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La guerra Usa è (anche) contro l’Unione Europea

La disperazione della borghesia italiana ed europea – non sono la stessa cosa, hanno proiezioni di business molto diverse – comincia a diventare evidente. Uno degli editoriali più violenti contro la strategia anglo-statunitense sulla guerra in Ucraina è arrivato dal più insospettabile dei quotidiani economici: MilanoFinanza. Addirittura per mano del fondatore e amministratore delegato dell’editore (Class Edizioni), Paolo Panerai, nella sua consueta rubrica settimanale Orsi e Tori (tanto per chiarire che la Borsa èil faro di riferimento).

Già in sofferenza per l’escalation intorno all’Ucraina, quello che ha fatto “partire la vena” a Panerai è l’avvio di una identica escalation statunitense contro la Cina, provocando Pechino con manovra navali e “consigli” interessati sulla qualità dell’armamento che Taiwan dovrebbe comprare per “difendersi meglio”. Armamenti e istruttori che gli Stati Uniti fornirebbero molto volentieri e certo non a gratis.

Panerai descrive con molta competenza la situazione arrivando all’inevitabile conclusione, fondata su basi di fatto e non su “opinioni”: “Se a leggere queste parole fosse un pacifista, concluderebbe quello che è pura verità: la guerra, attraverso gli armamenti di cui l’America ha il primato, viene vista anche con un formidabile affare appunto per le industria delle armi”.

Ma questa (scontata, per noi) constatazione illumina la terribile tempesta in arrivo sul mondo, e specialmente sull’economia europea, priva di sufficienti risorse energetiche e bisognosa di avere mercati globali pacificati per poter piazzare i propri prodotti.

Panerai non arriva a dire esplicitamente che la strategia angloamericana è, sì, una dichiarazione di guerra alla Russia ma contemporaneamente una guerra dichiarata all’Unione Europea, per ridimensionarne le “aspirazioni di autonomia” cresciute negli ultimi 30 anni. Ma di fatto la conclusione obbligata del suo argomentare è questa.

Il fronte “euro-atlantico” è sotto stress. Non su questioni “ideali”, ma su interessi strategici profondamente diversi. Vedersi piazzare, nel bel mezzo del fare business europeo, un mina anti-uomo chiamata Ucraina, gonfia di armi, di intenzioni aggressive, di nazisti armati di tutto punto e pronti a sciamare in giro per la UE a secondo della bisogna dei governi più reazionari, non è esattamente il sogno di questa borghesia.

Ma è il “sogno americano”.

O, per lo meno, la parte che viene riservata da quel sogno al Vecchio Continente. E ai suoi popoli…

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Potrebbe sembrare un’evasione, mentre continuano a vedersi su tutti gli schermi gli strazi della guerra in Ucraina, riflettere sui pericoli di guerra in un’altra parte del mondo, e in questo caso, inevitabilmente, con l’America in prima fila. E dall’altra parte la prossima prima potenza economica del mondo, cioè la Cina.

Non è un’evasione, perché del tema parlano apertamente vari media e vari analisti, specialmente inglesi. E per la dimensione che una futura guerra avrebbe, con il coinvolgimento diretto dell’America e della Cina, che lo renderebbe mondiale, anzi cosmico.

È notorio che la Cina ha dal 1949 una rivendicazione territoriale precisa da attuare, l’isola di Taiwan. L’isola in cui oggi viene prodotto circa il 40% dei microprocessori o chips di migliore qualità di tutto il mondo, è diventata una repubblica autonoma per l’intervento diretto americano, nel 1949, a fianco dei nazionalisti cinesi di Chiang Kai-shek nella guerra civile contro i comunisti di Mao Zedong.

Per 70 anni la Cina ha dovuto pensare a sconfiggere la fame di un miliardo e 400 milioni di persone, ma seguendo la dottrina scritta dal fondatore della Nuova Cina, il vicepresidente Deng Xiaoping (paese socialista con strumenti capitalistici) ha ora la forza per ripensare concretamente a come riannettere un territorio che era cinese e che è strategico fra le isole nel mar Cinese orientale e l’Oceano Pacifico.

Dal 1949 Formosa (il vecchio nome dell’isola) è diventata progressivamente una repubblica a tendenza democratica. Mentre la Cina è rimasta un paese comunista, che come tutti i grandi stati con una storia millenaria, ha l’obbiettivo di recuperare tutto il territorio della sua storia.

Secondo i media inglesi, Taiwan spende troppo poco per la sua difesa, il 2% del suo Pil, mentre Israele arriva al 5,6. Il che suggerisce una forte spinta all’armamento, nella convinzione che, come prevedono generali americani, la Cina possa attaccare prima del secondo decennio del nuovo secolo.

Una linea, quella suggerita dai media e dagli analisti politici anglosassoni, che lascia stupiti, quasi annientati, come se la guerra in Ucraina non stesse insegnando niente. Come, se l’arte della diplomazia è della negoziazione non potessero avere più valore in futuro. Una pessima linea che non è solo del bizzarro leader Boris Johnson, il cui primo nome tipicamente russo, evoca colui, Boris Eltsin, che tentò di far approdare la Russia alla democrazia.

