Come la lotta all’antisemitismo viene strumentalizzata dai partigiani di Israele.
Costantino Ciervo si occupa del conflitto mediorientale da decenni. Nato a Napoli nel 1961, Ciervo, noto come artista soprattutto per le sue installazioni multimediali, vive da molti anni a Berlino e sa bene quanto il tema sia delicato in Germania. Sui discendenti dei carnefici nazisti grava il peso storico della colpa della Shoah.
A causa dei crimini contro l’umanità commessi dai loro nonni, l’esistenza dello Stato di Israele e la sua difesa sono e devono rimanere per sempre ragion di Stato tedesca: questo è stato inculcato ai tedeschi non solo da Angela Merkel, ma da ogni parte, per oltre mezzo secolo. Così, in Germania, qualsiasi critica a Israele è da tempo sotto il sospetto di antisemitismo. E nessuna accusa è tanto dannosa per la reputazione di qualcuno quanto quella di antisemitismo.
Ciononostante, già nel 2002 Ciervo aveva affrontato il tema del conflitto israelo-palestinese con la produzione di un video a due canali sincronizzati di circa dieci minuti, dal quale nel 2011 ha sviluppato la video-scultura cinetica “Pale-Judea”. L’opera è composta da due monitor montati su una bilancia, nei quali appare l’attore Horst Günter Marx. In uno dei monitor, egli interpreta un israeliano che motiva la propria rivendicazione sulla terra tra il Giordano e il Mediterraneo; nell’altro, espone invece le contro-argomentazioni di un palestinese.
Nonostante la discussione accesa e aspra dei due contendenti, il titolo dell’opera, Pale-Judea, rimanda all’utopia di Ciervo: che entrambi i popoli smettano di combattersi e lavorino insieme a uno Stato democratico comune, nel quale tutti godano degli stessi diritti.
Da questa idea prende le mosse la concezione complessiva della mostra di Ciervo “Comune. Il paradosso della somiglianza nel conflitto mediorientale”, attualmente visitabile al Museum Fluxus+ di Potsdam.
Qui, accanto a Pale-Judea e ad altre installazioni prodotte negli scorsi anni, viene presentato un nuovo ciclo di opere di Ciervo: nove dipinti iperrealistici, sei dei quali raffigurano coppie di gemelli posti fianco a fianco, uno con simboli palestinesi, l’altro con simboli israeliani.
L’artista ha utilizzato l’intelligenza artificiale per trasformare fotografie di persone arabe e crearne i corrispettivi israeliani – una visualizzazione della somiglianza tra popoli che ora, in modo assurdo, sono nemici. Ciononostante, Ciervo non cancella le responsabilità: non dimentica chi è l’occupante e chi l’occupato.
Sullo sfondo dei doppi ritratti campeggia in giallo e verde la mappa del territorio conteso. Da un dipinto all’altro, il verde – che rappresenta i territori israeliani – si estende sempre più sul giallo, fino all’ultimo quadro, nel quale il giallo delle aree palestinesi si è ridotto a piccoli spruzzi. In questo modo l’artista rende tangibile la progressiva occupazione, contraria al diritto internazionale, delle terre palestinesi da parte di Israele.
Già questo potrebbe aver irritato i “custodi sacri” dell’anti-antisemitismo tedesco. Ma la vera pietra dello scandalo è stata un ritratto di Anne Frank, certamente il dipinto più toccante dell’intero ciclo. Al centro della tela la vittima più celebre della Shoah siede a un tavolo di legno, scrive su un iPad che ha preso il posto del quaderno davanti a lei e guarda gli spettatori al di là della tela con grandi occhi consapevoli, penetranti. Sulle spalle porta una kefiah rossa come una sciarpa che la protegge dal freddo.
Per Ciervo, Anne Frank è un simbolo universale della sofferenza umana – e quindi anche della sofferenza dei bambini palestinesi uccisi da bombe e proiettili israeliani. Ma una simile equiparazione tra vittime ebree e palestinesi, in Germania, rasenta la blasfemia.
Così, subito dopo l’inaugurazione della mostra, sulla stampa locale si sono levate accuse di antisemitismo. Queste hanno chiamato in causa il responsabile per la lotta all’antisemitismo del Land Brandeburgo, Andreas Büttner, e il presidente della Comunità ebraica di Potsdam, Evgeni Kutikow. Senza aver visitato la mostra, in un comunicato stampa hanno dichiarato che il ritratto di Anne Frank “equipara carnefici e vittime, relativizza l’attentato terroristico del 7 ottobre e presenta la legittima autodifesa israeliana come parte di un presunto ‘estremismo da entrambe le parti’”.
