fonti ufficiali, la centrale elettrica Simon Bolivar del fiume Guri, da cui dipende gran parte del paese. Ci è voluta quasi una settimana per far ripristinare quasi in toto l’elettricità – e di conseguenza la distribuzione idrica, dipendente da sistemi di pompaggio elettrici. Come spiegato dal presidente venezuelano Maduro, si è trattato di un attacco cibernetico al sistema informatico della centrale elettrica, oltre a successivi incendi e esplosioni in stazioni e sottostazioni elettriche lungo tutto il paese. Sono poi giunte le accuse contro gli Stati Uniti, ritenuti colpevoli dell’attacco, i quali hanno subito negato di farne parte e hanno contrattaccato, affermando che si trattava di problemi di cattiva manutenzione.

Ora, non è nell’interesse dell’articolo approfondire questo caso e dare una risposta esauriente. Che gli attacchi cibernetici non siano fantascienza e che un’implicazione degli USA sia possibile ce lo ricorda Kalev Leetaru nella rivista Forbes, secondo cui «Le operazioni di condizionamento sono progettate per spingere silenziosamente un paese verso un risultato particolare. Le infrastrutture relative a servizi di pubblica utilità offrono un mezzo perfetto per tali operazioni, dal momento che la colpa dei guasti alla rete ricade in genere sui funzionari governativi per non aver adeguatamente supervisionato tali infrastrutture, anche quando si tratta di proprietà mantenute da società private. Gli attacchi informatici di tal genere hanno la capacità di mettere in crisi tutti gli aspetti della vita moderna e generare immagini perfette per i media senza rischi eccessivi per il paese di origine, rendendole un’arma quasi perfetta.

[…]

L’incapacità di scartare definitivamente gli Stati Uniti o altri interventi stranieri, sia intenzionali che accidentali, dimostra l’incredibile potere di utilizzare gli attacchi cibernetici per colpire le infrastrutture. Tali interruzioni possono rapidamente spingere una popolazione contro il suo governo rendendo quasi impossibile dimostrare definitivamente l’intervento straniero.»

Bisogna dire che è pure particolare che Marco Rubio, senatore americano che ultimamente inveisce assai contro il Venezuela, abbia postato un tweet circa dieci minuti dopo il blackout, dando informazioni sull’estensione del blackout nel territorio venezuelano e sul fatto che i generatori di emergenza non avevano funzionato. Particolare perché a dieci minuti di distanza dall’accaduto neppure i venezuelani si erano resi conto di che stava succedendo, né i media nazionali, né il governo.

 Ma tralasciamo questa discussione e concentriamoci su un altro punto. Poco dopo il blackout, escono notizie sulla presunta morte di 80 bambini negli ospedali per la mancanza dell’elettricità e dunque il non funzionamento delle apparecchiature ospedaliere. Notizia diffusa dallo stesso Rubio e riportata da testate nazionali quali Repubblica in Italia. Eppure El Nacional, testata giornalistica di opposizione, dunque non affine al governo chavista, ha riportato quanto segue:

« La dottoressa venezuelana Dianela Parra, presidente dell’ordine dei medici dello stato di Zulia, e la sua controparte Dora Colmenares negano che 80 neonati siano morti domenica a causa del blackout, hanno detto che non v’è alcuna cifra esatta.

“Questa è una cifra assolutamente falsa, è impossibile che 80 neonati siano morti nell’ospedale universitario di Maracaibo”, ha detto Colmenares.

Inoltre, Parra ha detto che è una cifra “totalmente sbagliata”. “Né la Federazione medica né l’Associazione medica hanno fornito dati ufficiali”. »

Ma torniamo un momento indietro. Dall’autoproclamazione di Guaidò come presidente ad interim – sulla legittimità di ciò ce ne sarebbe da discutere –, si è iniziato a parlare di necessità di spedire aiuti umanitari in Venezuela per sostenere la situazione disastrosa. Fra le notizie di febbraio, Rai News riporta:

Colpisce però, come ci fa notare la pagina Facebook Rete solidarietà rivoluzione bolivariana, che

«Quel ponte, costruito solamente con investimenti venezuelani poiché la Colombia si rifiutò di partecipare alla spesa, NON è stato mai inaugurato, è in programma ma la Colombia continua a ritardare le pratiche burocratiche per ostacolare l’ingresso delle merci in Venezuela.