Pessima linea, perché entra nei dettagli di che cosa Taiwan dovrebbe dotarsi per prepararsi alla guerra, invece di suggerire una strategia che riporti la pace nel mondo.

Proprio per questa linea, parlare di ritorno della guerra globale è perfino pleonastico. I dettagli per la difesa di Taiwan, in cui entrano quelli che un tempo erano chiamati circoli diplomatici del mondo occidentale, indicano da soli il dare per scontato di dover affrontare una nuova guerra, appunto globale.

Per esempio, si legge che “la lezione dell’invasione russa dell’Ucraina deve insegnare che la minaccia della Cina è reale e che quindi è meglio prepararsi ora che dover improvvisare la strategia nel cuore della battaglia”.

Quindi Taiwan e l’alleato americano, oltre a incrementare gli investimenti in armamenti, dovrebbero attuare quel «Concetto generale di difesa», con i relativi accessori, che è stato varato nel 2017, ma che a giudizio di chi da Londra o Washington propugna una maggiore spesa militare, i capi dell’isola non hanno completamente abbracciato.

E si dà il dettaglio di cosa fare, sotto il termine di una strategia definita «porcospino»: armi difensive presenti dovunque, mobili e occultabili, e in particolare missili da usare contro navi e aerei. E per implementare questo armamento viene suggerito al governanti della vecchia Formosa di rinunciare a costosi jet, navi e sottomarini che il governo dell’isola sta cercando dì acquisire.

Scelta “sbagliata”, perché i jet e le navi verrebbero facilmente fatti saltare in aria una volta che la guerra avesse inizio, anzi per chi elabora e diffonde questi concetti quando la guerra avrà inizio. Se Taiwan cambiasse strategia l’America potrebbe facilitare la transizione.

Se a leggere queste parole fosse un pacifista, concluderebbe quello che è pura verità: la guerra, attraverso gli armamenti di cui l’America ha il primato, viene vista anche con un formidabile affare appunto per le industria delle armi.

In più, in questo caso, l’America potrebbe garantire l’addestramento e l’organizzazione di esercitazioni congiunte, come ipotizza anche The Economist. Anche perché finora Taiwan, a giudizio di chi sostiene questa tesì, non ha esperienza a operare con forze amiche. Di conseguenza, l’America dovrebbe impegnarsi a preparare piani dettagliati anche insieme alleato Giappone.

Tutto ciò, e meno male che almeno questa illuminazione c’è, non farà che infuriare la Cina e per questo viene suggerito al presidente Joe Biden di mantenere «ambiguità strategica», cioè aiutare Taiwan a difendersi ma non dichiarare apertamente di entrare in guerra con la Cina, sempre che Pechino decida di invadere la vecchia Formosa. Perché sarebbe, meno male lo sì dice, la «terza guerra mondiale».

Insomma, una guerra per delega, sia pure, nel caso, in difesa di un paese sempre più indirizzato alla democrazia ma che ha il peccato mortale di essere nato dal nazionalismo di Chiang Kai-shek proprio con l’intervento dell’America, intromessasi in una guerra fra cinesi pochi anni dopo aver lanciato le due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki per decisione del presidente Harry S. Truman come mezzo per domare il Giappone.

Solo a ricordare tutto ciò si può essere presi da disperazione, tanto più perché i moderni mezzi di comunicazione visiva fanno vivere al mondo gli orrori della guerra scatenata da Vladimir Putin in Ucraina e la logica di difesa a oltranza, per delega dell’America.

Oltre a impegnarsi perché la guerra in Ucraina finisca, non è forse proprio il caso di fare propaganda perché un’altra guerra sia già meticolosamente preparata per essere attuata per delega?

Vogliamo (vogliono quelli che ragionano così) sconvolgere il mondo intero e portare la morte dovunque? Il problema di Taiwan, perché indubbiamente un problema serio è, va affrontato ricomponendo i tavoli della diplomazia e del confronto. Il mondo da dopo la fine della Seconda Guerra mondiale si è basato su organi e consessi come l’Onu, il G7 e poi il G20, proprio per includere chi per ragioni storiche non vive di democrazia e perché la democrazia, cioè la libertà dei cittadini di decidere, possa avanzare.

Ma perché questo avvenga necessario seguire i ritmi della storia. E se si vuole partire dalla peggiore esperienza che l’umanità aveva vissuto, cioè il Nazismo e la guerra di Adolf Hitler, non si può non ricordare che a sconfiggere quella Germania non furono solo l’America, con il suo generoso intervento, l’Inghilterra di Winston Churchill o anche il generale Charles de Gaulle e la Resistenza italiana e di altri paesi ma, in prima fila al momento decisivo, la Russia di Giuseppe Stalin: 20 milioni di morti russi aiutati dal generale inverno.

Per questo a Yalta Stalin ottenne di estendere il suo regime a vari paesi dell’Europa, inclusa metà Germania. La caduta del Muro di Berlino ha segnato l’inizio di un processo dì europeizzazione e democratizzazione, con qualche eccezione come il regime in vigore in Ungheria dove pure, tuttavia, ci sono regolari elezioni, e quindi l’America e tutti i democratici dovrebbero essere soddisfatti.