L’immagine risponderebbe quindi a schemi interpretativi di narrazioni antisioniste, ossia di un antisemitismo diretto contro Israele. Büttner e Kutikow hanno chiesto la revisione o la chiusura della mostra. La Comunità di Potsdam si è associata alla richiesta.
Lo scandalo si è ampliato quando l’ex deputato dei Verdi Volker Beck è venuto a conoscenza della vicenda e ha affermato su X che il quadro trasformerebbe l’ebrea Anne Frank in una palestinese impegnata nella lotta terroristica contro Israele. Beck ricopre oggi la carica di presidente della Società Tedesco-Israeliana ed è quindi, per funzione, un rappresentante degli interessi israeliani in Germania e – a quanto pare per convinzione – uno zelante cacciatore di veri o presunti antisemiti. Dopo il post, ha sporto denuncia presso la procura di Potsdam contro il Museum Fluxus+, accusandolo di esporre opere antisemite.
Il gestore del Museum Fluxus+, Heinrich Liman, non ha per il momento accolto la richiesta di chiudere la mostra. È riuscito a resistere alla pressione pubblica perché il museo è privato e non riceve finanziamenti statali. Tuttavia, qualora la procura di Potsdam dovesse condividere la posizione di Volker Beck e classificare l’opera di Ciervo come antisemita, Liman sarebbe costretto ad attenersi alla decisione delle autorità.
In un museo statale o finanziato dallo Stato, queste opere di Ciervo sarebbero però state da tempo rimosse o non sarebbero state esposte affatto. Infatti, dal 20 settembre 2017 in Germania la definizione operativa di antisemitismo dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA) vale come linea guida per l’assegnazione dei fondi e il sostegno alle istituzioni culturali.
Questa definizione è formulata in modo così vago da poter essere applicata a quasi tutto: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può esprimersi come odio nei loro confronti. L’antisemitismo si manifesta in parole o azioni contro persone ebree o non ebree e/o contro i loro beni, così come contro istituzioni comunitarie ebraiche o strutture religiose”.
Inoltre, il governo federale tedesco ha ampliato la definizione con un’aggiunta che di fatto equipara la critica a Israele all’antisemitismo. Infatti, “anche lo Stato di Israele”, si legge nella risoluzione governativa, “inteso come collettivo ebraico”, può essere oggetto di tali attacchi. Ad esempio, quando “il motivo costitutivo è individuato nel carattere ebraico dello Stato e si mira alla delegittimazione dello Stato di Israele”.
Nel novembre 2024 il Bundestag ha rincarato la dose, approvando a larga maggioranza una mozione presentata dai gruppi parlamentari di SPD, CDU/CSU, Bündnis 90/Die Grünen e FDP dal titolo “Mai più è adesso – proteggere, preservare e rafforzare la vita ebraica in Germania”.
Oltre a garantire che nessuna organizzazione o progetto che diffonda antisemitismo ai sensi della definizione IHRA riceva finanziamenti, i deputati hanno chiesto di valutare il divieto del movimento BDS, che invita al boicottaggio dei prodotti israeliani. Eventi e istituzioni artistiche e culturali dovrebbero applicare codici di condotta e strategie di sensibilizzazione critiche verso l’antisemitismo. Il comportamento antisemita nelle università dovrebbe essere punito severamente e, in generale, nella lotta contro l’antisemitismo i deputati chiedono di sfruttare tutte le possibilità repressive, in particolare nel diritto penale e nel diritto di soggiorno, d’asilo e di cittadinanza.
Sulla base di queste risoluzioni, in Germania sono stati nel frattempo annullati centinaia di eventi culturali e conferenze scientifiche, vietate manifestazioni o sciolte con l’uso della forza di polizia, censurati artisti e scrittori.
La censura tedesca filoisraeliana ha colpito non da ultimo artisti e intellettuali ebrei critici nei confronti di Israele. Nel 2023, alla artista ebrea sudafricana Candice Breitz è stata annullata una mostra al Saarland Museum perché, secondo la direzione del museo, aveva espresso “dichiarazioni controverse nel contesto della guerra di Hamas contro Israele”.
Alla rivista ArtNews, Breitz ha dichiarato: “Il clima attuale in Germania è tale che molti tedeschi si sentono pienamente giustificati nel condannare con violenza posizioni ebraiche che non coincidono con le loro, nel loro zelo di confermare la propria dedizione a principi anti-antisemitici”.
Il compositore ebreo Wieland Hoban è stato impedito da diverse università e istituzioni di tenere conferenze e partecipare a dibattiti – del resto è presidente dell’organizzazione ebraica “Jüdische Stimme für gerechten Frieden” (Voce ebraica per la pace giusta), che si oppone all’occupazione, contraria al diritto internazionale, dei territori palestinesi da parte di Israele, e che per questo è sotto osservazione da parte dei servizi di sicurezza tedeschi.
