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Non si può restare in silenzio… sul genocidio del popolo palestinese

Come Donne de Borgata abbiamo partecipato negli ultimi mesi alle mobilitazioni in solidarietà con la Palestina e contro il genocidio in atto a Gaza, consapevoli che la liberazione delle donne e delle libere soggettività è legata a doppio filo con la liberazione di tutte le persone sfruttate e i popoli oppressi.

In questo senso non possiamo accettare la strumentalizzazione delle donne a cui stiamo assistendo nell’ultimo periodo, finalizzata a giustificare lo sterminio del popolo palestinese da parte di Israele.

In particolare, negli ultimi giorni i giornali stanno dando risalto a un appello chiamato “Non si può restare in silenzio” nel quale si legge che “il 7 ottobre le donne non sono state uccise come gli altri civili durante l’attacco di Hamas a Israele” e che “il femminicidio del 7 ottobre deve essere dichiarato femminicidio di massa e gli autori devono essere condannati per tale reato”.

Un appello promosso da un gruppo di donne, guidato dalla regista milanese sefardita Andrée Ruth Shammah, insieme a Silvia Grilli, Alessandra Kustermann e Anita Friedman, e che ha già raggiunto circa 15mila firme, tra cui molti nomi della politica, del giornalismo, della musica e del cinema: Eugenia Roccella, Maria Elena Boschi, Letizia Moratti, Giovanna Melandri, Corrado Augias, Vittorio Sgarbi, Concita De Gregorio, Marco Tronchetti Provera, Dacia Maraini, Ferruccio de Bortoli e tanti altri.

Questo appello fa eco a diverse, analoghe, prese di parola delle ultime settimane a livello internazionale, fra le quali un’inchiesta di qualche settimana fa pubblicata dal New York Times, un report di Physicians for Human Rights-Israel (un’organizzazione non governativa) e un appello promosso dalla fondazione Paroles de Femmes su Libération.

Il leitmotiv di questi appelli è lo stesso: puntare il dito sulle violenze del 7 ottobre sulle colone israeliane e sostenere un’accusa sui presunti tentativi di insabbiamento di quegli eventi.

La prima critica in questo senso è arrivata il 30 ottobre nei confronti dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere “UN Women” da parte del Consiglio nazionale delle donne ebree (con sede negli Stati Uniti), dall’Israel Women’s Network e da altre 140 organizzazioni femminili ebraiche e israeliane, che additano l’UN Woman di non aver fatto emergere queste violenze.

All’accusa rivolta all’UN Women – che notoriamente impiega anni per le indagini al fine di documentare e provare i crimini di guerra – si è accompagnata poi negli Stati Uniti la narrazione su una presunta cospirazione di femministe occidentali, organizzazioni globali per i diritti umani e progressisti statunitensi per insabbiare tali violenze, corredata da implicite imputazioni di antisemitismo.

La condanna di quegli eventi e il supposto insabbiamento sono stati sostenuti in primis, ovviamente, dalla destra filo-sionista americana ma sono stati immediatamente riutilizzati sia da Netanyahu, come pretesto per continuare ad attaccare la striscia di Gaza, sia da parte delle “democrazie” occidentali, come giustificazione del sostegno a Israele, nonostante lo sterminio e gli evidenti crimini di guerra che sta realizzando (ma su quelli ci si passa sopra…).

Successivamente, sotto il ricatto delle accuse di antisemitismo e sollecitata dalla sensibilità sul tema della violenza sulle donne, la questione è rimbalzata immediatamente negli ambiti del femminismo “liberal” occidentale, come attestato dal prolificare degli appelli sopra riportati, prontamente ripresi dalla nostra sinistra da salotto.

Tuttavia, per quanto ben ricoperte da uno strato di “moralità”, risulta evidente che l’improvvisa accensione dei riflettori sulle violenze del 7 ottobre hanno la funzione di distrarre l’opinione pubblica dall’annientamento di Gaza e del popolo palestinese e di dare a Israele la giustificazione per perpetuarlo.

Non è un caso che questi appelli si diffondano sempre più, man mano che lo sterminio in atto a Gaza diventa evidentemente ingiustificabile sia per l’opinione pubblica sia per i “supporter” occidentali – tanto che gli stessi Stati Uniti stanno richiamando alla calma Israele.

A maggior ragione considerando che le manifestazioni oceaniche da un capo all’altro del mondo, e il prolificare di movimenti di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, continuano a mostrare l’esistenza di un movimento globale di supporto incondizionato alla causa palestinese.

In questo senso, è palese l’ennesimo tentativo di pinkwashing e di strumentalizzazione delle questioni di genere nella “battaglia di civiltà” in atto, in cui l’area euro atlantica dei paesi occidentali – della quale fa parte a buon diritto Israele – utilizza sistematicamente le donne e le soggettività non conformi come arma contro la “barbarie” del nemico, dalla Russia, alla Cina, all’est Europa, per finire al mondo arabo.

