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L’anschluss globale della Germania

Sono in molti a interrogarsi sul repentino cambio di linea adottato dalla Germania sull’emergenza rifugiati, un cambio di rotta che ha immediatamente modificato l’agenda e le posizioni dell’Unione Europea.

Sgombriamo subito il campo da una tentazione, quella di affermare che era tutto programmato a tavolino da mesi. Il problema è un altro. Quando ha gli strumenti per farlo, un sistema di potere può volgere a proprio vantaggio anche fenomeni non previsti. Il fatto che l’onda di coloro che scappano da guerre, miserie e orrori in Medio Oriente e Africa stavolta fosse arrivato a ridosso del “cuore mitteleuropeo” dell’Unione, non era previsto nei tempi e nelle modalità. Se avesse continuato a premere solo sui paesi di frontiera del Sud Europa, non ci sarebbe stata traccia del piano straordinario della Commissione Europea presentato da Juncker o della politica della porta aperta della Merkel. Perchè dunque un cambiamento così radicale e così rapido?

Occorre sapere che un sistema di potere – soprattutto se è quello decisivo in un polo imperialista maturo costruito attraverso l’Unione Europea – ha a sua disposizione molti “esperti” e diversi scenari. Un evento latente che diventa palese viene così messo a proprio vantaggio quando le condizioni lo consentono.

La Germania è l’anima dell’imperialismo europeo ed ha cooptato intorno al suo progetto buona parte della classi dominanti degli altri stati membri, emarginando altri segmenti meno funzionali. Ma ne è l’anima perchè ha il sistema produttivo e tecnologico superiore agli altri. Ha necessità di forza lavoro a buon mercato – meglio se qualificata come buona parte dei profughi siriani – perchè la competizione globale ha reso meno vantaggiosa la delocalizzazione produttiva in altre aree. L’opzione quindi è quella della rilocalizzazione interna, ma con una forza lavoro meno costosa, più giovane e con meno garanzie di quella autoctona, più simile quindi a quella a cui si è ricorso con la delocalizzazione impetuosa degli anni ’90 scatenata con l’anschluss (annessione) della Germania Est ed estesasi in tutta l’Europa dell’Est, ormai a completa disposizione. Contestualmente, usando come una clava i meccanismi consentiti dai vincoli dell’Unione Europea, ha proceduto alla spoliazione industriale dei paesi europei più deboli (i Pigs, Italia inclusa) accentrando il monopolio delle forze produttive avanzate (dalle tecnologie al capitale umano) in Germania. Il meccanismo ha funzionato fino a quando la crisi sistemica riesplosa nel 2008 e l’acutizzazione della competizione globale hanno ridefinito molti dei parametri fino ad allora adottati.

Secondo una ricerca condotta da un istituto tedesco, la quota delle imprese tedesche che, nel biennio dalla metà del 2010 alla metà del 2012, hanno delocalizzato le proprie attività produttive all’estero ha raggiunto il suo punto più basso dall’inizio delle rilevazioni, all’8%. La percentuale delle aziende che invece hanno ritrasferito la propria produzione in Germania si e’ attestata a circa il 2%. Le basse percentuali non devono trarre in inganno: sul totale dell’attività industriale tedesca ben il 21% della capacità produttiva è locato fuori dai confini (nel caso di grandi e medie imprese la produzione all’estero raggiunge il 50%).

Le principali ragioni della rilocalizzazione all’interno della Germania sono: la sottostima dei costi della delocalizzazione, la crescita del costo del lavoro nei paesi ospitanti, la bassa produttività e la scarsa qualità. Dunque si è via via messa in moto una controtendenza rispetto a quella avviata negli anni Novanta; una controtendenza che sta parzialmente riscrivendo anche i rapporti tra la kernel Europe e i nuovi stati aderenti nell’Europa dell’Est.

Il mercato del lavoro tedesco – quindi del cuore produttivo e tecnologico del polo imperialista europeo – pur già compresso dalle “riforme” Hartz, va ulteriormente disciplinato, ridotto nelle aspettative e nei diritti acquisiti, ringiovanito a fronte dell’invecchiamento della popolazione. Un flusso migratorio in entrata, inatteso ma auspicato, è diventato così una occasione da cogliere, una variabile adattabile ad uno scenario già esistente, anche se non l’unico possibile.

Ma l’emergenza rifugiati è diventato anche altro e con una rilevanza non certo inferiore; è diventato una occasione per manifestare egemonia, un fattore questo decisivo per un polo imperialista.

La bandiera europea agitata alla testa delle colonne dei migranti, le invocazioni alla Germania come “terra promessa” e alla Merkel come la statista dalla visione lunga e umanitaria (ed anche un uso sapiente di foto e immagini), hanno sbaraccato sia le resistenze xenofobe della destra che le pretese dei paesi dell’Europa dell’Est (Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia). Infine se un pò di aerei da guerra europei (francesi probabilmente) vanno a bombardare la Siria per mostrare anche il volto militare dell’Unione, il cerchio può quadrare. Per essere onesti fino in fondo occorre sottolineare come questa capacità egemonica tedesca stia cooptando anche molti degli europeisti “di sinistra” che vedono nelle marce degli uomini scalzi e nella linea adottata dalla Germania (e quindi della Commissione Europea) la realizzazione dell’Europa dei popoli, aperta e accogliente.

Sul piano economico un vantaggio comparativo da gettare nella competizione globale (giocata soprattutto contro i lavoratori) e sul piano politico un capolavoro di egemonia politica. Un anschluss globale, a guida tedesca.

 

 

 

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1 Commento


  • Alberto Capece

    Quando si fanno affermazioni così precise, come ad esempio i 2700 euro lordi che diventano 2000 netti, (conto completamente sbagliato tenendo conto dell’aliquota fiscale e delle trattenute retributive che semmai porterebbe la cifra intorno ai 1650 euro) occorrerebbe portare una prova delle proprie affermazioni. altrimenti non si può che pensare all’ignoranza fatta menzogna.o alla menzogna alimentata dall’ignoranza. Inoltre è anche un po’ ottuso prendere una situazione diciamo così ideale senza pensare che esiste ormai un’amplissima area di lavoro precario, anche in settori evoluti, che riguarda almeno cinque milioni di lavoratori.

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