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La guerra è un rasoio

La guerra è un rasoio affilatissimo. Separa la Storia, con un prima e con un dopo, ponendo fine a una fase – i trenta anni della “seconda globalizzazione”, in questo caso – e aprendo un “periodo costituente” che dipenderà dagli esiti, sul campo, nelle economie e nei negoziati.

Taglia gli schieramenti senza alcun riguardo per il quadro di “valori” che si credeva condiviso. Recide relazioni personali e vecchie amicizie. Spacca movimenti e collettivi. Attraversa le classi sociali orizzontalmente (tra “alto” e “basso”, tra chi ci guadagna e chi ci perde) e verticalmente (tra presunti progressisti e autentici conservatori).

Straccia gli ideali fasulli, i castelli di parole scelte con cura nel politically correct, per nascondere più che per rivelare. La guerra è un fatto, il più brutale e inaggirabile dei fatti.

La guerra è un rasoio. E’ bipolare, non ammette terzietà. Costringe a stare da una parte o dall’altra. L’unica scelta che rimane, agli esseri umani pensanti, è se stare dentro il campo disegnato da chi muove guerra e chiama a schierarsi senza farsi domande, oppure stare contro la guerra e chi la muove.

Usando il rasoio dal lato del manico, insomma, invece di mettere la mano sulla lama.

Sembra inutile doverlo far notare, ma in Italia di “putiniani” non ce ne sono, a parte qualche figura così imbarazzante da risultare utile a tutti i guerrafondai.

Eppure, a leggere i giornali “democratici”, sembra di vivere in un mondo orwelliano, dove domina “un circo barnum di strateghi e opinionisti sponsorizzati da Putin, diventati ormai padroni assoluti dei palinsesti tv”.

Parola di Repubblica, casualmente organo di casa Agnelli, ovvero della famiglia più nota della “borghesia euro-atlantica” – quella che ha nel binomio Draghi-Mattarella l’ancoraggio al potere – ben al di sopra di quella solo “europea” e, per distacco, di quella di basso rango, solo “nazionale”.

Citiamo questo fogliaccio perché sta lanciando una campagna di boicottaggio delle trasmissioni televisive (seguiranno anche i giornali, ecc) in cui dovessero venire invitati anche opinionisti ed esperti che – a loro insindacabile giudizio – siano da considerare “propagandisti di Putin”.

Sulla stessa linea una folla di guerrafondai di complemento. Si è mosso per esempio Fabrizio Rondolino – ex Pci-Pds-Ds-Pd, ex componente della “banda dei Lothar” al fianco di D’Alema/Mandrake, a palazzo Chigi (gli altri erano Minniti, Velardi e Latorre) – che minaccia direttamente i partecipanti all’evento organizzato da Michele Santoro e Vauro.

Fino all’inarrivabile Paolo Flores d’Arcais – ex Quarta Internazionale – che ha iscritto nella lista nera pure Bergoglio (“Anche il Papa cade nella propaganda di Putin).

La guerra, insomma, produce subito le sue “liste nere”, l’elenco dei “nemici” da combattere con ogni mezzo, separando chi ha diritto di parola e chi no, in nome della “libertà di espressione”. Intanto con l’esclusione della tv generaliste principali. Quelle minori staranno a loro volta attente a non sbagliare, visto che le loro concessioni sono sempre revocabili…

Di fatto, la guerra taglia anche il campo che per motivi spesso incomprensibili veniva chiamato “democratico e progressista” (tra chi si arruola e chi no), forse più per l’antica provenienza dei componenti che per le opinioni attuali… Ma funziona anche come vasca di decantazione, facendo risaltare il Pd come nucleo centrale del “partito della guerra”.

La guerra taglia anche a destra, costringendo chi ha ambizioni di governo a dichiararsi totalmente “atlantista”, magari con un briciolo di autonomia da “alleato” e non da “servo”. Persino chi aveva varcato le porte dell’hotel Metropole sta ora ben attento a come parla. Mentre i pochi “anti-americani” sono destinati a restare nel piccolo acquario dei nostalgici d’altri tempi.