L’iniziativa “Archive of Silence” (https://archiveofsilence.org/) ha contato fino al 2 dicembre 2025 quasi 250 casi di censura legata a Israele in Germania. Tra i censurati figurano Bernie Sanders, Amnesty International, Francesca Albanese, la filosofa ebraico-americana Nancy Fraser e lo storico israeliano Moshe Zuckermann.
Nel Paese dei responsabili dell’Olocausto, basta una formulazione non gradita all’ambasciatore israeliano per finire nel mirino dei commissari per l’antisemitismo e dei cacciatori di antisemiti autoproclamati. E basta uno slogan per finire in prigione: lo scorso 17 dicembre il Tribunale regionale di Berlino ha classificato lo slogan “from the river to the sea” come espressione di un’organizzazione terroristica.
È anche vero che, se la Germania piange, l’Europa non ride.
Sempre più spesso, in Europa, le manifestazioni di solidarietà alla Palestina comportano accuse di antisemitismo: si tende a leggere ogni critica a Israele come potenziale minaccia alla comunità ebraica. In un mondo ideale, la distinzione sarebbe chiara: criticare un governo non significa attaccare un popolo. Ma nel Regno Unito, ad esempio, dopo la decisione del governo di bandire l’organizzazione Palestine action, la polizia ha effettuato centinaia di arresti durante le manifestazioni di protesta, sostenendo che persino l’esibizione di simboli riconducibili all’associazione poteva costituire un reato.
Una decisione criticata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e dal Consiglio d’Europa. Per molti attivisti, questa scelta ha equiparato in modo improprio una lecita espressione d’opinione politica a “promozione dell’odio”, alimentando un clima in cui ogni sostegno alla Palestina rischia di essere automaticamente interpretato come “antisemitismo”.
Nel clima isterico che attraversa l’Europa dopo mesi e mesi di stragi a Gaza, anche un gesto semplice come esporre una bandiera può trasformarsi in un caso politico. È quello che è successo a Luca Paladini, consigliere regionale della Lombardia, multato dalla Questura di Milano per aver esposto una bandiera palestinese, durante la partita di basket tra Olimpia Milano e Hapoel Tel Aviv.
La bandiera palestinese, che rappresenta solo un appello alla solidarietà, viene percepita dai supporter israeliani come il vessillo di una narrativa che negherebbe il diritto all’esistenza di Israele. Si associa al simbolo non un appello alla pace, ma una presa di posizione contro un intero popolo.
Al sindaco di Scandiano (RE) Matteo Nasciuti sono state rivolte le stesse accuse per aver esposto la bandiera palestinese fuori dal suo ufficio. Nasciuti ha respinto le accuse di antisemitismo, sottolineando di non avere nulla contro la popolazione israeliana. Una dinamica simile si è vista anche in altri comuni del reggiano, dove l’iniziativa di esporre la bandiera palestinese sui municipi ha generato uno scontro con la Prefettura, che ne ha chiesto la rimozione.
Casi isolati in Italia? Finora forse sì.
Abbiamo visto come la situazione in Germania e in Europa metta i brividi: ma in Italia episodi simili – sia pur gravi – sono stati finora abbastanza sporadici. Ma l’eccezione potrebbe diventare la prassi anche nel Bel Paese, se passerà il DDL-1004 (Disegno di Legge Graziano del Rio), “contro l’antisemitismo”, voluto fortemente dal PD, ma che riscuote l’approvazione bipartisan di molte forze politiche di destra: una Legge che, come vedremo, renderebbe reato il sostegno alla causa palestinese, poiché essa necessariamente implica anche una critica alle politiche del governo israeliano.
Dopo le grandi manifestazioni che hanno portato in Italia milioni di persone, a protestare in sostegno della Palestina e contro le azioni a Gaza del governo israeliano, era impossibile concepire una legge che rendesse reato quella protesta. Anche il PD, nell’occasione, si è unito alle manifestazioni, accentuando però il fattore umanitario e non quello politico.