Lo ha detto Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente del Venezuela, in risposta al senatore statunitense Marco Rubio, che aveva accusato il governo venezuelano di aver bloccato il ponte.»

Proprio quel ponte, per altro, doveva essere uno dei punti di passaggio degli aiuti umanitari firmati USA che, secondo Guaidò, dovevano entrare in territorio venezuelano il 23 febbraio, dopo il concerto dalla parte colombiana del confine, finanziato dal proprietario del Virgin Group Richard Branson (colui la cui compagnia, sempre secondo la pagina Facebook sopra citata, «paga il carburante per i suoi aerei al prezzo di mercato, ma se il presidente del Venezuela dovesse essere un fantoccio deciso dagli Stati Uniti, si tornerebbe al 1998, prima della vittoria elettorale del Comandante Chávez, quando gli Stati Uniti pagavano il petrolio venezuelano al prezzo del bitume, meno di 5 dollari al barile.»)

Gli aiuti sono stati fermati al confine dai militari venezuelani per evitare di trovarsi “risorse” ben diverse dai tanto proclamati aiuti umanitari, dirette più all’opposizione violenta che non ai bisognosi. Hanno iniziato poi a circolare notizie come questa (sempre da Repubblica):

Salvo, qualche settimana dopo, essere smentita da testimonianze dirette e video, che sono ben riassunte da un articolo del New York Times, il quale riporta che degli oppositori dalla parte colombiana avrebbero lanciato molotov verso i militari del governo venezuelano e una bottiglia si sarebbe infranta contro uno dei camion, scatenando l’incendio.

(Piccola domanda: ma se i camion non sono mai entrati in Venezuela, la foto dell’articolo nella quale vengono consegnati gli aiuti umanitari dove è stata scattata?)

Potrei andare avanti all’infinito, ma giungo al punto. In un’intervista, Carlo Mendoza, consigliere in materia petrolifera, rammenta che in Venezuela ci sono 298mila milioni di barili di petrolio, cioè il 17,55% di tutte le riserve mondiali. Tuttavia, secondo il servizio geologico degli USA, in realtà le riserve del paese sarebbero il 28% di quelle mondiali. Riserve a distanza di 4-5 giorni di nave dal territorio statunitense, rispetto ai 40 e passa giorni di distanza dai territori dell’Arabia Saudita. Non bisogna poi dimenticarsi, oltre a quanto affermato da Mendoza, che il Venezuela ha anche enormi riserve idriche e minerarie, fra cui spicca la presenza di giacimenti di oro e di coltan.

Tutte risorse che fanno assai gola alle grandi potenze imperialistichein primis gli Stati Uniti, che vedrebbero di buon occhio uno stato fantoccio che gli creasse loro corsie preferenziali per l’acquisto a prezzi modici delle ricchezze del territorio. Cosa al momento impossibile di fronte ad un governo che, fra alti e bassi, ha deciso di puntare ad uno sviluppo dei diritti sociali per i propri cittadini – istruzione, sanità, casa, lavoro, ecc. – e non ad un’esclusiva logica del profitto– per quanto lo Stato venezuelano rimanga pur sempre una realtà socialdemocratica, con tutte le contraddizioni che ne derivano, fra cui tenere in piede in politiche sociali e dall’altro rimanente all’interno del libero mercato, dunque della logica del profitto.

All’interno di questa guerra di interessi – ma penso che a questo punto dell’articolo si sia capito – è assurdo vedere i media come un mezzo d’informazione neutro. Basterebbe dare un occhio a chi sono i proprietari di giornali, televisioni, radio per capire che non si tratta certo di associazioni senza scopo di lucro. I mezzi di informazione sono una delle armi principali usate proprio per portare il popolo – dal cui beneplacito o meno dipende la riuscita di una certa azione politica – verso una certa direzione, anche a scopo di raccontare il falso senza farsi problemi.

Motivo per cui, quando si sceglie dove andare a informarsi, è meglio prima guardare quali realtà finanziano i differenti media. Per capire come va il mondo, una mezz’ora davanti alla tv all’ora di pranzo non basta. Studiare l’attualità è faticoso, ma va fatto. Ne dipende il destino dell’umanità.

* da Gazzetta Filosofica

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