Divide i cattolici e i protestanti, i musulmani e i buddisti… La lingua comune diviene babele, le parole significano altro, spesso l’opposto “guerra umanitaria” resta insuperabile…).

Il vero campo reazionario è ora quello della guerra con la Nato, combattuta “fino all’ultimo ucraino”.

E il vero fronte progressista è quello di chi si batte per la pace. Subito, col negoziato, perché per “fermare Putin” bisogna fermare l’escalation voluta dagli Stati Uniti.

Se – come affermano generali ed analisti sicuramente “atlantici” (da Lucio Caracciolo in giù) – “è impossibile che l’Ucraina vinca la guerra con la Russia”, allora pretendere di far durare la guerra “fino a questa vittoria” significa solo estendere e generalizzare il conflitto. Col rischio di trasformarlo in confronto nucleare ad ogni passo.

Da comunisti in questo disgraziato paese sappiamo che un “fronte pacifista” non può essere limitato alle nostre sole forze. Sarebbe semplicemente ininfluente. E neanche basterebbe promuovere i soliti appelli, di sapore inevitabilmente elettoralistico, all’”unità di tutte le forze progressiste”.

Ci sta dentro chi si oppone alla guerra. E’ una collocazione oggettiva, costosa, osteggiata dai potenti ma vicinissima al sentire popolare. Vicinissima a chi la guerra la sta pagando in termini di inflazione, caro bollette, salari bassi e fermi, perdita di potere d’acquisto.

E’ un fronte che si va componendo con iniziative spesso scollegate – l’assemblea del 5 aprile a Roma, il teatro Ghione il 2 maggio -, con manifestazioni altrettanto poco “condivise” o almeno coincidenti. Ma si va componendo.

E’ un fronte obbligatoriamente antifascista, perché la Nato – non da oggi – si serve dei nazifascisti come “avanguardia” che deve aprire la strada al suo incedere imperialistico. Oppure li recupera conferendo loro posizioni prestigiose, come con il generale Heusinger, passato indenne dal Kaiser alla Wermacht alla Nato.

E, nonostante il lavoro di “ripulitura” organizzato dai media mainstream, non sfugge a nessuno che i battaglioni di miliziani nazisti sono diventati parte integrante dell’esercito di Kiev.

E’ un fronte spontaneamente ambientalista, perché il primo refolo di guerra ha fatto seppellire in un secondo persino quella pagliacciata di “transizione ecologica” disegnata per favorire i grandi gruppi multinazionali del settore energia.

Un fronte non è un partito. Ognuno, ogni organizzazione, ogni forza sociale, sindacale, politica, ci starà declinando lo sforzo verso la pace nel modo che gli è più consono. Non ci sono “esecutivi” da conquistare, maggioranze da precostituire, “coordinamenti” da egemonizzare.

Un fronte non è neanche un cartello elettorale, di quelli tristissimi in cui è annegata ogni istanza di cambiamento radicale.

Un fronte è un movimento di lotta, di critica politica e culturale – valoriale – contro le classi dominanti che stanno portando il paese, l’Europa, il pianeta, verso un baratro da cui potrebbe non esserci via di uscita.

Non siamo preoccupati di vedere volti noti, anzi… Non temiamo che una impossibile “egemonia” possa essere esercitata da chi – non avendo forse colto la portata di questa guerra – magari pensa di poter cavalcare questa spinta pacifista per irrobustire la propria presenza nelle preistoriche “alleanze di centrosinistra”.

La guerra è un rasoio affilatissimo. Che punisce certe ardite acrobazie…

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1 Commento


  • alberto+gabriele

    Bravo Francesco ! Spero che la pratica delle varie piccole organizzazioni comuniste (dal PCI, a cui aderisco, a PaP, a Rifondazione etc.) sia effetticvamente coerente con la linea unitaria che tu sostieni, e che tutti diano priorita’ assoluta al movimento contro la guerra e lascino stare le solite beghe da cortile legate alle elle elezioni amministrative.

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