Ma i momenti cambiano, l’ondata di indignazione innanzi alle stragi a Gaza si è attenuata, anche se l’esecrazione verso il genocidio a Gaza permane maggioritaria nella popolazione italiana. Ed allora ecco spuntare il DDL-1004 in discussione al Senato, gabellato come provvedimento per “combattere l’antisemitismo”. Di questo, in Italia non c’è affatto bisogno: il corpus legislativo italiano è già ampiamente attrezzato a individuare e sanzionare il fascismo, il razzismo, e l’antisemitismo; quest’ultimo, d’altra parte, è visto in Italia come una deviazione malefica e razzista dalla quale il popolo italiano è sempre stato discretamente immune, a partire dalla fredda accoglienza alle Leggi Razziali promulgate da Mussolini nel 1938. La Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza, conserva forti anticorpi antifascisti, antirazzisti e ripudia l’antisemitismo, sebbene i suoi attuali governanti siano in parte di matrice e di ideologia fascista.
Come mai allora questo nuovo provvedimento? L’input viene direttamente dagli irriducibili partigiani di Israele, che provvedono da sempre ad influenzare una rilevante fetta della politica italiana, e non solo a destra: ricordiamoci la “Sinistra per Israele” capeggiata dai vari Fassino e Del Rio, con il suo negazionismo spudorato verso il genocidio in corso a Gaza.
Comprensibile, quindi, che si voglia reprimere – ad usum magistri – il dissenso internazionale verso le politiche del governo israeliano: trovando terreno fertile in una delle nazioni più aduse al colonialismo culturale, e titillando al contempo l’uzzolo per la repressione e il totalitarismo, che sempre affiora nella feccia del pensiero di destra in Italia.
Pensiamo per un attimo a che fine avrebbero fatto, questi tentativi eterodiretti, in Spagna o anche soltanto in Francia, come sarebbero stati respinti al mittente. Ma qui in Italia, invece, si trovano sempre, sin dalla calata di Carlo VIII nel 1494, dei maramaldi che pagherebbero pur di vendersi allo straniero di turno.
Questa legge, per di più, rischia di introdurre una censura preventiva sul dissenso politico, e non solo su Israele. Cosa prevede il DDL-1004? Vuole recepire nell’ordinamento italiano la definizione IHRA di antisemitismo, inclusi anche i suoi esempi applicativi più discutibili. Secondo l’IHRA, infatti, è “antisemitismo” anche:
– dire che Israele è un progetto razzista;
– paragonare le sue politiche a quelle naziste.
Tradotto: una manifestazione di protesta in sostegno al popolo palestinese potrebbe essere vietata in anticipo, non per motivi di ordine pubblico, ma per ciò che forse verrà detto contro Israele. Una mostra d’arte che non piaccia del tutto alla lobby sionista autoctona potrebbe essere vietata o chiusa.
È il pensiero, non il pericolo dell’odio o della violenza, a diventare sorvegliato speciale. È la libertà di espressione a finire sotto scacco.
Inoltre, abbiamo visto che la definizione IHRA non è una norma penale, ma uno strumento vago, basato su percezioni soggettive. Trasformarla in legge significa violare il principio costituzionale di legalità; significa introdurre una censura preventiva sulle manifestazioni che viola l’articolo 17 della Costituzione.
Difendere la memoria dell’Olocausto e ripudiare il razzismo e l’antisemitismo è un dovere morale. Ma non può diventare il pretesto per imbavagliare la critica politica.
Perché la libertà non serve a dire ciò che piace a tutti. Serve a proteggere chi dice qualcosa che non piace quasi a nessuno, massime ai potenti. E se oggi si parte dalla censura preventiva verso chi potrebbe criticare Israele, domani toccherà a chi contesta l’Europa. O il Governo. E alla fine, nessuno potrà più dire nulla.
Una mostra come quella di Costantino Ciervo a Potsdam – concepita per far riflettere, e su come riflettendosi nell’altro si possa scoprire qualcosa di sé stessi – verrebbe beceramente vietata.
* Nella foto d’apertura, Costantino Ciervo (in prima fila, secondo da dx) con rappresentanti dell’organizzazione ebraica “Jüdische Stimme für gerechten Frieden” che si oppone alla politica di Israele. Sullo sfondo, la sua opera che più ha scatenato la “Caccia alle streghe” degli anti-antisemiti.
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Anna M.
Continuo a sostenere che il primo responsabile del cosiddetto antisemitismo è Israele che si definisce “stato degli ebrei” da cui l’equazione: critica a Israele = critica a TUTTE le persone di religione ebraica. Il che è una mostruosità. Ma non c’è limite al servilismo italiano
Dottoressa Francoise
in partlamento ci sono qualcosa come 5 disegni di legge che puntano tutti alla stessa cosa ovvero equiparare antisionismo e antisemitismo in modo da vietare qualsiasi critica a israele quando bombarda e fa guerre questi ddl sono alcuni di marca pd altri di marca leghista questo per ricordare come tutti i partiti nessuno escluso siano inaffidabili e che la storiella del vota il meno peggio non e altro che ossigeno per il sistema