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Emergenza in conto Capitale

Capita che qualcuno sottragga da un parco pubblico una panchina, per sistemarsela nel proprio giardino privato o sul terrazzo. Si appropria di un bene pubblico per soddisfare il proprio interesse individuale, sottraendolo alla godibilità collettiva e a spese della collettività.

Può capitare altrettanto spesso che quella panchina sia di un Punto Verde Qualità, per il quale il Comune ha garantito i mutui dei soggetti privati cui li ha dati in concessione, ritrovandosi così con un buco in bilancio per decine di milioni di euro, lavori non terminati e mazzi di false fatturazioni per opere non realizzate.

La pubblica indignazione viene, in qualche caso anche giustamente, veicolata contro chi si è appropriato della panchina. Mentre quasi nessuno se la prende – finché non interviene un’indagine – con i gestori del punto verde che lo lasciano degradare o il Comune che ha garantito concessioni e finanziamenti che forse non recupererà mai.

Si entra così dentro un meccanismo perverso che trascina tutti – e la città capitale nel suo complesso – verso il basso, in modo percepibile da tutti, anche a occhio nudo. Una deresponsabilizzazione istituzionale, collettiva e individuale che produce un degrado che appare inarrestabile.

La seconda tornata dell’inchiesta su Mafia Capitale ha smosso nuovamente il verminaio rivelando, con maggiori dettagli, come ad essere corrotta non sia qualche “mela marcia”, ma l’intero sistema di governo della Capitale, dal consiglio comunale ai dipartimenti dell’amministrazione.

La prima ordinanza dell’inchiesta sottolineava come il modello mafioso a Roma non avesse bisogno – se non in rare occasione – di mostrarsi in forma coercitiva e violenta. Il motivo? Non trovava ostacoli, anzi, trovava una predisposizione alla corruzione da parte di tutti gli apparati, sia politici che amministrativi; una disponibilità quasi “normativa” a ricevere mazzette, a chiudere gli occhi a spostare poste di bilancio da un capitolo all’altro.

Ma negli ultimi quindici anni, la torta si è ristretta e il sistema si è dovuto adeguare, ridimensionando le ambizioni.

Una volta che le scelte strategiche sul bilancio vengono decretate dal Ministero delle Finanze e da Bruxelles, per la greppia del Mondo di Mezzo il bottino si è dovuto diversificare. I grandi affari sulle aree metropolitane sono ormai concentrati in pochi monopoli con i loro agganci nel Ministero delle Infrastrutture; oppure sono diventati terreno di caccia per multinazionali e investitori stranieri.

Ecco allora che, da Berlusconi in poi, è stato attivato il meccanismo dell’emergenza, che rende più labili i controlli e può essere giocato anche sul piano dei consensi elettorali.

La gestione dei campi rom, dei centri di accoglienza per immigrati o l’emergenza abitativa, sono diventati così la nuova gallina dalle uova d’ora per “il sistema”.

Ma per abbassare i controlli e rendere fruibili i finanziamenti, occorre che le emergenze in si moltiplichino in modo sistematico. Aiutati da mass media compiacenti (sui quali sarebbe arrivato il momento di dare un occhiata), vengono create le emergenze “zingari”, immigrati, senza tetto; oppure anche gli allarmi sulle “bombe d’acqua”, che magari allagano la città solo perchè le caditoie sono piene di foglie che nessuno raccoglie più.

Una volta costruita l’emergenza possono scattare le soluzioni conseguenti e siccome prima è meglio è, si affida la loro gestione a gruppi di interesse privati (aziende o cooperative sociali che siano). I soldi per la gestione delle emergenze sono esattamente l’interstizio su cui criminalità, fascisti, faccendieri possono mettere le mani. Quindi i campi rom o i centri di accoglienza o le case popolari non vengono più gestiti, ma lasciati andare. Così si alimentano quei conflitti (meglio se guerre tra poveri) che a loro volta rialimentano l’emergenza, la strumentalizzazione politica della destra e di conseguenti fondi per “dare una soluzione”. Ma questi fondi vanno a finire nelle tasche di quelli che hanno alimentato l’emergenza e il gioco ricomincia. Si spiegano così, infatti, le battute di Buzzi, su come “con gli immigrati si fanno più soldi che con la droga” oppure “la mucca l’abbiamo munta tanto, ma per mungerla ancora bisogna nutrirla”.

Per far funzionare questo gioco occorre però che tutti i giocatori facciano la loro parte: consiglieri comunali, dirigenti dei dipartimenti, presidenti delle cooperative sociali e agitatori politici. Singoli fatti di cronaca vengono alimentati dai mass media come emergenze, i territori esplodono, i fascisti e la malavita li strumentalizzano, il Comune deve metterci un pezza e le holding dei vari Buzzi ed Carminati raccolgono i profitti, redistribuendoli a tutti coloro che contribuiscono all’affare.

E qui si apre un problema: a far parte dell’affare ci sono esponenti politici a tutto campo, uomini della destra ma anche e soprattutto del Pd. Se l’affare non può che essere bipartizan, ecco delinearsi il vero profilo del “Partito della Nazione”. Dal momento che non si vota più per un partito o per un progetto politico, si fanno convergere gli interessi organizzati sui singoli candidati, indipendentemente dalla lista che li presenta, gli si paga la campagna elettorale e poi si passa a riscuotere la cambiale.

I tariffari cambiano. Un neo-consigliere comunale non pretende oltre il 5%, ma quelli più stagionati vogliono minimo il 10%, mentre quelli con maggiori responsabilità istituzionali pretendono anche di più. Con i più recalcitranti ci parla Massimo Carminati, il “nero” della Banda della Magliana, uno abituato “a fare proposte che non si possono rifiutare”. Ma, a quanto pare, non ha mai dovuto faticare molto.

Questo è lo scorcio del verminaio di Mafia Capitale che la magistratura ha messo sotto gli occhi del paese. Lo abbiamo detto e ci sentiamo di riaffermarlo: è ancora poca cosa rispetto al malaffare che avvelena Roma da troppo tempo. Il Pd continua a difendere il sindaco Marino e la sua giunta, ma a fronte della quantità e della qualità del marciume esistente dentro il consiglio e l’apparato dirigenziale comunale, il suo scioglimento e nuove elezioni sono il minimo sindacale.

In altri comuni diversi da quello della Capitale si è proceduto allo scioglimento d’ufficio da parte delle autorità. Ma questo sarebbe un altro cactus lanciato sotto i piedi di Renzi e forse le autorità saranno più indulgenti che in altri casi.

Resta il fatto che mantenere in piedi un consiglio comunale conformato al sistema di Mafia Capitale non può essere ulteriormente accettabile.

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