Ricordiamo bene, ad esempio, le discussioni in passato sulla “liberazione” dal burqa, così come l’utilizzo della condizione delle donne Afghane per giustificare l’intervento militare, salvo poi lasciarle abbandonate a sé stesse a seguito della fuga degli Stati Uniti di qualche anno fa (un esempio nostrano in questo è Emma Bonino, sostenitrice dell’intervento militare).

La questione di questa strumentalizzazione è stata di recente sollevata in questi termini da un altro appello, molto condivisibile, realizzato da un gruppo di studiose negli Stati Uniti “Femministe per una Palestina libera. Fermare il genocidio. Porre fine all’occupazione” le quali, tra le altre cose, denunciano la repressione e la negazione della libertà di parola in ambito accademico quando si tratta di supporto alla causa palestinese.

In questa lettera, firmata anche da Angela Davis, si legge fra i suoi punti proprio “Rifiutiamo l’uso del femminismo coloniale e del pinkwashing per giustificare il genocidio, senza eccezioni”.

Ed è proprio sulla questione del femminismo coloniale che è interessante soffermarsi, anche rispetto a quanto accade in Italia. L’emergere dell’attenzione e delle accuse di insabbiamento sulle violenze sulle colone israeliane del 7 ottobre ha, infatti, creato un corto circuito nel campo largo delle componenti di sinistra che sostengono storicamente la causa palestinese, fra cui anche parte dei movimenti femministi.

Ciò si è tradotto nella necessità “morale” della condanna delle violenze di Hamas a incipit di qualsiasi ragionamento a supporto alla resistenza Palestinese o contro il genocidio in atto a Gaza. Una “verifica di ammissibilità” solo dopo la quale si può iniziare a discutere di Palestina.

Non c’è dubbio che una donna stuprata è una donna stuprata, così come un bambino ucciso è un bambino ucciso. Sono cose terribili dovunque e in qualsiasi epoca, e fanno parte dell’orrore delle guerre contro cui chi scrive si schiera attivamente ogni giorno.

Ma la necessità di condanna proprio dalle violenze del 7 ottobre sulle donne, mentre in altri casi non si è vista la stessa attenzione (quando venivano attuate dagli Stati Uniti erano “danni collaterali” e quando realizzate dall’esercito israeliano nemmeno si venivano a sapere), non fa che confermare la natura imperialista e colonialista dell’occidente.

Lo stesso Occidente che per rafforzarsi e garantire la propria tenuta si basa su oppressione e sfruttamento che il sistema in cui viviamo manifesta in diverse forme: dal genocidio in Palestina allo sfruttamento lavorativo, dalla guerra in Ucraina alla violenza sulle donne e al razzismo.

Di fronte a ciò, chi lotta quotidianamente per ribaltare lo stato di cose presenti, non può assumere questo tipo di prospettiva.

Inoltre, mettere insieme la condanna di quelle violenze e del genocidio in corso a Gaza non può che lasciare un sentore di equidistanza o quantomeno di bilanciamento rispetto allo sterminio da parte di Israele del popolo palestinese – attuato anche per mezzo dei suoi coloni e delle sue colone insediati nei territori occupati – che non possiamo permetterci.

Sono 75 anni che in Palestina donne e ragazze vengono violentate, adulti e bambini arrestati e detenuti illegalmente, persone uccise, mutilate, private delle loro case e del loro futuro. E solo negli ultimi mesi sono decine di migliaia le persone uccise o ferite, di cui la metà bambini e bambine.

In questo senso, le ipocrite condanne a Israele ma anche ad Hamas – i famosi (e fastidiosi) né/né che abbiamo visto più volte in questi anni – forse faranno dormire sonni tranquilli a qualcuno.

Ma è qualcuno che evidentemente ha il privilegio di poter dormire sonni tranquilli, con un letto sicuro dove dormire, un bel pranzo di natale e un bel PC dal quale inviare comodamente l’adesione a un appello di intellettuali da salotto.

Nel frattempo, in Palestina, sono 75 anni che non si dormono sonni tranquilli e oggi, ancora di più, si (soprav)vive senza cibo, acqua, elettricità, ospedali e costantemente sotto le bombe, sperando di poter vedere il giorno successivo per sé e per i propri cari. Il tutto nel silenzio generale delle classi politiche occidentali.

Ed è contro questo silenzio colpevole, contro lo sterminio in atto a Gaza e in supporto alla resistenza palestinese che noi scegliamo di schierarci, senza sentire il bisogno di mettere né precondizioni né premesse.

E senza nessuna contraddizione nel dichiararci con la stessa forza contro tutte le guerre e i loro orrori e contro la violenza sulle donne e di genere, entrambe frutto del sistema in cui viviamo.

Perché lottare al fianco della resistenza palestinese, senza se e senza ma, significa lottare per la liberazione di tutti e di tutte. Perché solo quando la Palestina sarà libera potremo dirci tutte e tutti liberi.

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