La democrazia, almeno nella forma di elezioni con il voto popolare, ha fatto capolino anche in Russia. Il modello dei due mandati presidenziali, tipici di una democrazia, è stato adottato anche nella costituzione russa; certo, poi Putin lo ha aggirato e per questo, con gli altri atti come il controllo dell’informazione, le privatizzazioni e la creazione di oligarchi, è ritornato un regime.

Ma è ritornato un regime perché l’America, dopo gli abbracci di Bill Clinton a Boris Eltsin e al delfino Putin, dopo l’invito a Putin a partecipare alle riunioni della Nato, dopo un afflato che potrebbe essere sintetizzato în «vogliamoci bene», si è imbarcata nelle missioni in Iraq, Afghanistan e via dicendo.

Ora il mondo si trova davanti a un radicale cambiamento politico e conseguentemente economico cioè a un passaggio dalla globalizzazione, dall’ammissione della Cina al Wto, all’ultima teorizzazione nel recente G20 tenutosi in Italia e conclusosi con lo slogan «cooperazione nella competizione», ben sottolineato dal presidente di turno Mario Draghi.

Tutto ciò è accaduto per più motivi:

1) perché la Cina è diventata il secondo paese del mondo per dimensione dell’economia, ma anche per la fortissima crescita nel campo tecnologico tale da far temere agli Usa di perdere la leadership mondiale;

2) un penultimo presidente americano, Donald Trump, che sì è appoggiato a Putin per essere eletto, manifestando una volta in carica una politica dove prima di tutto venivano gli interessi dell’America;

3) la sconfitta elettorale di Trump che per evitarla ha giocato sull’incredibile tentativo di violare con seguaci fanatici perfino l’integrità fisica del Congresso americano, che è il simbolo della democrazia;

4) l’arrivo di un presidente come Biden, fragile e che finora è stato capace di compiere solo un atto veramente democratico, cioè di rilanciare la democrazia del mercato con la nomina di Nina Khan alla Ftc, ma nello stesso tempo ha infilato una gaffe dietro l’altra;

5) la decisione del presidente della Cina, Xi Jinping, di abolire dalla costituzione il limite dei due mandati e quindi la sua quasi certa rielezione a un altro quinquennio il prossimo ottobre al Congresso del Partito comunista cinese, che fa cumulare la carica di segretario generale del partito unico con quella di presidente della Repubblica popolare, affidando i principi della democrazia solo alle votazioni interne al partito.

Tutto ciò e molto altro ha mandato in frantumi la volontà di cooperazione fra i principali paesi del mondo e anche l’ultimo accordo firmato a dicembre fra Biden e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per una cooperazione fra ì due paesi è stata la scintilla che ha fatto commettere a Putin l’errore fondamentale di lanciare la guerra.

Se si tornasse o tornerà alla politica e non al rombo dei cannoni, sia la Cina che la Russia hanno già rilanciato il principio dell’«indivisibilità della sicurezza» che fu definito nel 1999 e condiviso anche dal mondo occidentale.

Il presidente Xi Jinping, non solo Putin, lo ha ricordato giovedì 21 in occasione del Boao Forum for Asia, più o meno l’equivalente del Davos asiatico.

Un’ulteriore conferma che dopo secoli di freddezza od ostilità fra due paesi come la Russia e la Cina, divisi da migliaia di chilometri di confini, che avevano fatto qualificare Nikita Krusciov da Deng Xiaoping come un pericoloso criminale, oggi, certamente per convenienza, Russia e Cina sono in sintonia. A riavvicinarli sono state le sanzioni poste alla Russia dagli Usa e alleati nel 2014 dopo la guerra per la Crimea.

Da quel momento i rapporti, con visite mensili nelle due capitali da parte dei ministri degli esteri cinese e russo, sono diventati strettissimi. E la più significativa delle decisioni è stata quella di minare il dollaro come moneta globale, attraverso l’accordo di pagare i rispettivi scambi nelle monete nazionali, il rublo e lo yuan.

Un ennesimo esempio che strategie politiche e militari sì intrecciano con quelle economiche, con il potere economico. Ecco perché, se ci fosse la volontà fra i paesi del G20, essi dovrebbero ricominciare a tessere una tela che tenga conto contemporaneamente del potere politico, militare, tecnologico ed economico.

Perché proprio un leader ancora scarsamente contaminato dalla politica come Mario Draghi, che ha presieduto l’ultimo G20, non si fa promotore di una nuova edizione al quale partecipino non solo i ministri o i viceministrì degli esteri, come è successo anche poche settimane fa, ma i capi di stato e di governo? O Draghi è troppo atlantista per non voler stare nel mezzo?

Se non lo farà lui, europeo, l’unico che potrà tentare questa via sarà Emmanuel Macron rieletto, perché il primo ministro tedesco, il cancelliere Olaf Scholz, sembra portare ancora nell’animo il peso della distruzione compiuta dal nazismo e del rapporto privilegiato con la Russia e la Cina che ha caratterizzato la politica del suo predecessore, Angela Merkel.

* da MilanoFinanza

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