Sgombriamo il campo dalle sciocchezze psicologiche seminate dai “democratici terrorizzati” dagli sproloqui di Donald Trump: non è importante sapere se è o no diventato matto, se lo è sempre stato o e finge di esserlo per mettere più paura. La questione essenziale è che un Paese – la principale superpotenza militare, il pilastro dell’imperialismo finanziario contemporaneo – lo ha scelto come presidente.
Ma se un Paese sceglie un “matto” vuol dire che la sua crisi è così grave da richiedere la ricerca di soluzioni completamente diverse da quelle “normali” (che fra l’altro sono tra le cause della crisi).
Ad un anno dal suo insediamento continua ad imperversare ogni giorno con proposte, progetti, atti d’imperio, aggressioni verbali e militari, forzature costituzionali interne, che anche singolarmente – in altri momenti – avrebbero determinato una reazione decisa e terminale del “deep State” stelle-e-strisce. Da Lincoln ai Kennedy, a Reagan e allo stesso Trump, non mancano gli esempi.
Se non accade vuol dire che non ci sono altre carte da giocare, ai piani alti del potere Usa. Solo dalle piazze inferocite contro la milizia personale dell’ICE arhttps://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/01/19/il-consiglio-di-pace-di-trump-e-uninternazionale-in-stile-ice-0190969riva una voce diversa, per ora troppe debole e priva di catalizzatore politico (i “dem” statunitensi sono addirittura peggio degli omologhi italiani), anche se va crescendo una “alternativa socialdemocratica”, da New York a Seattle.
Vedremo presto, con le elezioni di mid term a novembre che dovrebbero tenersi a novembre, se questi fermenti si tradurranno in cambiamenti degli equilibri al Congresso. Ma circola persino l’ipotesi – avanzata da premi Pulitzer come Chris Hedges, non da un influencer improvvisato – che possano essere spostate o cancellate, mettendo così in discussione lo status degli Usa come “democrazia”.
E’ comunque sul piano internazionale che “la follia” trumpiana ha assunto le forme più spettacolari. Il rapimento di Maduro, gli schiaffi in faccia agli alleati europei, la pretesa di annettere la Groenlandia… sono innumerevoli i passi che vanno a stravolgere l’assetto istituzionale consolidato, sia delle relazioni internazionali che dello stesso Occidente neoliberista.
Una gragnuola di colpi che non sempre sembra corrispondere ad una strategia razionale, ma che certamente ha costretto molti interlocutori ad assumere una postura “dialogante” secondo l’antico consiglio psichiatrico: per evitare che facciano troppi danni, i matti vanno un po’ assecondati.
Sulla razionalità della strategia Usa, però, nulla come il cosiddetto “Board of Peace” risulta difficile da giustificare.
Nonostante gli sforzi dei “democratici terrorizzati” che continuano a chiamarlo “per Gaza”, nonostante la Striscia non venga lì neanche nominata, quel progetto delinea strutturalmente una “nuova Nato” che sostituisce anche l’Onu e la mette nelle mani di un solo uomo – ovviamente Trump – come se questo truffatore ottantenne avesse certezza della propria immortalità.
Di per sé quello “Statuto” è certamente una dimostrazione di intollerabile presunzione imperiale, ma non sarebbe definibile “folle”, visto quante ne sono accadute nella Storia. Ma se si passa dall’analisi della forma statutaria alla lista degli “invitati” a farne parte, l’irrazionalità balza agli occhi.
E’ comprensibile che tra i “chiamati” a seguire il Capo – “chi mi teme, mi segua“, ha giustamente chiosato qualcuno – ci siano i servi storici degli Stati Uniti (tutti gli europei, Giappone, Corea del sud, Australia, Argentina e via elencando “democrature” o dittature vere e proprie). Non sembra illogico neanche l’invito rivolto a paesi a metà strada tra l’influenza Usa e quella cinese, per spostarne l’incertezza. Ma chiamare a partecipare anche Russia, Bielorussia, Brasile, Cina e India è una mossa che distrugge la credibilità del progetto e allo stesso tempo dell’antico “ordine internazionale basato sulle regole (statunitensi)”.
Trasparente l’intenzione di spaccare i Brics, eliminando un’alternativa “di mercato”. Ma troppo evidente per poterla anche realizzare offrendo un posto nel Board pagato un miliardo. Trasparente anche l’intenzione di ridurre in polpette l’Unione Europea (che non è e non sarà mai “l’Europa”), compito peraltro un po’ più facile, come si è visto subito.
Al di là delle possibili risposte future degli “invitati sgraditi”, il solo fatto che Mosca, Pechino e Minsk possano sedere a quel tavolo, mentre qualche paese europeo resta a casa, rende il peso contrattuale dell’Ucraina – per esempio – più leggero di un bruscolino, segando peraltro il ramo su cui si stavano rannicchiando i “volenterosi” ancora intenzionati ad inviare truppe a Kiev.
E comunque l’idea che Russia, India, ecc, possano – nel 2026 – accettare di diventare paggetti dell’imperatore Trump, rinunciando non solo al ruolo conquistato (o riconquistato) nel consesso internazionale, ma soprattutto ai ricchi accordi commerciali e non fissati all’interno dei Brics, è quasi patetica.
L’America di Trump può certo chiedere tantissimo, e in modo prepotente. Ma non ha più molto da offrire ai suoi possibili “partner riluttanti“. Persino un atlantista doc come Fubini del Corsera è costretto a segnalare che “la Borsa americana non ha mai registrato quotazioni così elevate e fuori proporzione rispetto agli utili dai tempi della bolla di internet dei tardi anni ’90“, “il biglietto verde sta letteralmente crollando a fronte di beni molto tangibili e reali come i metalli più importanti”, il tutto in presenza di un debito pubblico sopra i 38.000 miliardi di dollari e di una banca centrale resa meno credibile dal tentativo di farne arrestare il presidente, Jerome Powell.
La probabile esplosione della bolla speculativa nata intorno all’AI rischio di mandare a carte quarantotto il mercato mondiale, con conseguenze tanto più gravi quanto più si è “legati” agli Stati Uniti. Innescando problemi che non si possono risolvere inviando la portaerei Ford o qualche drone nella notte.
La lista dei segnali di crisi potrebbe continuare a lungo… L’America che si è affidata a Trump appare un gigante miope che avanza a tentoni, spostando cose e rompendo paesi, equilibri, consuetudini e regole. Consapevole della propria antica forza, del proprio grande peso, ma senza più un obiettivo condivisibile anche per buona parte del resto del mondo.
Sta arrivando al pettine il nodo stretto da un altro Donald – in quel caso Rumsfeld, ministro della guerra con George “Dabliu” Bush – che fissava la fine della “guerra infinita” lanciata all’inizio del Terzo Millennio per quando il mondo avrebbe “capito che noi americani abbiamo il diritto di mantenere il nostro standard di vita“. Che è un altro modo di dire “vogliamo continuare a mangiare a spese vostre“.
L’avevamo capito tutti. Ma adesso arriva il conto. Con l’implosione del vecchio Occidente coloniale…
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